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Toghe e politici amici dei clan

Calabria

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REGGIO CALABRIA -  E’ una macchina perversa quella scoperta dalle direzioni distrettuali antimafia di Reggio Calabria e Milano. Un coacervo di interessi velenosi che si intrecciano in inchieste che hanno camminato per mesi di pari passo, come alla pari hanno lavorato le squadre mobili lombarda e calabrese. Fascicoli in cui emergono uomini e fatti diversi, ma che avevano punti di saldatura precisi. La ‘ndrangheta aveva il suo ruolo, la politica i propri interessi, mentre pezzi di magistratura reggina approfittavano del proprio ruolo per conquistare benefici d’ogni genere.

Da una parte le ‘ndrine Valle-Lampada, cosche potenti sul piano economico ed elettorale dell’hinterland milanese e non solo. Dall’altra la politica, con Franco Morelli del Pdl in testa. A far incontrare padrini ed esponenti del centrodestra Vincenzo Giglio, ufficialmente medico. In realtà un personaggio schiacciato sugli interessi della ‘ndrangheta, ma capace di bussare alla parta delle stanze che contano. Il medico mette assieme i pezzi, fa le presentazioni, crea le occasioni, salda amicizie. I Valle arrivano così da Morelli. Gli fanno vedere e conoscere la gente che conta. E’ un modo di agire consolidato il loro, sono amici di Alberto Sarra, sottosegretario della Giunta regionale. E quando Sarra decide di non candidarsi passano armi e bagagli al fianco del nuovo riferimento interno alla Pdl. Morelli appunto. Ma Giglio per Ilda Boccassini e gli altri pm milanesi non ha solo interessi con i Valle. Ha anche gli strumenti per coccolarseli. Ha buone entrature anche nella magistratura. Suo cugino, e omonimo, Enzo Giglio, è un giudice di primissimo piano. A Reggio ricopre il ruolo di Presidente della seconda sezione penale della Corte d’assise ed è presidente della sezione Misure di prevenzione. Un giovane e brillante magistrato che evidentemente ha anche qualche punto debole. Per il Gip di Milano, Giuseppe Gennari, il suo ventre molle è rappresentato dalla moglie Alessandra Sarlo. Secondo l’inchiesta il magistrato intreccia rapporti sia con Morelli che con i Valle. Fornisce informazioni sulle inchieste in corso e in cambio riceve incarichi per la moglie. Lo scorso anno, documenta la Dda di Milano, la signora Sarlo viene nominata commissario straordinario dell’Asp di Vibo Valentia. Il suo nome è spinto da Morelli e l’operazione va in porto. E’ quella, secondo gli investigatori la moneta di scambio per ringraziare il marito giudice che avrebbe fornito al consigliere regionale soffiate sul proprio stato di salute giudiziario. Gli investigatori lo scoprono quando in una intercettazione viene fuori che il neo eletto parlamentare regionale di centrodestra ha bisogno della prove che sul suo conto non c’è nulla sul piano penale. Così il giudice Giglio gli fa avere un fax nel quale si “attesta” che il politico è pulito. Una sorta di certificazione che Morelli vorrebbe esibire a Scopelliti per un posto in giunta. Le cose andranno poi diversamente per questioni di equilibri interni al centrodestra. Ma non finisce qui. Perchè i tentacoli dei Valle arrivano anche da altre parti. Arrivano ad esempio nelle stanze del Gip di Palmi, Giancarlo Giusti. Per lui i Valle avevano un trattamento particolare. Non gli interessavano le carriere e i soldi, a Giusti piacevano le donne. I boss gliele facevano trovare in albergo. Soggiorno e mignotte, tutto pagato dalla ‘ndrangheta. E anche Giusti era a disposizione. I magistrati milanesi non hanno capito cosa faceva in cambio per loro, non ancora, ma di certo c’è che a fronte di spese alberghiere per 27 mila euro, ci doveva essere una contropartita. 

Nel giro affiorano anche altri personaggi. Avvocati, professionisti e medici venivano utilizzati per occultare patrimoni, tentare scalate, acchiappare nuovi business. I Valle avevano la loro parte, mentre la Dda di Reggio ha scoperto che anche i Gallico di Palmi non erano restati indietro. Così sempre ieri hanno “fermato” cinque persone con un provvedimento a firma del procuratore aggiunto Michele Prestipino e dei sostituti Roberto Di Palma e Giovanni Musarò.

Nelle teste degli ‘ndranghetisti tutto aveva un prezzo, bastava trovare la formula per pagarlo. In questa maniera si salvavano patrimoni, si eludevano le indagini, si trovavano nuovi e potenti amici. A Reggio e a Milano, a Roma e in Vaticano. I boss puntavano in alto ed avevano gli agganci giusti per arrivarci.

 

 

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