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Berlinguer replica al “testamento” dell’ex dg Vita
«La Regione non ha colpe per i ritardi dell'Arpab»

Basilicata

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CONTROLLI ambientali in Basilicata: chi ha ragione? I sindacati, a sentire i quali l’Arpab, l’agenzia che ha il compito istituzionale di svolgere quei controlli, ha di fatto fallito la sua missione ed è anzi un ostacolo al “corretto” sviluppo industriale della Basilicata? Oppure il direttore dell’Agenzia, Raffaele Vita, il quale rivendica i risultati degli sforzi compiuti in questi anni per rilanciarne la funzione, e ricorda i riconoscimenti all’Arpab giunti dal Ministero? A chi bisogna dar retta?

Ai primi, i quali contestano “una direzione che ha manifestato in questi anni tutti i propri limiti ed errori” e che invocano “segnali chiari dalla Regione affinché sia garantita la gestione, fin qui discutibile, dell’ente?”. O al secondo che, al contrario, accusa proprio i sindacati e la Regione di essere i principali intralci sulla via dell’efficienza economica e organizzativa dell’Arpab? E che spiega come soltanto “la massima autonomia e indipendenza” dalla politica e dai mandarini del sindacato possa garantire la rapidità e la concretezza di scelte che “spettano a al direttore”?

Messa così, la questione appare il tipico dilemma tra le ragioni della gestione aziendale e quelle della politica sulla quale ricade, in ultima analisi, la responsabilità delle scelte che ricadono sul territorio. Un nodo che proviamo a sciogliere con l’assessore regionale all'Ambiente, Aldo Berlinguer, il terzo attore di questa partita. Il quale nega che la questione dello scontro con Raffaele Vita riguardi la presunta mancanza di autonomia del direttore.

«La verità – esordisce – è che noi ci siamo limitati a prendere atto di ciò che di positivo, ma anche di negativo, è emerso nella gestione dell’Arpab, e a tirarne le necessarie conseguenze. Non prima, naturalmente di avere svolto tutte le verifiche del caso sui ritardi e sulle disfunzioni organizzative che da più parti, non soltanto dai sindacati, ci vengono segnalati».

Assessore Berlinguer, innanzitutto mi dica: lei come giudica l’operato del direttore generale dell’Arpab?

«Vede, il governo di un’agenzia come l’Arpab, la quale ha compiti articolati e assai sensibili sul territorio, è una faccenda complessa. So che Vita ha fatto un buon lavoro sotto il profilo della gestione economica. E ne riconosco gli sforzi compiuti per ripianare una situazione economica che si presentava precaria. Questa parte della sua attività ha dato buoni frutti, non lo nego. Tuttavia, in quanto assessore, non posso non tener conto degli aspetti controversi della sua  gestione».

A che cosa si riferisce?

«Ai ritardi gestionali che ci vengono segnalati quotidianamente dai cittadini. E ai quali, come istituzione, dobbiamo dar risposta. Per non parlare delle critiche, riportate da tutti i media,  dei sindacati. I quali descrivono una situazione, diciamo così, molto complicata dentro l’Arpab. Ma li avete letti i comunicati? E io, come assessore, che faccio? Mica possiamo fare finta di nulla. Prendiamo atto. Facciamo le nostre verifiche. Ma poi ci tocca assumere le iniziative del caso».

E che cosa avete verificato?

«Che nella gestione dell’Arpab ci sono tante luci, ma non poche ombre. Ed è su queste ultime che, in quanto governo della Regione, ci corre l’obbligo di intervenire».

Lei dice che alla Regione giungono continuamente segnalazioni di ritardi. Ma a sentire Vita, la vera causa dei ritardi gestionali è proprio la Regione. E che, anzi, gli avete affidato una carretta e lui l’ha trasformata in un modello di efficienza. Che cosa risponde?

«Rispondo, innanzitutto, che a sollevare problemi sulla gestione dell’ente non siamo noi, ma la comunità. Basta leggere i giornali. E questi problemi sono di due ordini. Il primo riguarda i ritardi dell’agenzia nel fornire risposte al Dipartimento Ambiente e ai cittadini, su delicate indagini ambientali. Il secondo ha a che fare con l’organizzazione interna dell’Agenzia. In quest’ultimo caso si tratta di difficoltà che vengono segnalate dall’interno stesso dell’Arpab, da parte dei lavoratori e dei sindacati.  Problemi organizzativi che vengono definiti molto gravi. Come vede, si tratta di questioni in parte collegate, in parte no. Ma sta di fatto che non possiamo ignorarle. Il nostro è un atto dovuto».

E quali iniziative intendete assumere?

«E’ presto per dirlo. Quel che è certo è che io stesso mi assumerò l’onere di rappresentare questa situazione in Giunta affinché si prendano i provvedimenti necessari. Il che, ribadisco, nulla toglie al lodevole sforzo compiuto dal direttore generale dell’Arpab, nei mesi scorsi, per risolvere problemi di natura economica e organizzativa».

Però non mi ha risposto sulle accuse di Vita. A sentire il quale certi rallentamenti di gestione sono dovuti al fatto che tutto deve passare per il dipartimento dell’ambiente...

«Si sbaglia di grosso. Con i ritardi dell’Arpab la Regione non c’entra. Anzi. Accade proprio il contrario. E’ il dipartimento dell’ambiente a sollecitare continuamente l’agenzia per ottenere risposte sui tanti casi spinosi. E poi non riesco proprio a capire in che modo il dipartimento potrebbe rallentare il lavoro dell’Arpab. Se noi abbiamo un’esigenza è proprio quella di far presto, perché siamo tenuti a dare risposte rapide a una comunità che, giustamente, in tema di ambiente, esige da noi soluzioni chiare, trasparenti e soprattutto tempestive».

Quindi siete voi a lamentare la lentezza dell’Arpab?

«Sì. E poi le dico una cosa: i ritardi, in questa materia, generano il sospetto di inerzia. E quindi di scarsa trasparenza. Noi non crediamo che ci sia un problema di questo tipo. Ma ritardi non possiamo più permettercene. Per questo vanno rimossi dra-sti-ca-men-te».

Il direttore generale dell’Arpab denuncia l’invadenza dei sindacati. Dice che le sue decisioni non possono essere continuamente messe in discussione. Rivendica autonomia nelle scelte gestionali. E’ d’accordo?

«Si tratta di una questione nella quale non voglio entrare. Io rilevo soltanto che i rappresentanti dei lavoratori sollevano dei problemi e che io ho il dovere di verificarne l’effettiva entità. D’altra parte qui non ci troviamo davanti a un caso tipico di conflittualità sindacale. Non sono in discussione, chessò, la precarizzazione del lavoro o la rappresentanza interna dei lavoratori. Qui si lamenta una situazione di caos, si denuncia la paralisi dell’Agenzia».

Addirittura?

«Se un sindacato mi dice: l’agenzia non è più in grado di funzionare, che esiste un problema di fondi, io ho il dovere di andare a verificare. E se questo è lo stato delle cose, devo agire. E farlo subito. E poi c’è un altro fatto. Si contesta la disinvoltura con la quale si è adottato un regolamento senza attendere che venisse portata a termine l’attività di revisione della legge regionale sull’Arpab. E anche su questo è stata evidentemente una forzatura inopportuna. Che senso ha varare il regolamento prima di ridefinire compiti e perimetro dell’Arpab?».

Vita accenna anche a problemi con l’Eni...

«L’Eni, come tutte le società che che si occupano di estrazione del petrolio, è soggetta a controlli stringenti. Io su questo non transigo, tant’è che ho  avviato una diffida nei suoi confronti, un’iniziativa che qui non ha precedenti. Eppure l’iter è fermo. E sa perché? Perché manca la parte a cura dell’Arpab.  Quella diffida è rimasta un’incompiuta. Eppure è urgente che produca effetti in termini di controllo e sicurezza.  Si tratta di porre un limite alle fiammate, troppo frequenti. Il che innesca dubbi sulla compatibilità dell’impianto Eni.  Ma il procedimento amministrativo è fermo. A causa dell’Agenzia...»

Come vede il futuro dell’Arpab?

«L’Agenzia è un’istituzione essenziale nel territorio, e lo sarà sempre di più. Ha compiti importanti e delicati. E deve essere messa sempre nella condizione di assolverli. Vi lavorano centottanta tra ricercatori e addetti di prim’ordine. Con qualche problema, certo. Hanno sempre bisogno di qualche macchina o di qualche in più. E’ fisiologico. Noi cerchiamo di tener dietro alle loro esigenze.  Ora però si tratta di mettere a punto la riforma dell’Agenzia: il che non può esser fatto prima che sia varata la legge nazionale il cui iter è praticamente concluso. Ormai è questione di settimane. Intanto occorre metter mano all’avvicendamento dei vertici aziendali. I tempi? Saranno quelli naturali. Attendiamo la scadenza naturale dei mandati».

 

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