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Valvano sospeso dal ruolo di sindaco
Il prefetto applica la legge Severino

Basilicata

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POTENZA - Verrà interrogato lunedì dal gip Tiziana Petrocelli il sindaco di Melfi Livio Valvano, agli arresti domiciliari da martedì, per cui ieri è scattata di diritto anche la sospensione dall’incarico.
Il provvedimento del prefetto di Potenza Antonio D’Acunto è un effetto della legge Severino, previsto per tutti gli amministratori di un ente locale raggiunti da una misura cautelare che impedisca lo svolgimento delle loro funzioni. Due anni fa si ricorderà il caso dei consiglieri regionali “banditi” dal capoluogo, nell’ambito dell’inchiesta sui rimborsi pazzi, che erano stati raggiunti da un identico provvedimento.
Con la sospensione di Valvano, le redini della giunta comunale passano al suo vice, Luigi Simonetti, che dovrà restituirle al primo cittadino eletto non appena sarà libero di tornare alla vita politica attiva.
Valvano è accusato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio, truffa aggravata e induzione indebita nell’ambito dell’inchiesta sulla “variante melfitana”. Un’indagine partita dagli affari di due imprenditori nel miririno dell’Antimafia per i loro rapporti con il clan Di Muro, Emilio e Antonio Caprarella, e finita nelle stanze nel Comune, dove il sindaco, due ex assessori e il capo dell’ufficio tecnico concordavano appalti e piccole commesse. Come il «lecca lecca» alla ditta di un consigliere che minacciava di non votare il bilancio.
A ottobre - come raccontato in esclusiva dal Quotidiano - il primo cittadino di Melfi aveva già ricevuto un avviso di proroga delle indagini per abuso d’ufficio. Niente che facesse prevedere il terremoto in arrivo nel giro di qualche mese.
Secondo gli investigatori della Squadra mobile di Potenza, coordinati dal pm Francesco Basentini, Valvano avrebbe «turbato» le procedure per l’assegnazione di alcuni lavori a favore dei Caprarella, appoggiando un’ampliamento da 400mila euro dell’appalto da un milione e 800mila euro per la realizzazione di 36 case popolari in contrada Bicocca. Appalto che i due costruttori si erano aggiudicati nel 2009 con un ribasso “mostre” di quasi il 40%, attraverso un consorzio di cui erano entrati a far parte con una quota “simbolica” soltanto pochi giorni prima.
D’altro canto, in seguito, il suo nome sarebbe ritornato più volte nelle conversazioni registrate dalla microspia piazzata nell’ufficio del capo dell’ufficio tecnico del Comune, Berardino D’Amelio. Sia quando convoca uno dei due Caprarella per “chiedergli” di assumere una donna indicata dal primo cittadino, per aiutare il personale di servizio nelle pulizie dell’Istituto scolastico Nitti (dove i Caprarella stavano svolgendo importanti lavori di manutenzione). Sia quando l’ex assessore Rinaldo Di Ciommo “invita” l’architetto ad affidare una piccola commessa («lecca lecca») alla ditta del cognato del consigliere comunale Antonio Sassone, per non perdere il suo voto in vista della seduta per l’approvazione del bilancio.
Assieme a Valvano lunedì verranno interrogati anche gli altri destinatari dell’ordinanza di misure cautelari finiti agli arresti domiciliari: gli imprenditori Antonio ed Emilio Caprarella, e il loro factotum Gerardo Caccavo. Quindi per ultima toccherà a Katia Caprarella. amministratrice di alcune delle società di famiglia.
D’Amelio invece, l’unico per cui il gip ha disposto la custodia cautelare in carcere, è stato già interrogato giovedì, ma la decisione sull’istanza di liberazione presentata dal suo avvocato, che era attesa per ieri, ancora non è stata depositata.
L’architetto ha ammesso una certa «leggerezza» nella gestione dei rapporti con i costruttori che quotidianamente bussavano alla sua porta. Ma ha sostenuto di aver messo sempre al primo posto l’interesse dell’amministrazione, liquidando la frase registrata dalle microspie sui lavori affidati a seconda della coalizione che governava l’ente a una semplice battuta. Per liberarsi di un interlocutore troppo insistente.

 

l.amato@luedi.it

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