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Valvano passa al contrattacco
e chiede i soldi per l’ingiusta detenzione

Basilicata

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POTENZA - La revoca del divieto di dimora a Melfi e un risarcimento per l’ingiusta detenzione subita dal primo cittadino Livio Valvano.
E’ stata una discussione “all’attacco” quella dell’avvocato difensore di Valvano, Gaetano Araneo, ieri mattina davanti al Tribunale del riesame di Potenza.
Araneo ha ribadito con forza per oltre un’ora l’estraneità del suo assistito dalle accuse contenute nell’ordinanza di misure cautelari, per cui due settimane sono finiti agli arresti: il sindaco; il capo dell’ufficio tecnico del Comune, Berardino D’Amelio; gli imprenditori Emilio e Antonio Caprarella e il loro factotum Gerardo Caccavo.
Valvano è accusato di turbata libertà del procedimento di scelta del contraente, abuso d’ufficio (in concorso con 3 dei 4 membri della vecchia giunta) e truffa aggravata per aver approvato l’affidamento ai Caprarella di una variante da quasi 350mila euro all’appalto per la realizzazione di 35 case popolari in contrada Bicocca, già aggiudicato a una delle loro ditte nel 2009.
Una variante regolare, ha sostenuto il suo avvocato, per cui l’importo inferiore al 20% del valore dell’appalto principale avrebbe consentito l’affidamento senza dover indire un’altra gara.
Immediata la replica del pm Francesco Basentini, che ha coordinato le indagini degli agenti della Squadra mobile di Potenza. Il magistrato ha evidenziato il contenuto di diverse conversazioni intercettate dalla microspia piazzata nella stanza di D’Amelio in cui l’architetto e il geometra Caccavo concordavano il modo di “limare” il progetto per rientrare sotto quel 20%, ipotizzando persino di togliere un muro di sostegno. Fino ad arrivare al «19, 97%» finale, che avrebbe incluso anche il costo per la realizzazione di un ascensore voluto espressamente dal primo cittadino.
Dopo la difesa di Valvano hanno preso la parola anche i legali di D’Amelio, Nicola Buccico e Giuseppe Colucci, che hanno chiesto la revoca degli arresti domiciliari nei confronti del loro assistito, sostenendo la mancanza di esigenze cautelari. A maggior ragione a seguito del deposito in Comune di una lettera con cui l’architetto, nell’eventualità di una sua liberazione, e contestuale reintegrazione al lavoro (attualmente è sospeso), chiede di essere trasferito a un altro ufficio.
L’inchiesta su gare truccate e abusi di potere nella cittadina federiciana è nata nel 2013 da una serie di accertamenti sugli affari dei Caprarella, imprenditori nel mirino dell’antimafia per i loro rapporti col clan Di Muro. E sempre ieri D’Amelio è dovuto comparire come testimone della difesa nel processo per associazione mafiosa a carico di Emilio Caprarella e Vincenzo Di Muro.
A causa del ruolo “centrale” rispetto a tutta la vicenda per il capo dell’ufficio tecnico del Comune il gip Petrocelli aveva disposto inizialmente la custodia cautelare in carcere. Ma nell’interrogatorio di garanzia D’Amelio ha fatto diverse concessioni all’accusa, salvo ridurre il tutto a “leggerezze” dovute alla familiarità acquisita con tanti imprenditori che ogni giorno bussavano alla sua porta. Di più è arrivato il provvedimento di sospensione dal servizio e dal carcere è passato ai domiciliari.
Molto diverso l’atteggiamento del primo cittadino Livio Valvano, che prima del divieto di dimora era rimasto ai domiciliari per più di una settimana.
Di fronte al gip il sindaco e segretario regionale del Psi, ha parlato della delibera di giunta con cui è stata approvata la variante sulle case popolari come una mera presa d’atto del lavoro di competenza esclusiva degli uffici. Ha negato di aver raccomandato l’assunzione nella ditta dei Caprarella di una persona bisognosa che si era rivolta a lui per poter lavorare qualche ora come donna delle pulizie. E ha respinto anche l’accusa sull’appalto «lecca lecca» per la ditta del cognato del consigliere comunale Antonio Sassone, che avrebbe minacciato di non votare il bilancio.
La «cosa» da dare a Sassone di cui parlavano il suo vecchio vice, Rinaldo Di Ciommo, e l’architetto D’Amelio sarebbe stato un «lecca lecca» di natura «meramente politica». Un tentativo di riavvicinamento per riprendere una normale dialettica. Peraltro superfluo, ha sostenuto il primo cittadino, dato che il voto di Sassone non sarebbe stato comunque determinante per l’approvazione del bilancio.
Tutti argomenti “bocciati” dal gip Petrocelli, che ha sì sostituito gli arresti domiciliari col divieto di dimora a Melfi, ma sulla scorta del provvedimento di sospensione del sindaco per effetto della legge Severino. Sospensione che resta valida anche col divieto di dimora nel luogo di esercizio del mandato. Fermi restando sia i gravi indizi a suo carico sia le considerazioni sul rischio di reiterazione di reati come quelli che gli sono contestati.
Nella sua seconda ordinanza il gip ha evidenziato le conversazioni registrate nell’ufficio di D’Amelio in cui il capo dell’ufficio tecnico spiega ad Antonio Caprarella l’esigenza di confrontarsi con Valvano sull’oggetto della variante da portare in giunta. Come pure quella in cui è il primo cittadino a “dettare” l’inserimento di un ascensore nel progetto, quasi fosse una condizione per la sua approvazione.
Quanto invece alla donna assunta alle dipendenze dei Caprarella il magistrato rimanda alle parole di D’Amelio, che al telefono con l’imprenditore dice di non sapere nemmeno il nome della “fortunata” e lo invita in Comune per parlare direttamente col sindaco e avere informazioni più precise sul da farsi.
Infine giudica poco credibile la ricostruzione politica del «lecca lecca» per il consigliere recalcitante, dal momento che una versione alternativa e credibile della «cosa» da dargli non ci sarebbe.
Il Riesame avrà tempo fino a venerdì per decidere del ricorso di D’Amelio. Più lunghi i termini per quello del primo cittadino, ma non è da escludere che il dispositivo venga depositato nella stessa giornata.

l.amato@luedi.it

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