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Giallo nel Casertano, parla il fratello di Belmonte
«Ho scritto a Mimmo in carcere: deve parlare»

Calabria

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CATANZARO - Al telefono risponde con diffidenza. Poi, alla fine accetta di parlare. Nino Belmonte, 71 anni il prossimo 27 novembre, fratello di Domenico accusato di aver ucciso la moglie Elisabetta e la  figlia Maria e di averne occultati i cadaveri in un intercapedine realizzata tra il garage e il pavimento della villetta a Baia Verde, nel Casertano, non sta bene. Sono giorni che il telefono squilla senza sosta e che le telecamere lo rincorrono. Mercoledì sera, alla trasmissione “Chi l'ha  visto?” ha parlato dei suoi rapporti con il fratello cercando di trovare una spiegazione a «tutto questo dramma». 

Signor Bruno come sta?

«Male, mi disturbano in continuazione. Il telefono squilla ad ogni ora. Non ho più pace. L'altro giorno ho dovuto chiamare il dottore per un calmante. Non mi ricordo più da quando non dormo». 

Quando ha visto l'ultima volta suo fratello?

«Era il 1997. Era morto mio fratello Guglielmo, direttore delle Poste, e Mimmo  scese a Catanzaro per i suoi funerali. Però stranamente alla fine della celebrazione eucaristica non venne nè a casa nè al cimitero dove portammo la salma prima della tumulazione che avvenne qualche giorno dopo. Tornò a Napoli subito. Non si fermò neppure un giorno. Qualche anno prima, era la fine degli anni Ottanta ero  andato a Napoli   nella sua casa di Via Salita S. Antonio perché avevo saputo dei problemi psicologici di mia cognata. In una di queste visite mi è capitato di aprire un armadio e di trovarmi di fronte ad una serie di ripiani zeppi di medicinali. Anche nella spazzatura ho trovato iniezioni usate». 

Dopo il 1997  non lo rivide più?

«Ci fu un'altra occasione. Mi telefonò un giorno e mi disse che  si sposava la figlia Maria. Era sempre il 1997. Non mi mandò nessun invito scritto, come si fa generalmente quando si vuole invitare qualcuno ad un matrimonio. Solo  una telefonata. In quella occasione quasi mi pregò di partecipare al matrimonio  dicendomi che se io non fossi andato   non c'era nessuno della sua famiglia e che questo gli sarebbe dispiaciuto molto». 

E lei andò?

«Mi sembrava scortese rifiutare l'invito e io e mia mamma, aveva  partimmo. Ma quando arrivammo anziché ospitarci a casa sua ci accompagnò in albergo. Una cosa che dispiacque molto a me ma sopratutto a  mia mamma, che aveva 85 e pensava che magari in quell'occasione potevamo stare un pò di tempo insieme con Domenico». 

Poi non lo rivide più?

«No. Ma eravamo abituati a non vederlo.  Mimmo lasciò la sua famiglia  dopo aver conseguito il diploma di Maturità classica, nel 1957. Era bravissimo a scuola. Si trasferì a Napoli per studiare all'Università e noi lo vedevamo sempre meno spesso. Mio fratello Guglielmo, che era il più grande, gli mandava 15.000 lire al mese. A quel tempo non c'erano i telefonini e certo non c'era l'agiatezza di oggi. I soldi erano sempre pochi. Per una famiglia come la mia  eravamo sei fratelli, due sono morti, i sacrifici erano tanti. Ma non ci è mai mancato niente». 

Lei ha cercato di contattarlo?

«Più di una volta ho cercato di sentirlo ma il numero di telefono  che mi aveva dato una volta,  era inesistente. Si sentiva minacciato. Ricordo che per 4, 5 volte a casa di Baia Verde andarono i ladri.  Fino a qualche giorno fa non sapevo neanche dove abitasse. Non avevo idea dove stesse anche perché lui faceva la spola tra la sua casa di  Napoli e la villetta di Baia verde. Proprio in questi ultimi giorni ho smosso mare e monti per sapere il suo indirizzo perché volevo mandargli un telegramma. Perché  se magari al telefono non risponde, la posta la prende e quindi ero sicuro che il mio pensiero gli arrivasse. Lunedì quando i carabinieri mi hanno dato  l’indirizzo, via Raffaello Sanzio 45, a  ho preso carta e penna e gli scritto».

E cosa gli ha scritto?

«Glielo leggo: “Anche se per il tuo lavoro essendo medico presso il carcere di Poggioreale come direttore sanitario sei stato minacciato dalla camorra di Salerno o Napoli,  è meglio morire  che chiudersi nel guscio e diventare un barbone o un clochard. Tu hai 72 anni, la tua vita te la sei fatta  mentre le altre, e tu sai chi sono, una è più grande di te di due anni, l'altra molto piccola che deve farsi la sua vita. E non parlare dicendo dove sono andate a finire non è bene. Il bene è una cosa, l'interesse è un altro”». 

Cosa gli ha voluto dire?

«Che deve dire la verità. Perché chi ha commesso questa azione così criminosa la deve pagare. Io ho la morte nel cuore. Ancora non ci credo che tutto questo possa essere accaduto».

 

Come ricorda suo fratello? 

«Era veramente un bravo ragazzo. Rispettoso. Non iniziava a mangiare se tutti non eravamo seduti a tavola e mai prima che mia madre gli avesse messo la pietanza nel piatto. Era sempre sorridente e  garbato. Ora che l'ho visto in televisione  quasi quasi non lo riconoscevo».

E sua cognata Elisabetta?

«Noi la chiamavamo Tina. Era una brava ragazza. Anche se aveva qualche problema psicologico. Era cresciuta con gli zii. La sua mamma era morta sotto i suoi occhi durante un bombardamento. Se l’è vista morire tra le braccia». 

E Maria?

«Mariella era una bella persona. Sorridente, vivace». 

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