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Valvano scarcerato ma «al bando da Melfi»
Il sindaco per ora non può mettere piede nella sua città

Basilicata

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POTENZA - Esigenze cautelari ridotte a seguito della sospensione dalla carica di primo cittadino. Ma i gravi indizi alla base delle accuse nei suoi confronti restano. Per questo via gli arresti domiciliari, che vengono sostituiti dal divieto di dimora a Melfi. E Valvano può commentare liberamente su facebook: «E’ il primo passo... ma non basta».
Così ha deciso il gip di Potenza Tiziana Petrocelli sull’istanza di liberazione presentata dai legali del sindaco della cittadina federiciana, arrestato la scorsa settimana nell’ambito dell’inchiesta su gare truccate e abusi di potere in Municipio.
L’ordinanza è arrivata dopo l’interrogatorio di garanzia di Valvano, che lunedì si era proclamato innocente respingendo in toto le accuse.
Ma la sua versione dei fatti non sembra aver convinto appieno il magistrato, che in buona sostanza ha confermato l’impianto dell’inchiesta, rivaluando il rischio che Valvano commetta altri reati come quelli di cui è accusato, sulla base del provvedimento del prefetto che gli impedisce di svolgere il suo incarico in Comune.
Di fatto la legge Severino prevede che sospensione di titolari di cariche elettive in Regione ed enti locali non solo per chi subisce un’ordinanza di carcerazione o di arresti domiciliari, ma anche per chi è impossibilitato a svolgere il suo mandato altrimenti, perché “bandito” espressamente dal luogo dove dovrebbe esercitarlo, come in questo caso, o costretto a dimorare altrove.
Il precedente più noto alle cronache locali è senza dubbio quello dei consiglieri regionali coinvolti nell’inchiesta sulle spese pazze del parlamentino lucano che vennero “banditi” dal capoluogo per mesi. Fin quando non decisero di fare un passo indietro alla vigilia delle elezioni per il rinnovo dell’assemblea e la Cassazione revocò la misura sulla base proprio della loro rinuncia a una ricandidatura. A tutti tranne al solo che aveva scelto di tentare un secondo mandato, il consigliere Paolo Castelluccio, che sarebbe rimasto fuori da Potenza ancora per diversi mesi, fin quando proprio il gup Tiziana Petrocelli ha convertito il divieto di dimora nel capoluogo spiccato nei suoi confronti, in un più blando obbligo di firma in caserma.
Tanto sarebbe bastato per rimettere Valvano al suo posto. Se solo il gip avesse deciso di concedergli l’obbligo di firma. Ma così non è stato e da ieri il legale del primo cittadino, l’avvocato Gaetano Araneo, è al lavoro sul Riesame, già fissato martedì prossimo per il capo dell’ufficio tecnico del Comune, Bernardino D’Amelio, finito prima in carcere e poi ai domiciliari.
D’Amelio aveva fatto diverse concessioni all’accusa durante il suo interrogatorio provando a ridurre quanto gli viene contestato a “legerezze” dovute alla familiarità con imprenditori che bussano ogni giorno alla porta della sua stanza in Municipio.
Di tutt’altro tenore le dichiarazioni di Valvano che ha rimandato alle competenze degli uffici amministrativi per il merito di atti come la variante da quasi 400mila euro sull’appalto delle case popolari di contrada Bicocca.
Valvano è accusato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio (in concorso con 3 dei 4 membri della vecchia giunta) e truffa aggravata per aver approvato quella variante. Lavori affidati a una ditta dei Caprarella, chiedendo in cambio la realizzazione di alcuni ascensori. Quindi induzione indebita per aver fatto assumere una donna bisognosa alla ditta degli stessi Caprarella, che stava realizzando sia le case popolari sia i lavori di ammodernamento dell’istituto Nitti. E ancora abuso d’ufficio per alcuni lavori di somma urgenza affidati ex post ancora ai Caprarella. Infine turbata libertà del procedimento di scelta del contraente per un appaltino assegnato alla ditta del cognato di un consigliere comunale, Antonio Sassone, che avrebbe minacciato di non votare il bilancio del Comune.

l.amato@luedi.it

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