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La carne, le Bentley e Totosì
Una storia - quasi - americana

Basilicata

Tempo di lettura: 
18 minuti 9 secondi
La carne, le Bentley e Totosì
Una storia - quasi - americana
L’incredibile ascesa di una famiglia originaria di Corato
Dalla 488 alla new economy passando per le carceri
di LEO AMATO
IN principio c’era nonno Giuseppe, che a Corato in Puglia agli inizi del 1900 possedeva diversi vigneti. La leggenda aziendale lo racconta alla guida di un calesse trainato da cavalli mentre si avvia per vendere il suo vino fino in Basilicata. Più avanti infatti si sarebbe spostato proprio ad Atella e da qui a Bella quindi a Muro Lucano, dove avrebbe incontrato la sua futura moglie e si sarebbe stabilito una volta per tutte. Anni dopo la guida dell’azienda di famiglia specializzata nella distribuzione delle carni sarebbe andata a suo figlio Gerardo, emigrante di ritorno dal Venezuela con quattro nipoti e un quinto in arrivo. Il tempo necessario perché imparassero a stare al mondo ed è infine arrivato anche il loro turno, così nel giro di qualche anno quello dei Tarricone è diventato un piccolo impero, con un piede sempre ben saldo nel settore dell’alimentare, ma interessi nei servizi per la pubblica amministrazione e nel business del gioco d’azzardo.
MIRACOLI DELLA 488/92
E’ una storia quasi americana quella dei fratelli che da Muro Lucano l’anno scorso sono arrivati a lanciare l’assalto alla gara dell’ente ippico per la trasmissione delle corse per i prossimi sei anni. “Quasi” perché oltreoceano non c’è uno sceneggiatore che possa immaginare cosa si nasconde dietro un numero barrato apparentemente insignificante: 488/92, come la legge per la concessione e l’erogazione di agevolazioni e finanziamenti alle attività produttive nelle aree sottoutilizzate e in particolare il mezzogiorno. Ed è proprio grazie a questa legge che nel 1999 comincia il secondo tempo della vita di Giuseppe, il maggiore omonimo del nonno, Vito, Carlo, Federico e il più piccolo Fabrizio. 
Il birrificio di Baragiano risaliva agli anni 80 quando a volerlo sarebbe stato il principe austriaco Windisgraetz della Famiglia Furstenberg, «che a sua volta acquisì il Gruppo Prinz Brau, che successivamente negli anni ‘90, con il Gruppo della Birra Moretti, furono acquisiti dal Gruppo Labatt». Così racconta la storia che ancora oggi si può trovare sul sito della Birra Morena. Infatti: «successivamente, il gruppo Moretti-Prinz Brau fu acquisito dall’Interbrau ed infine da Heineken», che avrebbe venduto lo stabilimento ai Tarricone. Per rilanciare l’attività dell’impianto sarebbe occorsa comunque un’iniezione di liquidità ed è qui che un progetto da quasi 50milioni di euro sulla carta si trasforma in uno stanziamento di 15 e un bonifico a febbraio del 2002 da poco meno di 4, prima che al Ministero si accorgessero che qualcosa non filava. Soldi che nessuno è mai riuscito a recuperare. 
Ad ogni modo «tutto il know-how e le stesse maestranze dello stabilimento» sarebbero state mantenute. Così prosegue il romanzo dei fratelli assurti nel frattempo a signori incontrastati dell’area di Balvano-Baragiano-Muro Lucano. Difficile scalfirli anche con le interrogazioni parlamentari tipo quella che a dicembre del 2003 chiedeva conto dell’impegno di ampliare i livelli occupazionali dello stabilimento. Cosa che in realtà non sarebbe mai avvenuta, quanto meno in pianta stabile. 
BIRRA MORENA  
Il marchio prescelto per l’ex birra Moretti non sarebbe passato inosservato. Birra Morena faceva il verso al signore coi baffi, solo che al posto del cappello a tesa stretta del borghese nel suo dopolavoro dall’etichetta brillavano gli occhi scuri di una bellezza mediterranea. Dopodiché è nata Drive beer. «La prima birra in regola col codice della strada», recitava lo slogan della campagna di marketing lanciata in grande stile nel 2006 con un testimonial d’eccezione come Giancarlo Fisichella, il pilota di formula 1. La sua faccia e la bottiglia fasciata con la bandiera a scacchi del giudice dell’arrivo nelle corse delle monoposto avrebbero occupato le televisioni, i manifesti in giro per le città di tutta Italia, i teli dei rimorchi trasportati su e giù per le autostrade. Per non parlare degli spot per la radio e i gadget di ogni sorta distribuiti nei grandi eventi sponsorizzati. L’autorità garante della concorrenza e del mercato sarebbe intervenuta per dire che si trattava di pubblicità ingannevole, dato che anche la Drive beer conteneva una piccola quantità di alcool, perciò bevendone abbastanza poteva portare alle stesse conseguenze di un sorso di grappa prima di mettersi al volante. Ma a quel punto il target pubblicitario era già stato raggiunto.
VITTO E SOPRAVVITTO
Intanto era nata anche un’altra società del gruppo, la Saep spa, che nel giro di tre anni (dal 2001 al 2004) sarebbe riuscita ad aggiudicarsi gli spacci interni di 26 carceri diversi in tutta Italia arrivando a un fatturato di 18 milioni e mezzo di euro, per soli 24mila di utili. Pochino, a pensarci bene, ma nessuno ci avrebbe fatto troppo caso. Quello che invece non sarebbe passato inosservato a un gruppo di detenuti di Bollate è che i prezzi praticati per i generi esclusi dal vitto garantito (il cosiddetto sopravvitto) erano superiori anche del 130% a quelli del supermercato più vicino. L’avrebbero pubblicato sul loro giornalino che a seguito di quell’inchiesta non sarebbe più uscito per cinque mesi a causa di contrasti con i vertici dell’istituto. Quindi intervista riparatoria a un dirigente della Saep e alla direttrice del carcere e poi tutto come prima. Con almeno una domanda inevasa come scriveva a dicembre del 2007 Adriano Todaro su www.girodivite.it in un pezzo meticoloso intitolato “Carcere. Meglio mangiare patate: la strana vicenda della Saep Spa”: «Per caso la Saep tiene forse artificiosamente alti i prezzi del sopravvitto per mantenere bassi quelli del vitto, mossa che le consente di vincere le gare d’appalto?» Vai a capirlo. Fatto sta che nel 2009 la società arriva a servire 29 carceri tra i quali anche tutti quelli lucani, in pratica un detenuto su sei in Italia. Il fatturato sale a 22 milioni e mezzo di euro e gli utili a 3. In più a novembre del 2011 Federica Seneghini su www.altreconomia.it aggiunge un particolare significativo del bilancio 2009 della Saep da cui risultano prese in leasing macchine di lusso per un valore totale di oltre 714mila euro iva esclusa -tra cui due Mercedes, una Bentley Continental Flying Spur, una Porsche 911 Turbo, una Maserati Granturismo e una Quattroporte 4.2.
IL COLPACCIO
Ma l’affare che avrebbe reso celebri in tutta Italia i fratelli Tarricone sarebbe stato un altro, destinato a passare negli annali della new economy. Nel 2008 Totosì, una società del gruppo fondata soltanto quattro anni prima, era già diventata leader italiano nel settore delle scommesse su internet, pioniere del servizio di accettazione telefonica e telematica di scommesse sportive e inventore gratta e vinci telematico. Oltre a una quota di mercato nel 2007 pari al 5% circa del totale del segmento delle scommesse sportive e del 17% nel segmento del gioco on-line, vantava 250mila conti di gioco registrati e 90mila clienti attivi, 3 concessioni “storiche” (una ippica e due sportive) e 6 diritti per l’attivazione di altrettanti punti vendita (12 corner e un negozio per la raccolta delle scommesse sportive, 2 corner e un negozio per la raccolta delle scommesse ippiche), situati principalmente in località ad alto potenziale del Sud Italia. L’anno prima la sua raccolta era stata di circa 150 milioni di euro. Così al termine di settimane di rumors i fratelli Tarricone sarebbero riusciti a vendere tutto per una cifra inimmaginabile fino a poco tempo prima: 41 milioni di euro dal colosso Lottomatica (8.000 dipendenti distribuiti su oltre 60 paesi in tutto il mondo); oltre alla consacrazione che spetta solo ai guru e ai visionari.  
BETFLAG
Per questo l’anno dopo quando è nata l’ultima creatura dei fratelli la notizia ha fatto immediatamente il giro dei siti e dei giornali nazionali. “Betflag.com” si sarebbe proposto come una piattaforma di nazionalità maltese per il gioco on-line. Poi però sarebbe rientrato in Italia, cambiando il “.com” in “.it” e offrendo «scommesse sportive, scommesse sui cavalli, poker, casinò, bingo, giochi di abilità, concorsi a pronostico, Win for Life, Gratta e Vinci on line e Superenalotto». La sfida però era un’altra: rivoluzionare l’ippica vincendo l’appalto per la trasmissione delle corse e creando la prima Tv ippica visibile in chiaro da un comune televisore. «Copertura massima in ogni ippodromo con approfondimenti, interventi degli esperti, pre-corsa, corsa e dopo corsa». Così il programma annunciato all’Ansa a ottobre dell’anno scorso. «Tutto accompagnato dai commenti degli esperti. E poi la volontà di entrare nel digitale terrestre per abbracciare un’altra fetta di appassionati». Solo che Davide nella vita vera non sempre riesce a battere Golia, quindi l’offerta di Betflag sarebbe stata respinta e nemmeno i ricorsi al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato avrebbero sortito l’effetto contrario. La loro battaglia comunque va avanti e soltanto due settimane fa da Londra è arrivata una dichiarazione infuocata. «Forse una serrata di tutte le agenzie ippiche servirebbe a dare un segnale importante ad un settore che sta rallentando in maniera preoccupante» Parole di Carlo Tarricone, amministratore delegato di Betflag, che si presenta come l’operatore numero uno in Italia per quanto riguarda l’ippica on line. «Con pochi campi partenti e la gravissima situazione di stallo che sta coinvolgendo l’ippica italiana, diventa sempre più difficile l’opera di sostegno e rilancio del settore. Ci vuole un segnale forte e per questo che quella che può sembrare una provocazione, cioè la serrata delle agenzie, potrebbe invece contribuire a smuovere le acque e far si che chi di dovere prenda in mano la situazione e ci dia gli strumenti per salvare l’ippica. Noi, come abbiamo dimostrato raddoppiando le entrare del settore dell’ippica on line, siamo pronti». 
IL BIRRA-BOND
Per completezza bisognerebbe parlare anche della cassa murese, di Prestosì, e del tentativo di ripetere con l’intermediazione finanziaria il successo nel gioco online. Ma alla fine non è stato così. Vito Tarricone sarebbe finito nel mirino degli ispettori della Banca d’Italia e al Corriere della Sera, a maggio del 2010, qualcuno ha coniato persino il termine “birra-bond”, ironizzando su un’offerta per il collocamento di titoli obbligazionari a un interesse a dir poco notevole. «Si indebitano al 6,29% per poi prestare a tassi superiori», spiegavano Mario Gerevini e Giuliana Ferraino. Loro quella del “birra bond” non l’hanno proprio bevuta. 

In principio c’era nonno Giuseppe, che a Corato in Puglia agli inizi del 1900 possedeva diversi vigneti. La leggenda aziendale lo racconta alla guida di un calesse trainato da cavalli mentre si avvia per vendere il suo vino fino in Basilicata. Più avanti infatti si sarebbe spostato proprio ad Atella e da qui a Bella quindi a Muro Lucano, dove avrebbe incontrato la sua futura moglie e si sarebbe stabilito una volta per tutte. 

Anni dopo la guida dell’azienda di famiglia specializzata nella distribuzione delle carni sarebbe andata a suo figlio Gerardo, emigrante di ritorno dal Venezuela con quattro nipoti e un quinto in arrivo. Il tempo necessario perché imparassero a stare al mondo ed è infine arrivato anche il loro turno, così nel giro di qualche anno quello dei Tarricone è diventato un piccolo impero, con un piede sempre ben saldo nel settore dell’alimentare, ma interessi nei servizi per la pubblica amministrazione e nel business del gioco d’azzardo.
MIRACOLI DELLA 488/92
E’ una storia quasi americana quella dei fratelli che da Muro Lucano l’anno scorso sono arrivati a lanciare l’assalto alla gara dell’ente ippico per la trasmissione delle corse per i prossimi sei anni. “Quasi” perché oltreoceano non c’è uno sceneggiatore che possa immaginare cosa si nasconde dietro un numero barrato apparentemente insignificante: 488/92, come la legge per la concessione e l’erogazione di agevolazioni e finanziamenti alle attività produttive nelle aree sottoutilizzate e in particolare il mezzogiorno. Ed è proprio grazie a questa legge che nel 1999 comincia il secondo tempo della vita di Giuseppe, il maggiore omonimo del nonno, Vito, Carlo, Federico e il più piccolo Fabrizio.
 Il birrificio di Baragiano risaliva agli anni 80 quando a volerlo sarebbe stato il principe austriaco Windisgraetz della Famiglia Furstenberg, «che a sua volta acquisì il Gruppo Prinz Brau, che successivamente negli anni ‘90, con il Gruppo della Birra Moretti, furono acquisiti dal Gruppo Labatt». Così racconta la storia che ancora oggi si può trovare sul sito della Birra Morena. Infatti: «successivamente, il gruppo Moretti-Prinz Brau fu acquisito dall’Interbrau ed infine da Heineken», che avrebbe venduto lo stabilimento ai Tarricone. Per rilanciare l’attività dell’impianto sarebbe occorsa comunque un’iniezione di liquidità ed è qui che un progetto da quasi 50milioni di euro sulla carta si trasforma in uno stanziamento di 15 e un bonifico a febbraio del 2002 da poco meno di 4, prima che al Ministero si accorgessero che qualcosa non filava. Soldi che nessuno è mai riuscito a recuperare. Ad ogni modo «tutto il know-how e le stesse maestranze dello stabilimento» sarebbero state mantenute. Così prosegue il romanzo dei fratelli assurti nel frattempo a signori incontrastati dell’area di Balvano-Baragiano-Muro Lucano. Difficile scalfirli anche con le interrogazioni parlamentari tipo quella che a dicembre del 2003 chiedeva conto dell’impegno di ampliare i livelli occupazionali dello stabilimento. Cosa che in realtà non sarebbe mai avvenuta, quanto meno in pianta stabile. 
BIRRA MORENA
 Il marchio prescelto per l’ex birra Moretti non sarebbe passato inosservato. Birra Morena faceva il verso al signore coi baffi, solo che al posto del cappello a tesa stretta del borghese nel suo dopolavoro dall’etichetta brillavano gli occhi scuri di una bellezza mediterranea. Dopodiché è nata Drive beer. 
«La prima birra in regola col codice della strada», recitava lo slogan della campagna di marketing lanciata in grande stile nel 2006 con un testimonial d’eccezione come Giancarlo Fisichella, il pilota di formula 1. La sua faccia e la bottiglia fasciata con la bandiera a scacchi del giudice dell’arrivo nelle corse delle monoposto avrebbero occupato le televisioni, i manifesti in giro per le città di tutta Italia, i teli dei rimorchi trasportati su e giù per le autostrade. Per non parlare degli spot per la radio e i gadget di ogni sorta distribuiti nei grandi eventi sponsorizzati. L’autorità garante della concorrenza e del mercato sarebbe intervenuta per dire che si trattava di pubblicità ingannevole, dato che anche la Drive beer conteneva una piccola quantità di alcool, perciò bevendone abbastanza poteva portare alle stesse conseguenze di un sorso di grappa prima di mettersi al volante. Ma a quel punto il target pubblicitario era già stato raggiunto.
VITTO E SOPRAVVITTO
Intanto era nata anche un’altra società del gruppo, la Saep spa, che nel giro di tre anni (dal 2001 al 2004) sarebbe riuscita ad aggiudicarsi gli spacci interni di 26 carceri diversi in tutta Italia arrivando a un fatturato di 18 milioni e mezzo di euro, per soli 24mila di utili. Pochino, a pensarci bene, ma nessuno ci avrebbe fatto troppo caso. Quello che invece non sarebbe passato inosservato a un gruppo di detenuti di Bollate è che i prezzi praticati per i generi esclusi dal vitto garantito (il cosiddetto sopravvitto) erano superiori anche del 130% a quelli del supermercato più vicino. 
L’avrebbero pubblicato sul loro giornalino che a seguito di quell’inchiesta non sarebbe più uscito per cinque mesi a causa di contrasti con i vertici dell’istituto. Quindi intervista riparatoria a un dirigente della Saep e alla direttrice del carcere e poi tutto come prima. 
Con almeno una domanda inevasa come scriveva a dicembre del 2007 Adriano Todaro su www.girodivite.it in un pezzo meticoloso intitolato “Carcere. Meglio mangiare patate: la strana vicenda della Saep Spa”: «Per caso la Saep tiene forse artificiosamente alti i prezzi del sopravvitto per mantenere bassi quelli del vitto, mossa che le consente di vincere le gare d’appalto?» Vai a capirlo. Fatto sta che nel 2009 la società arriva a servire 29 carceri tra i quali anche tutti quelli lucani, in pratica un detenuto su sei in Italia. Il fatturato sale a 22 milioni e mezzo di euro e gli utili a 3. In più a novembre del 2011 Federica Seneghini su www.altreconomia.it aggiunge un particolare significativo del bilancio 2009 della Saep da cui risultano prese in leasing macchine di lusso per un valore totale di oltre 714mila euro iva esclusa -tra cui due Mercedes, una Bentley Continental Flying Spur, una Porsche 911 Turbo, una Maserati Granturismo e una Quattroporte 4.2.
IL COLPACCIO
Ma l’affare che avrebbe reso celebri in tutta Italia i fratelli Tarricone sarebbe stato un altro, destinato a passare negli annali della new economy. Nel 2008 Totosì, una società del gruppo fondata soltanto quattro anni prima, era già diventata leader italiano nel settore delle scommesse su internet, pioniere del servizio di accettazione telefonica e telematica di scommesse sportive e inventore gratta e vinci telematico. 
Oltre a una quota di mercato nel 2007 pari al 5% circa del totale del segmento delle scommesse sportive e del 17% nel segmento del gioco on-line, vantava 250mila conti di gioco registrati e 90mila clienti attivi, 3 concessioni “storiche” (una ippica e due sportive) e 6 diritti per l’attivazione di altrettanti punti vendita (12 corner e un negozio per la raccolta delle scommesse sportive, 2 corner e un negozio per la raccolta delle scommesse ippiche), situati principalmente in località ad alto potenziale del Sud Italia. L’anno prima la sua raccolta era stata di circa 150 milioni di euro. 
Così al termine di settimane di rumors i fratelli Tarricone sarebbero riusciti a vendere tutto per una cifra inimmaginabile fino a poco tempo prima: 41 milioni di euro dal colosso Lottomatica (8.000 dipendenti distribuiti su oltre 60 paesi in tutto il mondo); oltre alla consacrazione che spetta solo ai guru e ai visionari.  
BETFLAG
Per questo l’anno dopo quando è nata l’ultima creatura dei fratelli la notizia ha fatto immediatamente il giro dei siti e dei giornali nazionali. “Betflag.com” si sarebbe proposto come una piattaforma di nazionalità maltese per il gioco on-line. Poi però sarebbe rientrato in Italia, cambiando il “.com” in “.it” e offrendo «scommesse sportive, scommesse sui cavalli, poker, casinò, bingo, giochi di abilità, concorsi a pronostico, Win for Life, Gratta e Vinci on line e Superenalotto». La sfida però era un’altra: rivoluzionare l’ippica vincendo l’appalto per la trasmissione delle corse e creando la prima Tv ippica visibile in chiaro da un comune televisore. «Copertura massima in ogni ippodromo con approfondimenti, interventi degli esperti, pre-corsa, corsa e dopo corsa». Così il programma annunciato all’Ansa a ottobre dell’anno scorso. 
«Tutto accompagnato dai commenti degli esperti. E poi la volontà di entrare nel digitale terrestre per abbracciare un’altra fetta di appassionati». Solo che Davide nella vita vera non sempre riesce a battere Golia, quindi l’offerta di Betflag sarebbe stata respinta e nemmeno i ricorsi al Tar del Lazio e al Consiglio di Stato avrebbero sortito l’effetto contrario. La loro battaglia comunque va avanti e soltanto due settimane fa da Londra è arrivata una dichiarazione infuocata. 
«Forse una serrata di tutte le agenzie ippiche servirebbe a dare un segnale importante ad un settore che sta rallentando in maniera preoccupante» Parole di Carlo Tarricone, amministratore delegato di Betflag, che si presenta come l’operatore numero uno in Italia per quanto riguarda l’ippica on line. «Con pochi campi partenti e la gravissima situazione di stallo che sta coinvolgendo l’ippica italiana, diventa sempre più difficile l’opera di sostegno e rilancio del settore. Ci vuole un segnale forte e per questo che quella che può sembrare una provocazione, cioè la serrata delle agenzie, potrebbe invece contribuire a smuovere le acque e far si che chi di dovere prenda in mano la situazione e ci dia gli strumenti per salvare l’ippica. Noi, come abbiamo dimostrato raddoppiando le entrare del settore dell’ippica on line, siamo pronti». 
IL BIRRA-BOND
Per completezza bisognerebbe parlare anche della cassa murese, di Prestosì, e del tentativo di ripetere con l’intermediazione finanziaria il successo nel gioco online. Ma alla fine non è stato così. Vito Tarricone sarebbe finito nel mirino degli ispettori della Banca d’Italia e al Corriere della Sera, a maggio del 2010, qualcuno ha coniato persino il termine “birra-bond”, ironizzando su un’offerta per il collocamento di titoli obbligazionari a un interesse a dir poco notevole. «Si indebitano al 6,29% per poi prestare a tassi superiori», spiegavano Mario Gerevini e Giuliana Ferraino. Loro quella del “birra bond” non l’hanno proprio bevuta. 

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