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" Medici omertosi e senza scrupoli"
Le accuse nell'ordinanza del gip

Basilicata

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POTENZA - È iscritto nel registro degli indagati anche Fabrizio Tancredi, il cardiochirurgo che avrebbe dovuto effettuare insieme al primario Nicola Marraudino, l’intervento di sostituzione della valvola aortica e di quella mitralica su Elisa Presta. La settantunenne calabrese è deceduta intorno alle 9.15 del 28 maggio del 2013, ovvero tre quarti d’ora dopo l’inizio dell’operazione.

Nel verbale operatorio falsificato, invece, l’operazione sarebbe cominciata alle 9 e sarebbe terminata alle 16.30. Un intervento, tra l’altro, effettuato all’inizio dal solo Matteo Galatti che in sala operatoria non doveva esserci. Il protocollo, infatti prevede che chi (come Galatti) è reduce dal turno di notte non dovrebbe effettuare anche interventi nel turno successivo. Così non andò, invece, quella mattina. Così, nonostante la paziente fosse morta poco dopo l’inizio, l’intervento sarebbe proseguito per 7 ore e 30 minuti. 

A conferma di quanto avvenuto quella mattina del 28 maggio del 2013 non solo ci sono i risultati dell’esame autoptico effettuato dai professori Francesco Vinci e Paolo De Blasi - i due consulenti nominati dal sostituto procuratore della Repubblica Anna Gloria Piccininni titolare dell’inchiesta nata a seguito di un esposto anonimo datato novembre 2013 - ma anche le dichiarazioni rese il 31 luglio scorso dall’anestesista presente in sala operatoria.

L’uomo era lì nel momento in cui il cardiochirurgo, che non doveva trovarsi dove si trovava e il cui nome non compare nel verbale redatto dal primario, dopo avere «inciso la cute...... ha proceduto a divaricare lo sterno» mediante il divaricatore. Si è così «verificata - si legge nell’ordinanza - la lacerazione del vaso venoso provocando una grossa emorragia».

Dichiarazioni, quelle dell’anestesista, rese ben prima che sul quotidiano online Basilicata24 venisse pubblicato l’audio shock di Michele Cavone (da venerdì agli arresti domiciliari insieme a Nicola Marraudino e Matteo Galatti n.d.r.) e suffragate poi anche dal ferrista e dall’infermiere - tutti sentiti dagli agenti della Squadra mobile, su delega della Piccininni, nei mesi successivi all’esposto anonimo. 

Del decesso di Elisa Presta - decesso avvenuto in sala operatoria poco dopo l’inizio dell’intervento e non nel Reparto di rianimazione dove la donna viene comunque trasferita - in Cardiochirurgia sapevano un po’ tutti: alcuni cardiochirurghi, come Saponara, Cimmino e Lupino informati direttamente da Cavone, altri, invece, de relato. Stessa cosa per il personale infermieristico. 

Il gip Palma lo mette nero su bianco. Leggendo le 21 pagine dell’ordinanza - che ha disposto gli arresti domiciliari a carico dei tre cardiochirurghi e l’iscrizione nel registro degli indagati anche di Tancredi tutti accusati di omicidio colposo in concorso - emerge che non solo in quella sala operatoria è morta una donna su cui, poi, per 7 ore e mezza si sono accaniti i camici bianchi, ma soprattutto il clima di “omertà, probabilmente strumentale per altri scopi” che ha permeato l’ambiente ospedaliero. 

Da Galatti a Cavone, da Marraudino a Tancredi - entrato in sala operatoria intorno alle 11 quando avrebbe dovuto già essere in servizio da ore - non si salva nessuno. A suggello di tutto “gli indagati - si legge nell’ordinanza - per il ruolo apicale da essi rivestito hanno dimostrato di riuscire a esercitare il pieno controllo” su quanto accaduto.
Prova ne è il fatto che il giorno dopo la morte della donna il primario Marraudino - definito da Palma “disinvolto e senza scrupoli nel riportare non una ma numerose circostanze false nel registro operatorio e omettendo circostanze essenziali per l’esatta ricostruzione dell’esatta progressione dell’operazione chirurgica effettuata per occultare proprie e altrui responsabilità” - non esita a “impiegare Galatti e Tancredi” per un altro intervento chirurgico.

Un modo per “suggellare l’intesa realizzatasi il giorno prima in ordine all’opportunità di tacere circostanze per tutti loro compromettenti”.
Ecco forse anche spiegata quella frase - “lo tengo per le palle” - pronunciata da Cavone riferendosi al suo primario e impressa nella registrazione shock.
Cavone che “piuttosto che denunciare all’autorità il reato commesso, ha ritenuto invece più utile raccontare la sua versione, su quanto era avvenuto all’interno della sala operatoria, ai propri colleghi”.

 

 

 

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