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La festa provocatoria per l'autostrada incompiuta

Calabria

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CATANZARO - Torte della "vergogna" e champagne per "festeggiare", tra cortei e sit-in pacifici, il primo mezzo secolo di un’incompiuta, l’autostrada A3 Salerno - Reggio Calabria. Ma anche per porre un aut aut all’Anas.   È andata in scena ai due poli opposti dell’infrastruttura stradale, a San Giorgio a Cremano (Napoli), e a Villa San Giovanni (Reggio Calabria), la protesta civile in occasione dei 50 anni dall’avvio dei cantieri di una delle opere che avrebbero dovuto cambiare in positivo il volto del mezzogiorno ma che è rimasta incompleta. A chiamare a raccolta gli 'indignados' dell’A3, ci ha pensato l’associazione interregionale Assud con l'adesione, tra gli altri, dell’eurodeputato del Pd Andrea Cozzolino, del capogruppo dei Verdi al Consiglio regionale campano, Paolo Emilio Borrelli, dello speaker Gianni Simioli, del capo dell’opposizione al Comune di Napoli, Gianni Lettieri e del consigliere regionale calabrese del Pd, Carlo Guccione. Presenti, alle due manifestazioni, anche consiglieri comunali, esponenti politici e dell’imprenditoria, studenti universitari e cittadini.    

Era il 15 settembre del 1962 quando Amintore Fanfani, presidente del Consiglio dell’epoca, inaugurò il primo cantiere della grande opera presentata come l’infrastruttura in grado di unire il nord al sud del Paese. A distanza di cinque decenni da allora, invece, lungo quello che è stato definito «cantiere infinitò si ripropongono, soprattutto d’estate, disagi e difficoltà per gli automobilisti e per quanti utilizzano l'arteria tra deviazioni, limitazioni e lavori di ammodernamento che sembrano non avere fine.   Il perchè della mobilitazione che abbraccia i territori attraversati dall’A3 lo spiega il presidente di Assud, Andrea Guccione, imprenditore poco più che quarantenne. «Con questa paradossale festa – dice – vogliamo molto poco simbolicamente porre una sorta di aut aut all’Anas. In tempi rapidi ci deve dire quanti soldi occorrono per il completamento dell’A3, se ci sono, e quanti chilometri di lavoro ancora mancano per la fine di un incubo». 

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