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Le bombe d'acqua
e le bolle politiche

Basilicata

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QUESTA estate balorda ci ha riservato molte bombe di acqua, generate dalla natura,  e molte bolle prodotte dalla politica. Difficile dire quale dei due fenomeni abbia procurato più danni. Il diapason comunicativo lo ha ovviamente raggiunto il governatore Pittella che si è dichiarato pronto a morire, se non conseguirà i suoi obiettivi (sic!).

Nel concreto, purtroppo, la comunicazione suddetta  ha espresso finora plasticamente  vuoto  pneumatico, ricalca fedelmente  posizioni rivendicative e risarcitorie tipiche del meridionalismo straccione  e lagnoso sempre vivo e vegeto, incapace di darsi progetti, strategie ed organizzazioni che possano modificare le cose.

Certo occorre che si esca dalla recessione, ma come?, ma su tale fronte, nisba da parte dei proponenti, siamo in una fase di declino prolungato, ma di chi è la colpa? (ri)nisba).

I politici lucani e più in generale la classe dirigente regionale fanno finta di non capire che sono loro in massima parte il problema del degrado socio-economico  che ci affligge da lungo tempo. Il Pil lucano è in caduta verticale, perché l’enorme spesa pubblica fin qui messaci a disposizione dallo Stato è servita per conseguire una perversa democrazia del consenso, come direbbe Luciano Cafagna, fatta di clientelismo, disconoscimento del merito, assistenzialismo, facendo leva sulla trasformazione dei bisogni e dei diritti della gente in tante occasioni di scambio elettorale,attivando peraltro situazioni che qualche problema erariale lo pongono.

Si tratta di percorsi politici che si possono far risalire ad almeno due secoli di storia meridionale e regionale, dai borboni ai giorni nostri, come ha evidenziato di recente lo storico economico Emanuele Felice, collocandosi sulla scia degli studi dei grandi meridionalisti del passato, argomentandone meglio le vicende, disponendo di dati e informazioni non disponibili in precedenza. 

Le classi dominanti hanno certosinamente strutturato le istituzioni in modo tale da estrarne rendite a favore di una minoranza di privilegiati, costituendo lo  “zoccolo duro” di organizzazione del consenso.

Uno stato di cose possibile  in economie  stagnanti come quelle meridionali, frenate nella loro crescita da una politica pervasiva che accompagna i cittadini dalla culla alla morte.

Meno vincoli formali e d informali, più sviluppo civile ed economico sono stati visti sempre come una minaccia dai ceti politici, perché metterebbero in discussione proprio  gli assetti di potere che hanno assicurato la estrazione delle rendite.

In altri termini: più si è deboli e più è facile per il potere mantenere il suo predominio. Più si dispone di istituzioni  organizzate in funzione della effettiva tutela dei diritti dei cittadini ed in cui si favorisce la partecipazione alla vita democratica e civile di larghi segmenti socio- economici liberi da lacci e lacciuoli politici e più si riscontra crescita umana e civile. Felice queste ultime le definisce istituzioni inclusive, raccordandosi ad un importante lavoro di Daron Acemoglu e James A. Robinson, intitolato “perché le nazioni falliscono” ( il saggiatore, 2013), di cui si consiglia la lettura ai nostri politici, mettendo da parte temporaneamente  i fumetti di Tex Willer.

La Basilicata è organizzata sulla base delle istituzioni estrattive. La creazione dell’ente regione è servita per rafforzare tale collaudata impostazione di potere.

Il governatore Pittella ha lavorato pedissequamente in tale direzione. Non si dà un progetto di sviluppo, perche 1°, non ne è capace e 2°, soprattutto perché non gli conviene: non è concettualmente nelle corde delle istituzioni estrattive l’idea del cambiamento.  

Si è addirittura blindato, nominando in Giunta gli amici del fratello, cosa peraltro proseguita negli enti strumentali. Lo ha fatto imponendo di fatto obbedienza ai nominati secondo i suoi desiderata.

I 4 membri della Giunta regionale non hanno portato alcun valore aggiunto alla politica regionale: la sanità resta la grande malata della Basilicata, le politiche del lavoro replicano le misure palliative del passato, i fondi Ue non ci si sogna di programmarli efficacemente, l’apparato burocratico,nonostante le conclamate insufficiente accertate finora, è rimasto al suo posto, al netto del gioco dei quattro cantoni, le aree assistenziali hanno ricevuto ulteriore impulso dalle royalties sul petrolio che sono servite per buttare la sporcizia sotto il tappeto in tanti settori di attività.  Vale a dire: come prima, peggio di prima, la spinta modernizzatrice può tranquillamente  restare nel libro dei sogni, ci dobbiamo accontentare di un po’ di aria fritta mediatica, ma per nostra fortuna di chiaro stampo rivoluzionario.

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