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"Fortuna che gli abbiamo dato un caffe'"
L'intercettazione tra assessore e imprenditore

Basilicata

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POTENZA - «Un tale Rinaldi» che avrebbe aiutato la coppia Mecca - De Rosa, l’imprenditore e l’ex assessore del Comune di Potenza nei “loro” affari.

E’ un nome pesante quello salta fuori dalle intercettazioni dell’inchiesta su appalti su misura, mazzette ed escort tra la Regione e il Comune di Potenza. Due enti distinti ma presi di mira dagli stessi cartelli di imprese disposte a pagare per lavorare truccando le offerte per riuscire a gestire a piacimento le aggiucazioni.

Nell’ordinanza del gip Rosa Larocca l’identità di «Rinaldi» non viene svelata, ma non può sfuggire l’omonimia con l’attuale capo di gabinetto della presidenza della Giunta regionale, che all’epoca dei fatti era anche direttore generale della presidenza e consigliere comunale di maggioranza del Pd.

D’altronde la conversazione tra l’ex assessore e l’imprenditore risale al 26 marzo del 2013 e parte dai problemi di Mecca con i pagamenti arretrati del Comune di Potenza e di Acquedotto lucano per approdare all’«amico Rinaldi». Passando per l’ex assessore al bilancio del capoluogo, Federico Pace, che i due avrebbero voluto ammorbidire anche nell’ottica di commesse future. Motivo per cui Rosa si spinge a suggerire a Mecca di trovargli un po’ di compagnia femminile. S’intende a pagamento.

«Dal tenore dei dialoghi sovente utilizzato - scrive il gip Rosa Larocca -  sembra quasi che i due concordassero assieme ogni iniziativa, come emerge chiaramente da alcune frasi registrate nelle loro conversazioni nelle quali colui che parla, sia che si tratti di Mecca che di De Rosa, utilizza rigorosamente la forma plurale».

Poi riporta a titolo di esempio proprio le battute su «tale Rinaldi».

«Comunque mò ci dobbiamo dare da fare... dobbiamo pigliare qualche lavoro buono».

«Abbiamo spinto la macchina... Mò dobbiamo vedere come ringraziare Rinaldi».

«Meno male che gli demmo una cosa, che gli demmo un caffè».

Fin qui a parlare è Mecca.

Poi interviene De Rosa che aggiunge: «Mò dobbiamo fare un mutuo».

E ancora: «Grazie all’intervento dell’amico Rinaldi che mò dobbiamo vedere come lo dobbiamo ringraziare».

Che si parli di lavori, e di soldi si capisce. Come che De Rosa, direttore di banca, parlando del mutuo si possa riferire a un finanziamento contratto dall’imprenditore.

«E’ indubbio che Mecca avesse gravi problemi economici dimostrati anche dalle evidenti esposizioni bancarie accese presso diversi istituti di scredito». Annotava il gip qualche pagina prima.

Per questo la figura di De Rosa era così importante per lui: «nella sua duplice veste di direttore di banca e di uomo delle istituzioni politiche e amministrative (...) lo strumento per ottenere delle “agevolazioni” sia nei rapporti con la banca del predettto che nei rapporti con quegli enti verso cui Mecca aveva nel tempo maturato dei crediti di cui attendeva il pagamento».

Quindi verrebbe da pensare che anche «l’amico Rinaldi» andrebbe cercato o in un istituto di credito o in uno degli enti con cui l’appaltista Mecca avanzava del denaro. Ma se è così l’omonimia con Angelo Raffaele, il capo di gabinetto della giunta regionale si fa ancora più scottante.

Anche perché i caffé si bevono, si fanno, al massimo si bruciano. Ma proprio non si danno. 

 

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