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LA STORIA
Lasciate in pace la Magna Graecia

Basilicata

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ANZITUTTO è una questione di sole. Sullo Jonio devi andartela a cercare, la bellezza, svegliandoti all'alba per ammirare la maestosità del silenzio sulla costa dove si vuole sia passato anche Ulisse, approdando sull'isoletta fantasma di Ogigia.

Sul Tirreno la mattina puoi dormire tranquillamente – altro che speculazione – magari per i bagordi della sera prima ché tanto poi la Grande Bellezza del tramonto ti inonderà di quel tipico colore arancione-lilla. Quasi senza che tu te ne accorga.

Solo l'ozio “sibarita” (aggettivo tradotto in centinaia di lingue) vige anche agli antipodi tirrenici, tempio del turismo mordi e fuggi e dei divertimentifici, da Scalea a Scilla: i tempi sono dettati dalla velocità dell'aeroporto e di un'autostrada che dalla foce del Savuto a scendere costeggia il mare, file di auto e scie in cielo cozzano con la lentezza ottocentesca della ferrovia jonica e delle andature slow sulla Statale nei molti tratti ancora a una corsia.

Perché qui, a est, è più riflessivo e in un certo senso spirituale persino il turismo religioso, incarnato dal sofferto e altissimo Santuario della Madonna delle Armi a Cerchiara (Cs) o dalla Cattolica di Stilo (Rc) diametralmente opposti, per numeri e accessibilità, al Santuario di San Francesco di Paola, con svincolo dedicato sulla Statale 18 e quasi a livello del mare, della cui gente il santo è non a caso protettore.

Lo costa est calabro-lucana è piena Magna Graecia, Crotone e Sibari erano metropoli tanto potenti da colonizzare (Poseidonia-Paestum è subcolonia proprio di Thurii-Copia) e arricchivano la piana alto-jonica con Metaponto, Siris e la Policoro ribelle che il 15 accoglierà un trasversale popolo no-triv.

No, le trivelle proprio no in questo distretto enogastronomico in cui si sta sperimentando un turismo “satellitare” rispetto a Matera, fatto di ospitalità low budget e diffusa in agriturismi e alloggi che rivitalizzano centri altrimenti a rischio abbandono (vedi San Basile sulla sponda calabra del Pollino, il totem che da lassù tutto controlla); tre settimane fa un paginone di Repubblica illuminava proprio la felice anomalia dell'Alto Jonio cosentino in rapporto alla montagna che il 31 luglio e il 1° agosto, per dire, celebrerà il trionfo della natura e del gusto a km 0 abbinato all'accoglienza.

Resta da “mettere a valore”, per usare una formula cara ai politici, il sito cassanese che a inizio 2013 fu compromesso da un'alluvione o i mosaici ellenistici di Monasterace-Kaulon scavati da volontari, ma resta anche il fatto che il vero tesoro da queste parti non è il petrolio bensì la storia.

Di contro, sulla costa ovest di entrambe le regioni, battuta nei secoli dagli invasori di tutte le stirpi, l'archeologia è quasi latente: in Calabria, se si eccettua la mitologia transregionale di Scilla-Cariddi, ci sono addirittura alcuni siti ancora avvolti nel mistero come Clampetia, Temesa, Terina, Skydros e Laos, sulla cui collocazione esatta gli studiosi si interrogano da decenni, mentre Medma, Metauros e Hipponion (Rosarno, Gioia Tauro e Vibo Valentia) non sono certo inserite negli itinerari archeologici segnalati a est.

Qui la magnificenza sopravvive nei luoghi ma anche nei nomi degli antichi: dal genius di Pitagora a Crotone al legislatore Zaleuco che la ciclicità beffarda della storia ha collocato nell'odierna enclave globale del crimine (Locri), passando per Barlaam di Seminara, maestro di greco e latino di Petrarca e Boccaccio, e per il suo discepolo Leonzio Pilato, siamo in un territorio che non si bea mai abbastanza delle proprie radici da cui si è ramificata e irrorata la cultura occidentale per come la stiamo vivendo qui e ora.

Moderno scrittore del “sublime” inteso come “confinante” (letteralmente “sotto la soglia”, dal latino) è Dante Maffia da Roseto Capo Spulico: parla la lingua di mezzo che fa delle popolazioni al confine, appunto, ibridi fin nei caratteri geografici, se è vero che per molti calabresi Maratea (come Lauria) è ancora provincia di Cosenza così come Nova Siri, dal lato opposto. In ogni caso, le due coste settentrionali calabresi sono meta di turismo soprattutto da Potenza, se è vero che i materani si sentono un po' pugliesi, e allo stesso modo non sono pochi i calabresi che sconfinano a Maratea o nei villaggi lucani sul golfo di Taranto.

Basta solo scegliere tra il sapore anni 50-60 dello Jonio e l'ipertrofia dell'abusivismo cementizio – spesso “non finito” come quello documentato dal fotografo Angelo Maggio – che Michele Serra raccontò tre decenni fa sull'Unità in un indimenticato reportage in Panda nelle tante Scalea del Tirreno devastato.

Ecco, le temute trivelle pareggerebbero il conto dei mostri in un triste derby tra brutture subite e altre minacciate. E l'invasione delle perforazioni sarebbe ben più cruenta di quella dolce e meticcia che ha creato isole felici di mescolanza culturale, dai valdesi del Tirreno ai grecanici dello Jonio: a Guardia (Cs) resistono echi di parlata piemontese, mentre l'area di Roghudi, Bova, Gallicianò e Condofuri è un avamposto greco che quest'estate regalerà gusti e colori a tema in onore del popolo dell'Oxi, magari sorseggiando un vino terroir che non a caso si chiama Greco, alla faccia dell'austerity che qui è filosofia secolare e non imposizione merkeliana. L'agriturismo il Bergamotto lungo la vallata dell'Amendolea, che alle stanze e al ristorante su cui troneggia una bandiera bianco-azzurra unisce la produzione dell'agrume poi fornito alle grandi case produttrici di profumo, è un altro posto che racconta un turismo lento e consapevole. Tappa immancabile per gli escursionisti.

Il gestore Ugo Sergi è testimone, tra le altre cose, di una storia di emigrazione di ritorno: calabrese espatriato, è tornato con la compagna settentrionale per trasformare in struttura ricettiva il vecchio edificio in cui la mamma alfabetizzava le genti locali.

Altrove, ci vorrebbe un paesologo alla Arminio per raccontare l'epopea di luoghi come Nocara in via di estinzione per le popolazioni autoctone sparse per il mondo, nella terra in cui le incursioni via mare hanno generato un fenomeno di fuga verso l'interno con la fondazione di centri abitati arroccati e quasi inaccessibili.

Contraltare di festival musicali, discoteche, concerti e fuochi d'artificio sul Tirreno, gli eventi sullo Jonio sono ancestrali come il San Rocco in mare a metà agosto e persino i festival non sono certo mainstream pur avendo una caratura nazionale: a Rocca Imperiale l'editore Giuseppe Aletti, jonico doc emigrato a Guidonia, richiama da anni aspiranti poeti da tutta Italia – e movimenta il turismo lucano fino a Scanzano –, contando per questa edizione 12mila iscritti e vantando un passato di serate indimenticabili come quella con Ferlinghetti in diretta Skype da San Francisco (2012). A fine evento il centro federiciano diventa un'antologia poetica a cielo aperto con targhe permanenti appese nei vicoletti. Il germe di Barlaam e Pilato, quest'anno ha fatto fiorire un po' più a nord anche l'iniziativa con uno storyteller della Scuola Holden organizzata dalla giornalista lametina Alessia Truzzolillo (siamo sempre sul Pollino). E tornando sulla costa, in questi giorni c'è anche una felice novità che fa ben sperare sul futuro di una terra cinematografica almeno quanto la Basilicata, se non fosse per la Film Commission assente o quasi nella regione che ha da poco la sua vera giunta dopo i terremoti giudiziari: Pupi e Antonio Avati, infatti, gireranno nell'Alto Jonio cosentino “Le nozze di Laura”, domenica 12 a Rocca Imperiale il casting per il film prodotto con Rai Fiction che dovrebbe andare in onda a inizio 2016 e sarà girato anche a Montegiordano, Amendolara e Roseto Capo Spulico, oltre a Strongoli e Crotone.

Gli jonici sulla carta levantini si sono polarizzati nell'antropologia dell'accoglienza di Badolato prima (oggi il borgo è meta preferita da inglesi e scrittrici in cerca di ispirazione) e Riace poi, ma non mancano le località più “pop” come Soverato, al netto della generalizzata flessione di presenza causa crisi.

Tutto questo per dire che forse lo Jonio è il lato B – nel senso originario – degli 800 km di costa calabrese ma anche di quella lucana che fa meno notizia della modaiola Maratea, tempio dei viveur e dei magnati che nella leggenda si sono fatti ritrarre con le fattezze divine da statua di Rio de Janeiro.

In generale, il Tirreno è più ricettivo forse perché più servito: si va dallo snodo ferroviario di Paola – impostosi negli anni a discapito della cattedrale nel deserto di Vagliolise a Cosenza – all'aeroporto di Lamezia che serve il polo turistico della Costa degli Dei (Tropea, Parghelia, Capo Vaticano, Zambrone). Proprio vicino a Sant'Eufemia si terranno i mondiali di kite surf, evento che sullo Jonio non potrebbe mai trovare ospitalità, e non per questioni di vento ma in un certo senso “filosofiche”, si vedano i siti contemplativi di Skylletion-Squillace e Mammola, tra l'arte site-specific in contesto archeologico del Catanzarese e il parco del Reggino, unico in Italia, partorito dal genio Nick Spatari, altro “immigrante”.

Sullo Jonio, piuttosto, è l'aeroporto a essere fantasma (Crotone in perenne agonia e Sibaritide feticcio che torna in concomitanza con le urne assieme all'ospedale e alla città unica Rossano-Corigliano), e in generale una viabilità su rotaie moribonda a fronte di una Statale per metà rinnovata — ma restano, soprattutto nel Reggino, tratti in cui la 106 passa nei centri abitati. Negli ultimi anni la dicitura “strada della morte” si sta rimodulando a sfavore degli stranieri sfruttati da italianissimi caporali e obbligati a raggiungere i posti di lavoro a piedi o in bicicletta: una Spoon River degli ultimi aggiornata di recente con l'ultimo caso proprio a Policoro, vittime due rumeni, automobilista anche lui italianissimo e pochi cori d'indignazione sui social, però.

Gli stagionali delle schiene curve e a diritto 0 come il km aggiornano una transumanza che nei secoli, anzi nei millenni, ha creato le prime vie di comunicazione da costa a costa nel territorio a cavallo del Pollino: il bos primigenius di Papasidero, uno di quei tesori che non sembrano valorizzati e promossi per come dovrebbero (vedi anche il Codex Purpureus di Rossano) è simbolo delle genti dedite alla pastorizia e sospese tra due idee di mare. E di vita.

Ecco, per questi e tanti altri motivi, anche 12 miglia a largo non ci starebbero proprio benissimo delle trivelle in un luogo così centrale nella sua marginalità protesta a est e così orgogliosamente speculare rispetto al Tirreno calabro-lucano. Dunque mettete da parte le vostre velleità perforanti e fatevi un bel tour nella Magna Graecia.

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