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La pistola ritrovata a Potenza
Una perizia dei Ris esclude il mostro di Firenze

Basilicata

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15 minuti 2 secondi

 

La pistola del mostro a Potenza 
Perché è soltanto una bufala
Il giallo dell'arma ritrovata in Tribunale a Potenza e la pista del serial killer di Firenze: la nota dei Ris che a novembre del 2011 esclude che l’arma sia quella venduta in Sardegna
di LEO AMATO
Una pistola dello stesso calibro ma di munizionamento più corto. Una nota del Ris di Roma che dice una cosa, ma tagliata e ricucita in maniera opportuna sembra affermare tutto il contrario. Un’omonimia. Voci di addetti ai lavori senza volto ed è fatta. Tanto se è falso a chi vuoi che importi?
Ormai ha raggiunto i contorni della bufala la notizia del possibile rinvenimento della pistola del Mostro di Firenze negli uffici dell’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri di Potenza. A confezionarla e rilanciarla con convinzione per tre giorni consecutivi la Gazzetta del Mezzogiorno, che a partire dall’inchiesta avviata nel 2010 sul ritrovamento dell’arma e conclusa di recente ha deciso di avventurarsi verso l’impensabile e oltre. Possibile che la Beretta 950 di Potenza abbia lasciato i bossoli .22lr Winchester, ritrovati sui luoghi dei 18 omicidi del Mostro? No, perché può sparare solo cartucce .22 short. Eppure il collegamento tra questa e la scia di delitti che ha insanguinato la provincia di Firenze dev’essere apparso irresistibile. Di fatto l’eco che ha suscitato a livello nazionale spiega anche bene il perché.
Invece le carte parlano chiaro, e per capirlo basta leggerle con un po’ di attenzione. A marzo del 2010, poco prima che il fascicolo gli fosse sfilato, era stato l’ex capo dell’aliquota di pg dei carabinieri di Potenza a effettuare i primi accertamenti sulla matricola della pistola: una lettera e 5 cifre di cui una, la prima cancellata. Perciò: “C#3322”. 
Simulando tutte le combinazioni numeriche è emerso che di armi di quel tipo ne erano state prodotte cinque, così sono partite richieste di informazioni per ciascuna delle località italiane dove sono risultate vendute. Nel frattempo però l’indagine è passata di mano e la pistola è arrivata nei laboratori del Ris di Roma dove “è stata sottoposta al trattamento con adatti reagenti chimici di varia natura e potenza reattiva”. Il risultato è stato che al posto della cifra cancellata nella metà inferiore è emerso un segno “ad andamento curvilineo”. Quindi le opzioni in campo sono state ristrette a un 3, un 5, un 6, un 8, un 9 e uno 0. Intanto però era partita anche una richiesta di informazioni alle officine Beretta di Gardone Val Trompia, che hanno fatto sapere di aver prodotto soltanto cinque pistole nel 1960 dalla matricola (l’anno indicato nella punzonatura sul fusto della pistola, ndr) “con gli ultimi quattro componenti le cifre 3322”. Incrociando quest’ultima informazione con la prima i Ris di Roma sono quindi arrivati a una conclusione ben definita.  Considerato che “dal risultato degli esami fisico-chimico svolti è da escludere come secondo componente qualsiasi cifra ad andamento asteggiato quale 1, 2, 4, e 7, si ritiene con ogni verosimiglianza di poter affermare che l’arma in esame sia contrassegnata da uno dei due numeri di matricola: C33322 venduta dalla Beretta all’armeria Franchillucci Remo di Roma, e C53322 venduta dall’armeria De Rosa Michele di Agropoli”. 
La nota è del 21 novembre del 2011 e taglia la testa al toro. Ma in procura sarebbero arrivate comunque le risposte dai comandi dei carabinieri interpellati quando a condurre le indagini era ancora il capo dell’aliquota di pg di Potenza inserite agli atti per quanto non avessero più importanza. E tra queste c’è quella per la pistola C13322 venduta a Sassari che secondo la Gazzetta del Mezzogiorno sarebbe finita in mano “a un certo Salvatore Aresti amico di Salvatore Vinci, uno degli indagati della pista sarda che lo stesso anno si era trasferito a Firenze”. Peccato che l’Aresti citato nell’inchiesta sul Mostro si chiamasse Franco, come precisato al Quotidiano da uno dei periti della difesa di Pacciani. Peccato anche che i Ris avessero già escluso le cifre ad “andamento asteggiato” come l’1 dalle combinazioni possibili per ricostruire la matricola dell’arma. Peccato pure che si tratti sempre e soltanto di una Beretta 950 capace di sparare solo colpi .22 short, mentre l’arma del Mostro ha seminato la provincia di Firenze di bossoli .22lr, lunghi quasi il doppio, ed è stata a lungo indicata come una Beretta della serie 70 perdipiù a canna lunga. Ma a chi vuoi che importi?
Piuttosto può fare gioco evidenziare un altro passaggio della nota del 21 novembre del 2011, dove si spiega che a seguito di una prova sparo non è stato possibile inserire nella banca data balistica interforze “Ibis” le impronte del proiettile sperimentale utilizzato “in quanto le stesse si presentavano non conformi allo standard di acquisizione del sistema (rigature inferiori a 1,0 mm)”. E un altro ancora della lettera di accompagnamento alla stessa nota in cui il comandante del Ris di Roma fa una premessa metodologica sui limiti di attendibilità della banca data Ibis, “per il perdurare di problematiche di manutenzione e assistenza tecnica del server”. Motivo per cui “il relativo database potrebbe non essere aggiornato con gli inserimenti realmente effettuati”. In pratica c’è il rischio che per i fatti criminali più recenti dove sono comparsi bossoli di .22 short sia impossibile effettuare una comparazione perché il database è rimasto indietro. Peccato che gli ultimi attribuibili al Mostro risalgano al 1985. E poi che i bossoli del Mostro fossero sempre .22 lunghi, per cui la comparazione non servirebbe comunque a nulla. Ma c’è dell’altro. 
Il motivo per cui la banca data Ibis ha dato risposta negativa all’interrogazione effettuata dai carabinieri secondo la Gazzetta del Mezzogiorno sarebbe da ricercare nelle rigature sul proiettile sperimentale utilizzato per la prova sparo che non sono risultate conformi allo standard di acquisizione. Peccato che l’interrogazione in questione sia stata effettuata sui bossoli, dove l’impronta c’era eccome. Lo dice la stessa nota citata, sempre quella del 21 novembre 2011, nel periodo immediatamente precedente a quello riportato con tanta enfasi. Possibile non averlo notato? D’altronde chi un po’ se ne intende sa bene che per pistole “camerate” .22 short il dato sulle rigature dei proiettili esplosi è sempre poco attendibile perché essendo colpi poco potenti restano molto superficiali, e a volte per questo nemmeno viene considerato. 
Falsa dunque l’affermazione sulle indagini in corso da parte dei Ris in Toscana, e falsa pure la notizia sull’accertamento effettuato dall’Arma di Salerno sulla pistola venduta ad Agropoli nel 1965 che sarebbe stata “distrutta”, restringendo “il cerchio” delle indagini a 4 esemplari in circolazione tra cui quello venduto in Sardegna. Se mai esistesse il “cerchio” sarebbe già ristretto a 2. E’ sempre la stessa nota citata a spiegarlo se la si legge per quello che dice realmente.   
Quanto invece all’avvenuta “distruzione” parla un’informativa di febbraio del 2012 a firma del capitato Antonio Milone, che si è occupato del caso senza lasciare nulla di intentato su delega dei pm Laura Triassi e Sergio Marotta.  L’arma venduta ad Agropoli nel 1965 risulta infatti consegnata ai carabinieri di Capaccio soltanto due anni più tardi quando a causa di una forma acuta di «alienazione mentale» è stato revocato il porto d’armi al suo proprietario. Da una ricerca nell’archivio della locale stazione è venuto fuori anche un documento del 1969, per l’esattezza una lettera di trasmissione, che attesta il deposito dell’arma da parte dei militari alla Direzione di artiglieria di Napoli. Ma di verbali di avvenuta consegna o annotazioni di ricevuta nemmeno l’ombra. Tantomeno nei depositi dell’ex direzione di artiglieria: «In mancanza del verbale di versamento dell’arma – conclude Milone - quell’ente non è in grado di fornire le informazioni richieste, ovvero se l’arma sia stata effettivamente versata stante anche l’epoca del presunto versamento risalente a oltre 40 anni addietro». Altro che distruzione. E altro che confronto “necessario” della pistola ritrovata a Potenza con i proiettili custoditi dalla procura di Firenze, come scrive sempre la Gazzetta. Si può pensare sul serio che serva un confronto tra i bossoli .22 short della prima e i .22 lunghi seminati dalla seconda – ancora introvabile - con la leggendaria H impressa sul fondello? A meno di non credere che il Mostro abbia colpito con un’arma e poi lasciato apposta in giro i bossoli di un’altra per depistare le indagini. Alla fine è pur sempre di fondelli che si tratta. C’è chi li semina, chi li prende e chi ci prende qualcuno. Senza aspettare nemmeno che arrivi il primo aprile.      

Una pistola dello stesso calibro ma di munizionamento più corto. Una nota del Ris di Roma che dice una cosa, ma tagliata e ricucita in maniera opportuna sembra affermare tutto il contrario. Un’omonimia. Voci di addetti ai lavori senza volto ed è fatta. Tanto se è falso a chi vuoi che importi?Ormai ha raggiunto i contorni della bufala la notizia del possibile rinvenimento della pistola del Mostro di Firenze negli uffici dell’aliquota di polizia giudiziaria dei carabinieri di Potenza. 

 

A confezionarla e rilanciarla con convinzione per tre giorni consecutivi la Gazzetta del Mezzogiorno, che a partire dall’inchiesta avviata nel 2010 sul ritrovamento dell’arma e conclusa di recente ha deciso di avventurarsi verso l’impensabile e oltre. Possibile che la Beretta 950 di Potenza abbia lasciato i bossoli .22lr Winchester, ritrovati sui luoghi dei 18 omicidi del Mostro? No, perché può sparare solo cartucce .22 short. 

Eppure il collegamento tra questa e la scia di delitti che ha insanguinato la provincia di Firenze dev’essere apparso irresistibile. Di fatto l’eco che ha suscitato a livello nazionale spiega anche bene il perché.Invece le carte parlano chiaro, e per capirlo basta leggerle con un po’ di attenzione. A marzo del 2010, poco prima che il fascicolo gli fosse sfilato, era stato l’ex capo dell’aliquota di pg dei carabinieri di Potenza a effettuare i primi accertamenti sulla matricola della pistola: una lettera e 5 cifre di cui una, la prima cancellata. Perciò: “C#3322”. Simulando tutte le combinazioni numeriche è emerso che di armi di quel tipo ne erano state prodotte cinque, così sono partite richieste di informazioni per ciascuna delle località italiane dove sono risultate vendute. 

Nel frattempo però l’indagine è passata di mano e la pistola è arrivata nei laboratori del Ris di Roma dove “è stata sottoposta al trattamento con adatti reagenti chimici di varia natura e potenza reattiva”. Il risultato è stato che al posto della cifra cancellata nella metà inferiore è emerso un segno “ad andamento curvilineo”. 

Quindi le opzioni in campo sono state ristrette a un 3, un 5, un 6, un 8, un 9 e uno 0. Intanto però era partita anche una richiesta di informazioni alle officine Beretta di Gardone Val Trompia, che hanno fatto sapere di aver prodotto soltanto cinque pistole nel 1960 dalla matricola (l’anno indicato nella punzonatura sul fusto della pistola, ndr) “con gli ultimi quattro componenti le cifre 3322”. Incrociando quest’ultima informazione con la prima i Ris di Roma sono quindi arrivati a una conclusione ben definita.  Considerato che “dal risultato degli esami fisico-chimico svolti è da escludere come secondo componente qualsiasi cifra ad andamento asteggiato quale 1, 2, 4, e 7, si ritiene con ogni verosimiglianza di poter affermare che l’arma in esame sia contrassegnata da uno dei due numeri di matricola: C33322 venduta dalla Beretta all’armeria Franchillucci Remo di Roma, e C53322 venduta dall’armeria De Rosa Michele di Agropoli”. 

La nota è del 21 novembre del 2011 e taglia la testa al toro. Ma in procura sarebbero arrivate comunque le risposte dai comandi dei carabinieri interpellati quando a condurre le indagini era ancora il capo dell’aliquota di pg di Potenza inserite agli atti per quanto non avessero più importanza. E tra queste c’è quella per la pistola C13322 venduta a Sassari che secondo la Gazzetta del Mezzogiorno sarebbe finita in mano “a un certo Salvatore Aresti amico di Salvatore Vinci, uno degli indagati della pista sarda che lo stesso anno si era trasferito a Firenze”. Peccato che l’Aresti citato nell’inchiesta sul Mostro si chiamasse Franco, come precisato al Quotidiano da uno dei periti della difesa di Pacciani. 

Peccato anche che i Ris avessero già escluso le cifre ad “andamento asteggiato” come l’1 dalle combinazioni possibili per ricostruire la matricola dell’arma. Peccato pure che si tratti sempre e soltanto di una Beretta 950 capace di sparare solo colpi .22 short, mentre l’arma del Mostro ha seminato la provincia di Firenze di bossoli .22lr, lunghi quasi il doppio, ed è stata a lungo indicata come una Beretta della serie 70 perdipiù a canna lunga. Ma a chi vuoi che importi?Piuttosto può fare gioco evidenziare un altro passaggio della nota del 21 novembre del 2011, dove si spiega che a seguito di una prova sparo non è stato possibile inserire nella banca data balistica interforze “Ibis” le impronte del proiettile sperimentale utilizzato “in quanto le stesse si presentavano non conformi allo standard di acquisizione del sistema (rigature inferiori a 1,0 mm)”. 

E un altro ancora della lettera di accompagnamento alla stessa nota in cui il comandante del Ris di Roma fa una premessa metodologica sui limiti di attendibilità della banca data Ibis, “per il perdurare di problematiche di manutenzione e assistenza tecnica del server”. Motivo per cui “il relativo database potrebbe non essere aggiornato con gli inserimenti realmente effettuati”. In pratica c’è il rischio che per i fatti criminali più recenti dove sono comparsi bossoli di .22 short sia impossibile effettuare una comparazione perché il database è rimasto indietro. Peccato che gli ultimi attribuibili al Mostro risalgano al 1985. E poi che i bossoli del Mostro fossero sempre .22 lunghi, per cui la comparazione non servirebbe comunque a nulla. Ma c’è dell’altro. 

Il motivo per cui la banca data Ibis ha dato risposta negativa all’interrogazione effettuata dai carabinieri secondo la Gazzetta del Mezzogiorno sarebbe da ricercare nelle rigature sul proiettile sperimentale utilizzato per la prova sparo che non sono risultate conformi allo standard di acquisizione. Peccato che l’interrogazione in questione sia stata effettuata sui bossoli, dove l’impronta c’era eccome. Lo dice la stessa nota citata, sempre quella del 21 novembre 2011, nel periodo immediatamente precedente a quello riportato con tanta enfasi. Possibile non averlo notato? D’altronde chi un po’ se ne intende sa bene che per pistole “camerate” .22 short il dato sulle rigature dei proiettili esplosi è sempre poco attendibile perché essendo colpi poco potenti restano molto superficiali, e a volte per questo nemmeno viene considerato. Falsa dunque l’affermazione sulle indagini in corso da parte dei Ris in Toscana, e falsa pure la notizia sull’accertamento effettuato dall’Arma di Salerno sulla pistola venduta ad Agropoli nel 1965 che sarebbe stata “distrutta”, restringendo “il cerchio” delle indagini a 4 esemplari in circolazione tra cui quello venduto in Sardegna. Se mai esistesse il “cerchio” sarebbe già ristretto a 2. E’ sempre la stessa nota citata a spiegarlo se la si legge per quello che dice realmente.   

Quanto invece all’avvenuta “distruzione” parla un’informativa di febbraio del 2012 a firma del capitato Antonio Milone, che si è occupato del caso senza lasciare nulla di intentato su delega dei pm Laura Triassi e Sergio Marotta.  L’arma venduta ad Agropoli nel 1965 risulta infatti consegnata ai carabinieri di Capaccio soltanto due anni più tardi quando a causa di una forma acuta di «alienazione mentale» è stato revocato il porto d’armi al suo proprietario. 

Da una ricerca nell’archivio della locale stazione è venuto fuori anche un documento del 1969, per l’esattezza una lettera di trasmissione, che attesta il deposito dell’arma da parte dei militari alla Direzione di artiglieria di Napoli. Ma di verbali di avvenuta consegna o annotazioni di ricevuta nemmeno l’ombra. Tantomeno nei depositi dell’ex direzione di artiglieria: «In mancanza del verbale di versamento dell’arma – conclude Milone - quell’ente non è in grado di fornire le informazioni richieste, ovvero se l’arma sia stata effettivamente versata stante anche l’epoca del presunto versamento risalente a oltre 40 anni addietro». 

Altro che distruzione. E altro che confronto “necessario” della pistola ritrovata a Potenza con i proiettili custoditi dalla procura di Firenze, come scrive sempre la Gazzetta. Si può pensare sul serio che serva un confronto tra i bossoli .22 short della prima e i .22 lunghi seminati dalla seconda – ancora introvabile - con la leggendaria H impressa sul fondello? A meno di non credere che il Mostro abbia colpito con un’arma e poi lasciato apposta in giro i bossoli di un’altra per depistare le indagini. Alla fine è pur sempre di fondelli che si tratta. C’è chi li semina, chi li prende e chi ci prende qualcuno. Senza aspettare nemmeno che arrivi il primo aprile.      

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