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L'altra faccia della sciagura di Rossano
«Sfruttati e costretti a vivere in baracche»

Calabria

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ROSSANO – Storie di sfruttamento che raccontano un’altra faccia della strage di Rossano, che ha stroncato la vita di sei lavoratori rumeni. Mentre le inchieste della Polizia sulla vicenda degli operatori di pompe funebri hanno portato alla sospensione delle licenze, dalla Romania i familiari, gli amici delle vittime e chi per mesi ha condiviso le giornate di duro lavoro nei campi parla e racconta delle condizioni misere, delle speranze di un ritorno in patria e di un inquietante silenzio imposto dai propietari terrieri. Cosmin Rinja parla davanti le telecamere di Stirile Pro Tv, la sezione news di una delle emittenti più note in Romania, Pro Tv appunto che ha messo in onda un servizio a firma di Catalina Vieru e Georgiana Baciu. Conosceva bene le vittime, perché fino a due settimane prima della tragedia ha lavorato con loro fianco a fianco. Cosmin dice di aver «sottoscritto un contratto con una azienda di Bucarest per svolgere la raccolta di agrumi in Italia», l’accordo prevedeva uno stipendio di 800 euro al mese. Soldi che sarebbero serviti per pagare il battesimo del figlio. Quando è arrivato in Italia ad ottobre si è scontrato invece con la dura realtà. Invece delle classiche otto ore pagate 25 euro, Cosmin racconta di pagamenti irrisori per 12 ore di lavoro al giorno. Dice anche che erano «costretti a vivere in una baracca vicino la stalla degli animali», e proprio dentro quella baracca ha conosciuto le sei vittime.
L’azienda di Bucarest avrebbe sottratto una percentuale dei guadagni giornalieri. Alla fine in tasca dei lavoratori non sarebbero arrivati più di 7-8 euro al giorno, ma l’obbligo del silenzio era fondamentale. Nessuno poteva parlare delle condizioni di lavoro vissute nei campi del rossanese. Cosmin alla fine non ha resistito più, ha comprato un biglietto ed è ritornato in patria. La stessa cosa avrebbero voluto fare le sei vittime, ma purtroppo ancora non avevano risparmiato abbastanza per pagarsi un biglietto. Davanti alle telecamere c’è anche la mamma di Georgel Cantea, ovvero l’autista del Doblò finito poi contro il treno. Eugenia Cantea dice di aver parlato con il figlio poche ore prima dell’incidente, il ragazzo avrebbe detto alla madre che non era possibile lamentarsi troppo delle condizioni di lavoro, perché «altrimenti sarebbero rimasti a stomaco vuoto». Un ricatto in piena regola. Ed è forse questo uno dei momenti più duri da digerire. La voce rotta dal dolore di Ion Buche, padre della ventiduenne Ionela Georgiana Buche, suona come un’accusa agli sfruttatori. Ma l’unica cosa che dice, mentre stringe con forza le foto della figlia perduta, è di stare «aspettando il suo ritorno». Intanto il ministero degli Esteri rumeno, in un comunicato stampa, ringrazia le forze dell’ordine intervenute per sedare la rissa tra necrofori e ribadisce la totale collaborazione con le autorità italiane per il rimpatrio. Ieri invece il presidente della Provincia Mario Oliverio ha ribadito, in un incontro con il capo della Protezione Civile Franco Gabrielli, che la Provincia pagherà le spese per il rimpatrio delle salme. Ma l’immagine di campagne di sfruttamento, lavoro nero e sottopagato, minacce e paura è molto probabilmente il fatto più inquietante di tutta la vicenda.
Eppure i propietari hanno immediatamente dichiarato che i lavoratori erano regolarmente assunti. Ma il racconto di chi ha vissuto per mesi a fianco delle vittime svela inquietanti particolari di una vita fatta di silenzio e schiavitù. Tutto questo per un pugno di denaro. E poi c’è anche la posizione di queste aziende che dalla Romania gestiscono il traffico di nuovi schiavi, che rivela un particolare ancora più fosco in questa già misera realtà dei lavoratori stagionali, perché dimostra pienamente la teoria che dietro allo sfruttamento del lavoro spesso si nascondono grandi aziende pronte ad offrire chimere con la promessa di uno stipendio accettabile.

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