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La distanza
tra il palazzo e la realtà

Basilicata

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CHE LA CLASSE dirigente, con al centro il ceto politico-burocratico, sia del tutto inadeguata a risolvere i problemi socio-economici , qui come altrove, è un fatto acclarato.
Il governatore Pittella ci ha indicato nelle sue dichiarazioni programmatiche i 5 elefanti che circolano nella regione e che si chiamano rispettivamente povertà, disoccupazione, emigrazione, invecchiamento della popolazione e disuguaglianze, ma non si spiega e non ci spiega che ci fanno da noi, dovendo normalmente risiedere in Africa. Eppure, gli elefanti non solo ci sono, ma crescono a dismisura, grazie alle misure messe in campo proprio dalla nostra classe dirigente, al suo insistere testardamente nella difesa dello status quo, mantenendo processi decisionali che non incidono affatto sui fattori che sono alla base del sottosviluppo.

È appena il caso di rilevare che l’arretratezza economica e sociale, avendo la sua profondità certificata dalla storia della regione, è un tema complesso da affrontare, richiede conoscenza interdisciplinare delle problematiche. Conosce non chi cerca, ma chi sa cercare (Einaudi): ebbene i veri limiti della classe dirigente regionale sono sostanzialmente due.

1) Un grande difetto di conoscenza, dissimulato da retoriche politiche surreali (vedi la rivoluzione democratica) 

2) L’incapacità di vedere e darsi un futuro.

Non abbiamo per caso o per fatalità l’assenza di progetto e di contro la navigazione a vista, gli interventi a pioggia, l’organizzazione per compartimenti-stagno alla Regione Basilicata, l’affermazione del localismo, il familismo amorale che in politica sta raggiungendo vette inimmaginabili in passato, il basso tasso di conflittualità, nonostante l’alto livello negativo degli indicatori socio-economici, annoverati tra i peggiori d’Italia, la società blindata elettoralmente, la grande longevità dei politici, l’impossibilità di dar luogo ad alternanze al potere, sono fattori, ancorchè negativi, rigidamente funzionali a preservare il sistema in atto.
In questo scenario, per esemplificare, l’uso delle royalties del petrolio come spesa corrente e non per investimenti produttivi replica per grandi linee le tante dilapidazione di ricchezze avute finora, come i trasferimenti dello Stato, i fondi della Ue, piuttosto che quelli della ricostruzione post terremoto, obbligando ancora una volta le nuove generazioni ad andare via, compromettendo di fatto il futuro della regione.
Che fare? Per il momento purtroppo c’è poco da fare. Siamo a bocce ferme: dobbiamo tenerci la classe dirigente attuale che, peraltro, ci meritiamo. Dovremmo avere un ente regione che la smettesse di fare amministrazione e si riappropriasse finalmente dei suoi compiti istituzionali di programmazione. Dovremmo disporre di un assetto democratico che produca alternanza nella gestione del potere, una regola mai attuata in Basilicata, pur essendo la base della democrazia, una regola che consenta di mandare a casa chi fallisce. 

Sarebbe utile uno shock, non importa se interno o esterno. Aspettando Godot, quello che mi sembra comunque necessario nell’immediato è che ci sia gente, certamente minoritaria, che abbia consapevolezza della gravità del momento storico che attraversiamo e che voglia e sappia misurarsi con visioni e progetti realmente innovativi. Per esempio, i soggetti in questione potrebbero ispirarsi ai famosi “cento uomini di acciaio”, evocati a suo tempo da Guido Dorso, ossia soggetti che usino il linguaggio della verità e che con abnegazione che significa sacrificio di sé, altruismo, disinteresse, si pongano al servizio della comunità temporaneamente per poi tornare al proprio mestiere, continuando la loro opera fuori della stanza dei bottoni.

 

 

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