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Marraudino e Galatti
restano ai domiciliari

Basilicata

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RIMANGONO agli arresti domiciliari sia il primario di Cardiochirurgia, Nicola Marraudino che il cardiochirurgo Matteo Galatti.
Ieri mattina il gip di Potenza, Amerigo Palma, che giovedì sera, al termine degli interrogatorio di garanzia si era riservato di decidere se accogliere o meno la richiesta, avanzata dai legali dei due medici - Michele Laforgia e Francesco Auletta difensori di Marraudiono e Savino Murro che assistite Galatti - ha confermato la misura cautelare sia per il primario del reparto di Cardiochirurgia dell’ospedale San Carlo che per il medico che per primo e da solo (in sala operatoria con lui poco dopo le 8 erano presenti solo l’anestesista, il ferrista e un infermiere n.d.r.) la mattina del 28 maggio del 2013 cominciò l’intervento su Elisa Presta.
Marraudino, Galatti e Cavone - l’unico a cui il gip ha concesso la revoca degli arresti domiciliari con l’obbligo di firma tre giorni alla settimana - erano stati arrestati una settimana fa.
Arresti, chiesti dal sostituto procuratore e accolti dal gip, nell’ambito dell’inchiesta sul decesso della settantunenne calabrese morta durante un intervento per la sostituzione della valvola aortica e di quella mitralica.
I tre sono accusati di omicidio colposo. Al primario è contestato anche il reato falso ideologico per avere falsificato il registro operatorio: non c’è su quel registro, per esempio, il nome di Galatti, il cardiochirurgo reduce dal turno di notte che, in base ai protocolli medici, non avrebbe dovuto operare. E ancora viene riportato che la donna sarebbe deceduta non in sala operatoria bensì nel Reparto di terapia intensiva.
Proprio qui, dopo 7 ore e mezza di intervento, la donna sarebbe morta un quarto d’ora dopo per arresto cardio circolatorio irreversibile.
Tutto falso. Lo sostiene il sostituto Piccininni, lo sostengono i consulenti tecnici nominati dalla Procura che hanno effettuato l’esame autoptico, lo sostiene anche il gip Palma, che sette giorni fa ha accolto le richieste della Piccininni e ha disposto i domiciliari per i tre medici. Lo sostengono, inoltre, anche l’anestesista e il ferrista nelle dichiarazioni rese agli agenti della Mobile delegati delle indagini.
E lo sostengono anche altri medici del reparto con cui Cavone avrebbe parlato nell’immediatezza dell’accaduto. A conferma di ciò ci sarebbe almeno un’intercettazione ambientale.
A parlare sarebbero 5 medici. E dalle loro parole emergerebbe come nel reparto di Cardiochirurgia fossero in molti a conoscere i retroscena della tragedia.
Nella prima parte della registrazione ambientale i medici parlano dell’inchiesta. Uno dei medici dice: «Là ci sono delle domande che ti fa il magistrato... alle quali devi rispondere... quindi bisogna capire..». Un secondo aggiunge: «Che cosa gli chiede...». I due fanno riferimento all’autopsia disposta dalla Procura. Il terzo entra addirittura nel merito di ciò che è accaduto facendo riferimento al «cervello». Poi si sente un quarto che afferma: «Il cervello non c’è più... ».
E «se non c’è più - aggiunge il primo medico - allora non vedono un cavolo...». Insomma la chiave del discorso sarebbe proprio il «cervello» che è uno degli organi che si decompone più velocemente dopo un decesso.
Ed è forse anche per questo che, giovedì sera Marraudino durante il suo interrogatorio di garanzia, avrebbe continuato a ribadire che la donna, nonostante le sue condizioni fossero instabili, sarebbe morta in Terapia intensiva per arresto cardiocircolatorio, e non per emorragia. Emorragia celebrale. Non a caso i periti nominati dal sostituto Piccinini parlano esplicitamente di quei parametri vitali al di sotto dei limiti fissati dalla legge per l’espianto degli organi.
Se l’inchiesta, nel massimo riserbo da parte della Procura, ha preso il via nel novembre del 2013 a seguito di un esposto anonimo talmente ben dettagliato su quanto accaduto in sala operatoria da lasciar pensare che possa essere stato scritto da qualcuno del mestiere, diverso il discorso per quanto riguarda il caso mediatico che ha portato alla ribalta l’intera vicenda. Una storia ancora da chiarire in molti suoi aspetti visto che quella che sarebbe una storiaccia di malasanità è esplosa a seguito della divulgazione, lo scorso 29 agosto, sul quotidiano on line “Basilicata24” dell’audio shock in cui il cardiochirurgo Michele Cavone racconta a un collega (non sapendo di essere registrato) quello che veramente sarebbe accaduto in sala operatoria.
Cavone - il grande accusatore - giovedì sera è stato il primo dei medici a essere sentito dal gip Palma e dal sostituto Piccininni.
Con lui, nell’aula al secondo piano del Palazzo di giustizia di Potenza, il suo legale Donatello Cimadomo.
Cavone per circa due ore ha risposto a tutte le domande che gli sono state rivolte ribadendo, evidentemente, quanto impresso su quell’audio allegato agli atti.
Forse anche per questo Palma e Piccininni hanno accolto la richiesta, avanzata dal legale Cimadomo, di revoca della misura cautelare dei domiciliari. Cavone ha ottenuto solo l’obbligo di firma tre giorni alla settimana.
E se ieri mattina il gip Palma ha confermato i domiciliari per Marraudino e Galatti il tutto potrebbe essere ricondotto a quanto dichiarato dai due giovedì sera.
Marraudino avrebbe ribadito che la donna sarebbe morta in Terapia intensiva - gli sarebbe stato anche chiesto a tal proposito se ricordava i nomi dei medici in servizio nel reparto - mentre Galatti avrebbe tenuto il punto sul fatto che spettava a lui eseguire quell’intervento in quanto medico di guardia. Turno che alle 8 del mattino, però, era finito. In servizio avrebbe dovuto esserci Tancredi - il medico è iscritto nel registro degli indagati - che, invece, prende servizio solo intorno alle 11.
Non reggerebbe neanche la giustificazione, che sarebbe stata addotta durante gli interrogatori di garanzia, di un intervento di emergenza.
Quello su Elisa Presta, infatti, era programmato e avrebbero dovuto eseguirlo il primario Marraudino e il cardiochirurgo Tancredi.
In sala operatoria, invece, è stato mandato il solo Galatti.
Solo dopo il danno causato dall’erroneo posizionamento del divaricatore - errore che avrebbe provocato l’emorragia - sarebbe arrivato il primario Marraudino seguito a ruota da Cavone. E solo intorno alle 11 da Tancredi. Troppo tardi, ormai. La donna - come affermato dai professori Francesco Vinci e Paolo De Blasi nella loro perizia - sarebbe deceduta «intorno alle 9.15». Il prossimo 4 novembre tutti davanti al Riesame

a.giammaria@luedi.it

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