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Fusti e pecore morte a Tempa rossa
A Corleto Perticara esplode il caso

Basilicata

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La ditta al lavoro sul pozzo Tempa Rossa 1 ha denunciato la scomparsa di materiale vario dal cantiere. Ma il pastore proprietario dei terreni vicini ha fatto prima, dopo un’improvvisa moria di pecore e il ritrovamento di alcuni fusti per sostanze tossiche (vuoti) nel suo terreno. I carabinieri sembrano credere che i ladri se li siano lasciati dietro. E comunque rassicurano che all’apparenza non ci sarebbe stato alcuno sversamento di veleni. Ma a Corleto il caso ormai è esploso, anche perché sembra che il pastore, per tutta risposta, abbia portato col trattore un grosso masso sulla strada, bloccando il traffico diretto all’area delle estrazioni di Total.
Torna ad accendersi la guerra dei confini nella Valle del Sauro. Gli ingredienti sono sempre gli stessi: attività sospette, ambiente a rischio, animali morti e cittadini inferociti con la compagnia francese.

A riaprire le contestazioni è stato un anziano pastore che abita a due passi dal sito di Tempa Rossa, Antonio Lacava. Tutto risale al 9 luglio quando alcuni dirigenti della Asp sono arrivati nella sua azienda per prelevare le carcasse di due pecore e trasferirle in laboratorio per capire le cause della loro morte.
Il giorno dopo Lacava ha dichiarato di aver trovato nel suo terreno una ventina di fusti aperti di plastica blu con tanto di etichette: «drilling fluids & services», e avvertenze sui rischi derivanti dall’ingestione delle sostanze contenute. Quindi il collegamento tra i due eventi e la denuncia ai carabinieri, che avrebbero posto sotto sequestro i fusti. Per poi restituirli alla ditta del pozzo, che ora li custodirebbe in un’area delimitata.

Possibile che gli animali siano morti per aver ingerito le sostanze sversate da quei fusti, incautamente lasciati indietro da ignoti pirati ambientali al servizio delle compagnie?
Una risposta importante dovrà arrivare dalla Asp, quando saranno completate le analisi sulle due pecore. Ma il capitano dei carabinieri di Viggiano, Rocco De Paola, ha un’idea diversa. «Se c’è gente che vuole speculare nei confronti delle imprese petrolifere perché sono il male assoluto è un atteggiamento da non avallare nemmeno dal punto di vista mediatico». Mette in guardia.
Quanto ai fusti aggiunge di non avere «elementi che destino preoccupazione. Non abbiamo riscontrato nessun impatto ambientale evidente, pur con i nostri limitati mezzi. Può anche essere che non c’era nulla quando sono arrivati in quel posto».
Sull’ipotesi che qualcuno li abbia prelevati dall’area del cantiere, abbandonandoli per difficoltà di trasporto, De Paola non si sbilancia. «Ci sono delle indagini in corso». Dice.

Di tutt’altra idea l’avvocato che assiste Lacava, Carlo Glinni: «I carabinieri sono stati scostanti fin dal primo momento. Restituire quei fusti alla ditta è come affidare alla volpe un pollaio. Total dice che erano stati lavati, ma abbiamo contattato una ditta di Roma per capire di che sostanze si parla e ci hanno spiegato che quei fusti anche una volta svuotati sono rifiuti speciali e devono essere immediatamente portati via e trattati in maniera particolare. Se poi ammettiamo che erano pieni allora si parla di un disastro ambientale, di sostanze che finiscono dritte nel lago del Pertusillo. Una cosa gravissima».
Intanto c’è il masso sulla strada che porta all’area dei pozzi. Il Comune di Corleto avrebbe già ordinato a Lacava di rimuoverlo, e oggi c’è in visita una delegazione dell’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse del Ministero.
Se ci sarà ancora dovranno girarci intorno per poter proseguire. La via delle estrazioni in Basilicata è fatta anche di ostacoli come questo.

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