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Il futuro dell’auto passa da Melfi
Non perdiamo questo treno

Basilicata

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LA notizia del gruppo FCA di 1000 nuove assunzioni a tempo determinato e l’arrivo di 500 unità lavorative da altri stabilimenti del gruppo rappresenta sicuramente una bella notizia. E tuttavia questa volta bisognerebbe evitare gli errori del passato e saper coltivare questa opportunità. Perché se la prima volta, nel 1991, come Basilicata, abbiamo vinto, evitando che l’investimento Fiat andasse in Portogallo, in questa seconda circostanza siamo chiamati a dimostrare di essere in grado di difendere quello che, da ieri, è diventato il principale stabilimento del gruppo Fca in Italia.
Era il 2008 quando 'amministratore delegato della Fiat, Sergio Marchionne, e l’allora presidente della Regione Basilicata, Vito De Filippo, firmarono a Potenza, la convenzione quadro per la creazione di un centro di eccellenza per la ricerca sui sistemi di produzione nello stabilimento di Melfi.
Da allora sono trascorsi quasi 7 anni e, tuttavia, leggiamo dal Presidente della rete auto motive lucana che “presto sarà realtà il campus di Melfi”. In quella frase c’è il senso profondo della sfida che ci attende.
La verità è che in questi sette anni è cambiato il mondo, la Fiat non ha più la sua sede a Torino, sono cambiati 5 presidenti del Consiglio, 6 ministri dell’Industria, o sviluppo economico. Obama sta terminando il suo secondo mandato e noi ancora non abbiamo il campus a Melfi.
Lo evidenzio perché 7 anni per concretizzare quell’accordo sono troppi.
La Basilicata è chiamata a fare sistema, a fare, davvero, rete. Perché chi fa il pendolare per la Sata, deve avere la certezza che passi il suo autobus, di non rimanere bloccato per alcuni centimetri di neve o perché Provincia e Regione si rimpallano al responsabilità rispetto a chi deve sostenere la tratta.
Lo evidenzio perché in Valbasento in questi stessi anni si sono chiuse realtà importanti dell’indotto automobilistico, da ultimo la Pmca, Magneti Marelli, per le quali non ci sono stati presidi o mobilitazioni popolari, ma lavoratori, soli, costretti, in alcuni casi, al trasferimento o agli ammortizzatori sociali.
Allora se è vero, come ha detto l’amministratore delegato di FCA, che i 1000 avranno effetto moltiplicatore, non bisogna perdere tempo per capire se vi sono opportunità di consolidamento e, soprattutto, recupero di alcune realtà produttive.
Così come sarebbe da affrontare e discutere anche la questione relativa alla possibilità di riassorbire una parte di quei lavoratori, in particolare quelli giovani, condannati nel girone infernale della mobilità in deroga, scaduta.
Siamo chiamati a confrontarci, da pionieri, con le nuove norme del mercato del lavoro, quelle fortemente volute dal premier Renzi, sapendo che non sono le leggi a creare occupazione perché se i modelli “Renegade” e “500X” si fossero mostrati come la “Duna” del terzo millennio, non c’era alcun jobs act ad assicurare questi nuovi assunti. Così come nella primavera del 2004, nei famosi 21 giorni di sciopero, i lavoratori della Sata furono pionieri, nello “scontrarsi” con quel gergo sconosciuto della “doppia battuta” e la riorganizzazione dell’orario di lavoro ben prima del famoso referendum di Pomigliano e del jobs act. Pertanto, adeguare la rete dei trasporti, assicurare la massima trasparenza nelle modalità di selezione del personale, giungere finalmente a concretizzare il campus, puntare sull’innovazione, affrontare il tema dell’energia, collegare la scuola e la formazione, sono tutte priorità da affrontare in un periodo molto breve, perché, come dimostra l’esperienza di questi anni, i cicli produttivi, legati a modelli di automobili, si sono ristretti nel loro arco temporale, e per queste ragioni bisogna scongiurare che il tempo dei 1000 trascorra senza riuscire a dare delle risposte o peggio perpetrando negli errori del passato.
Dobbiamo dimostrare che il mondo è cambiato anche in Basilicata, perché 21 anni dopo, il gennaio 94, anno dell’uscita del primo modello dalla Sata, il futuro dell’auto in Italia passa nuovamente da Melfi e dalla Basilicata e prove di appello, nei mercati globali, non ce ne sono.

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