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Cardiochirurgia, l’inchiesta si allarga
Nel registro degli indagati altri due medici

Basilicata

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POTENZA - Potrebbe allargarsi l’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica Anna Gloria Piccininni, sul decesso di Elisa Presta, 71 anni, avvenuto il 28 maggio del 2013.
Il sostituto Piccininni - accusato da alcuni di avere “insabbiato” il fascicolo - subito dopo l’esposto anonimo ma molto ben dettagliato giunto in Procura nel novembre del 2013 - si è subito attivata richiedendo non solo la riesumazione del cadavere della donna per sottoporla a esame autoptico ma anche la cartella clinica ai vertici del San Carlo. Vertici che, quindi, sapevano che qualcosa era accaduto. Insomma non si esclude che anche l’ex direttore generale Giampiero Maruggi possa essere iscritto nel registro degli indagati.
Come nel registro degli indagati potrebbero esserci anche altri due cardiochirurghi, uno dei quali sarebbe quello intercettato nel corso di una conversazione a 4.
Inchiesta, quella coordinata dalla Piccininni, che lo scorso 24 ottobre ha portato alla misura degli arresti domiciliari per tre cardiochirurghi - Matteo Galatti, Nicola Cavone e per il primario Nicola Marraudino - e l’iscrizione nel registro degli indagati di Fabrizio Tancredi, entrato in sala operatoria solo intorno alle 11 perché ha preso servizio con notevole ritardo rispetto all’orario previsto.
Tancredi, infatti, è il medico che avrebbe dovuto eseguire, con Marraudino, l’intervento sulla settantunne. In sala operatoria, invece, c’era Matteo Galatti che, avendo fatto il turno di notte, lì non avrebbe proprio dovuto mettere piede. Non a caso il suo nome, nel verbale post operatorio, non risulta. Non solo. Galatti, a differenza di quanto previsto dai protocolli, alle 8.35 è l’unico cardiochirurgo presente in sala. E sarebbe stato lui a provocare, per un errore nel posizionamento del divaricatore sternale, quell’emorragia che ha portato alla morte clinica della donna che, già clinicamente morta, è rimasta sotto i ferri per 7 ore e mezza.
Quello che è accaduto in questo lunghissimo lasso di tempo, purtroppo, è ormai noto. Sotto gli occhi di un Galatti che “guardava inebetito e spaventato” il primario Nicola Marraudino, coadiuvato da Michele Cavone, ha deciso di proseguire l’intervento come se nulla fosse. Tanto è vero che alla donna, già morta, sarebbero anche state sostituite le valvole aortiche e mitraliche.
Il gip Amerigo Palma nelle 21 pagine dell’ordinanza, con cui ha accolto le richieste di misure cautelari chieste dal sostituto Piccininni, ha messo nero su bianco una vicenda contraddistinta non solo da errori - l’accusa a carico dei quattro medici è di omicidio colposo in concorso - veleni, ricatti (emblematica quella frase “lo tengo per le palle” pronunciata da Cavone e registrata nell’audio shock pubblicato il 29 agosto scorso sul sito del quotidiano online Basilicata 24 n.d.r.) e falsificazione da parte di Marraudino del verbale operatorio.
La donna, infatti, stando a quanto appurato dai consulenti nominati dalla Piccininni ma anche in base alle dichiarazioni rese agli agenti della Mobile dai due anestesisti che si sono avvicendati nel corso dell’operazione per la sostituzione della valvola aortica e della valvola mitralica, dell’infermiere e del ferrista presente in sala sarebbe morta dopo tre quarti d’ora dall’inzio dell’intervento, ovvero intorno alle 9.15, e non intorno alle 16.45 nel reparto di Terapia intensiva post operatoria dove sarebbe stata trasferita. Un trasferimento che di fatto potrebbe addirittura non essere proprio avvenuto, come lascia intendere il Gip Palma nelle contestazioni mosse a Marraudino. Se davvero, poi, la donna -i cui parametri vitali erano già al di sotto dei limiti previsti dalla legge sulla donazione degli organi - è entrata in Terapia intensiva qualcun altro potrebbe aver coperto i tre cardiochirurghi finiti ai domiciliari e quello iscritto nel registro degli indagati.

a.giammaria@luedi.it

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