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Obbligo di firma per Cavone
Riserva per Marraudino e Galatti

Basilicata

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REVOCA della misura cautelare degli arresti domiciliari e obbligo di firma tre giorni alla settimana per Michele Cavone, difeso dall’avvocato Donatello Cimadomo, il grande accusatore al centro dell’inchiesta, coordinata dal sostituto procuratore della Repubblica, Anna Gloria Piccininni, sul decesso di Elisa Presta. La donna, di 71 anni, morta in cardiochirurgia poco dopo l’inizio dell’intervento per la sostituzione della valvola aortica e di quella mitralica.
La decisione è stata presa ieri pomeriggio, intorno alla 16, dal gip, Amerigo Palma dopo circa due ore durante le quali Michele Cavone ha risposto a tutte le domande che gli sono state formulate ribadendo la sua versione dei fatti in merito a quanto accaduto il 28 maggio del 2013.
Probabilmente sia il gip che il sostituto Piccininni hanno ritenuto attendibile quanto raccontato dal cardiochirurgo nell’audio shock divulgato dal quotidiano online “Basilicata24” il 29 agosto scorso. Un racconto che ha trovato riscontro anche da quanto emerso risultati dalla perizia medico legale dei professori Francesco Vinci e Paolo De Blasi e dalle testimonianze - particolarmente rilevanti quelle dell’anestesista e del ferrista - raccolte dagli agenti della Squadra mobile.
Squadra mobile delegata per le indagini dal sostituto Piccininni che, a seguito di un esposto anonimo, nel novembre scorso ha aperto un fascicolo d’inchiesta.
Inchiesta culminata lo scorso 23 ottobre con l’arresto disposto dal Gip Palma del primario di cardiochirurgia, Nicola Marraudino, Matteo Galatti e Michele Cavone. I tre sono accusati di omicidio colposo in concorso. Per il solo Marraudino c’è anche il falso ideologico per aver falsificato il registro operatorio.
Se Cavone non è più agli arresti domiciliari ben diversa la posizione del primario Marraudino - difeso dagli avvocati Michele Laforgia e Francesco Auletta - e del cardiochirurgo Galatti, assistito dal legale Savino Murro.
Per loro due, infatti, il gip Palma si è riservato la decisione - decisione che potrebbe arrivare tra oggi e domani - anche alla luce di quanto chiesto, al termine degli interrogatori di garanzia, dal sostituto Piccininni che, in pratica, ha ribadito l’esigenza del mantenimento delle misure cautelari per gli stessi motivi - colpevolezza e inquinamento delle prove - alla base della richiesta di arresto.
Inquinamento delle prove contestato dai legali sia di Marraudino che di Galatti visto che i loro assistiti sono stati sospesi dal servizio.
Interrogatori di garanzia durati in tutto poco più di sei ore.
Sei ore durante le quali i tre indagati hanno tenuto il punto rispetto alle loro versioni dei fatti.
Marraudino ha ribadito che la donna sarebbe morta, dopo l’intervento durato più di sette ore, nel reparto di Terapia intensiva.
Galatti , che quel 28 maggio del 2013, in sala operatoria non avrebbe dovuto esserci perché reduce dal turno di notte (il suo nome non a caso non compare nel verbale post operatorio redatto dal primario n.d.r) , invece avrebbe sostenuto che spettava a lui operare in quanto medico di guardia. Guardia che, però, alle 8 di mattina doveva essere bella che finita visto che cominciava il turno del collega Fabrizio Tancredi giunto poi in sala operatoria intorno alle 11.
Galatti avrebbe anche provato a giocare la carta dell’emergenza. Emergenza che, però, non sarebbe esistita visto che non solo l’intervento di Elisa Presta era programmato ma anche perché in reparto c’erano già il primario Marraudino e Cavone.
Al termine degli interrogatori di garanzia, terminati intorno alle 20.30, si è appreso che l’udienza del Tribunale del Riesame si terrà il prossimo 4 novembre.
Al centro dell’inchiesta il fatto che il primario Marraudino e il cardiochirurgo Cavone avrebbero continuato a operare, per circa 7 ore e mezza, Elisa Presta nonostante i paramentri vitali della donna, a causa di un errore commesso da Galatti nel posizionamento del divaricatore, fossero al di sotto dei limiti fissati dalla legge sull’espianto degli organi. Il tutto per coprire l’errore medico e “archiviare” il fatto come un decesso dovuto a complicanze insorte poco dopo il trasferimento della paziente nel reparto di Terapia intensiva.
Tutte circostanze affrontate durante gli interrogatori dei tre medici.

a.giammaria@luedi.it

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