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Quel tono padronale della Vicari

Basilicata

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SE TWITTER è divenuto il quadrante ufficiale delle nostre passioni (giacchè su twitter distribuiamo ormai il sale delle nostre residue energie) siamo prossimi alla fine. Traggo occasione da questa banale ma fondamentalmente vera osservazione per commentare, in termini che non possono essere lusinghieri, il tono padronale e minatorio che il sottosegretario Vicari ha assunto nella sua interlocuzione con la Regione Basilicata: un tono che meriterebbe di essere censurato in una sede meno effimera che non un sito spesso frequentato da figure mutanti, da passeggeri in transito e da osservatori lunari. Ed è quanto il presidente della Regione ha il diritto di rivendicare chiedendo che sulla “questione del petrolio” si apra subito in una vera sede istituzionale un confronto che ricostruisca le tracce di una storia vissuta a puntate, costellata di severi impegni di governo finora elusi o ignorati ed oggi provvisoriamente definita nel decreto “sblocca Italia” in termini che la contraddicono clamorosamente.

Perché, è bene rammentarlo, su una materia così incandescente, la vicenda delle relazioni Stato-Regione, per come l’abbiamo vissuta nelle istituzioni, non può essere cassata o rimossa in nome della turbopolitica, o di una concezione autoreferente di poteri che presumono di ignorare le ragioni dei territori, considerate minori rispetto a quelle assorbenti e totalizzanti che emanano dal nuovo Spirito Pubblico che si propone di governare l’Italia.

Certo non si tratta, su questioni così delicate, di recuperare vecchie logiche conflittuali ma di definire con serietà e senza demagogie il perimetro delle “buone ragioni” che stanno dalla parte di comunità che rendono un servizio al paese, ne pagano il prezzo in termini di sostenibilità ambientale e si attendono perciò di veder riconosciuto il diritto ad una decente condizione di vita.

Pittella fa bene ad “armare”di logica e di realismo il suo comportamento, a definire il catalogo delle sue schiette intenzioni e a chiamare il Governo a confronto sulle questioni cruciali che stanno, non solo nel dovere di garantire condizioni ambientali e tutele rigorose dei valori umani e civili che sono in gioco, ma di orientare tutte le risorse, liberate dalle attività di prelievo legittimamente consentite, verso obiettivi di sviluppo: infrastrutture materiali e immateriali, occupazione, ricerca, modernizzazione delle attrezzature civili e degli stili di vita e di civiltà. Si tratta di un esito che, perseguito con reciproca ragionevolezza, potrebbe portare a risultati soddisfacenti per il bene pubblico generale (che comprende il bene pubblico territoriale) e che contrasta con l’idea che una materia così delicata possa essere gestita con pratiche e tecniche da Protettorato e con la motivazione della superiorità dei valori e degli interessi nazionali (peraltro supposta quando non incorpori valori e interessi più circoscritti pur se non meno universali).

Renzi, che in tanti abbiamo sostenuto, non potrebbe far finta di nulla, ignorare le simmetrie che esistono fra le vicende de iure condendo del petrolio lucano, già definite e quelle del termovalorizzatore campano: perché in entrambi i casi si tratta di risorse “liberate”su “ricchezze” già acquisite e consolidate, evitando di subordinarle ad ulteriori maneggi da quantificare:una maniera di argomentare ci consenta la Vicari, che appare infantilmente ricattatoria.

Scanzano e la sua epopea vanno ben evocate sullo sfondo di questa difficile battaglia. Ma sapendo tuttavia che occorre definire una prospettiva credibile che parta dal ripensamento delle scelte da assumere a base dello sviluppo regionale nel segno della rottura con errori già vissuti e di una chiara scommessa sull’innovazione: tutte cose che sono nelle corde del progetto che ha portato Pittella a vincere e che egli deve continuare a marcare e che impegnano Luongo ad agire, come egli stesso asserisce, da garante e amministratore del nuovo corso della vita regionale.

Naturalmente è su queste coordinate che può valere la sollecitazione a un’azione unitaria, che non sia la sommatoria scomposta di piccoli velleitari protagonismi e che guardi anche fuori regione:verso solidarietà che testimonino che il regionalismo come “cultura dello Stato” sa far valere sopra i vizi e le dissipazioni nei quali rischia di estenuarsi.

 

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