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«Undici giorni molto difficili. Occidente indifferente al conflitto»
Il racconto del giornalista calabrese rapito in Siria

Calabria

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CETRARO (Cosenza) -  Amedeo Ricucci sarà a Cetraro, suo paese d'origine, già nei prossimi giorni e la città si prepara ad accoglierlo con entusiasmo, così come anticipato, del resto, dallo stesso sindaco, Giuseppe Aieta, che, per l'occasione, ha già previsto la convocazione di un Consiglio comunale straordinario e aperto, al fine di far sentire al giornalista reduce dalla recente brutta esperienza in Siria e alla sua famiglia tutto l'affetto che i suoi concittadini nutrono per lui. Nel frattempo, Ricucci ci ha gentilmente concesso una esclusiva intervista, raggiunto telefonicamente nella sua casa romana. 

La zona in cui siete stati trattenuti è attualmente una della più pericolose al mondo, teatro di scontri tra opposte fazioni, solitamente poco inclini al dialogo con gli occidentali. Quando siete stati fermati, qual è stato il vostro primo pensiero? 
«Fino a qualche mese fa ti avrei risposto che la Siria non era un posto fra i più pericolosi al mondo. Apparentemente, lo scenario di guerra siriano era, tempo fa, uno scenario come tutti gli altri, con una rivolta di un popolo contro una dittatura, che si abbarbicava al potere in tutti i modi possibili, bombardando e uccidendo i suoi oppositori. La situazione si è man mano imbarbarita, con il passare dei mesi (bisogna tener presente che la guerra in Siria è iniziata il 15 marzo del 2011, quindi siamo ormai oltre il secondo anno) ed è questo che fa la differenza rispetto a tutte le altre “primavere arabe” che ci sono state in Tunisia, in Egitto, in Libia, in Yemen e in molti Paesi arabi. Quella siriana è stata la situazione più drammatica, che ha fatto il più gran numero di morti, feriti e distruzioni. Già in ottobre, quando noi siamo stati nella regione di Aleppo per realizzare un precedente progetto, che era un progetto sia sul web, cioè su rete, sia per un reportage televisivo, siamo stati testimoni di bombardamenti indiscriminati sulla popolazione civile in tutta l'area che era controllata dall'esercito siriano libero, una delle fazioni in lotta, vale a dire l'esercito di chi si è ribellato alla dittatura di Bashar Al Assad. In realtà, in Siria esistono diverse fazioni, ma tra queste c'è una differenza fondamentale. C'è una dittatura, che è un regime militare pesantemente armato, che non vuole lasciare il potere, e c'è una popolazione civile che all'inizio, per mesi e mesi, ha manifestato pacificamente per le strade, chiedendo libertà e giustizia, libertà e democrazia, con l'esercito che sparava sulle manifestazioni di massa. Ci sono state decine di migliaia di morti, finché il popolo non ce l'ha fatta più e ha cominciato ad armarsi, per difendere le manifestazioni, per difendere le loro famiglie, per difendere i loro villaggi. È così che si è creato l'esercito siriano libero, composto in stragrande maggioranza da soldati che prima militavano nell'esercito nazionale e poi si sono stancati di vedere le proprie famiglie uccise. Con il passare dei mesi, non essendoci alcun intervento internazionale, con una tragedia che si consumava nell'indifferenza totale, oltre all'esercito siriano libero sono intervenute altre forze a sostegno della rivolta siriana, ma con obiettivi diversi: sono le cosiddette forze islamiste, tra le quali il gruppo che ci ha “rapiti” , “fermati”, o come si preferisce dire, il gruppo jihadista Jabat an Nusra. Oltre all'esercito siriano libero, che costituisce il grosso delle forze armate che combattono contro il regime di Assad, si sono, quindi, con il passare del tempo, coagulate delle forze che nulla hanno a che vedere con le esigenze di aspirazioni alla libertà e alla democrazia del popolo siriano; sono forze islamiste che sono venute in soccorso dei fratelli siriani, ma che hanno un'agenda politico-militare che travalica il contesto siriano, che mira all'instaurazione di uno Stato islamico mondiale. Sono forze che si credono ispirate da Allah e che hanno già combattuto contro gli occidentali in Afghanistan, in Iraq, in Mali negli ultimi mesi, e che, quindi, sono animate da sentimenti antioccidentali, anticristiani e antidemocratici. È in mano a uno di questi gruppi che noi siamo purtroppo capitati. E' stato casuale l'incontro con questi gruppi, che, quando sono stato in Siria lo scorso novembre, avevano un peso molto minore rispetto al grosso dei combattenti siriani, mentre adesso hanno un peso sempre più importante. Il fatto che questi gruppi siano presenti in maniera sempre più massiccia è il frutto dell'indifferenza della comunità internazionale, che non ha dato una mano al popolo siriano. Siamo noi anche responsabili del fatto che queste forze sono accorse massicciamente in Siria. Hanno preso il controllo di diverse zone, combattono in maniera molto professionale, perché godono di finanziamenti occulti e, quindi, dispongono di armi che, invece, i ribelli siriani non hanno e, pertanto, avendo il controllo del territorio, possono dettare legge anche ai siriani, che sono a casa loro. Quando eravamo, in ottobre, ad Aleppo, abbiamo incrociato questi gruppi, che allora non erano così potenti e che evitavano il contatto con i giornalisti occidentali; non volevano farsi filmare e non volevano che noi documentassimo le loro attività, ma avevano un'aggressività abbastanza bassa. Adesso, purtroppo, la situazione è cambiata; non eravamo al corrente di questo cambiamento, non lo erano neppure i siriani che lavoravano con noi e che erano della zona. Noi abbiamo lavorato come gruppo con una serie di collaboratori siriani di provata esperienza, provenienti da famiglie importanti della zona, di un certo ceto sociale. Loro stessi si sono stupiti di quanto potere avessero raggiunto questi gruppi islamisti che ci hanno fermato, loro stessi sono stati trattenuti e bloccati con noi e sono stati liberati solo alcuni giorni prima della nostra liberazione. Quindi, diciamo che il nostro fermo, o sequestro (chiamatelo come volete), è stato un gesto inatteso, casuale, ma di una gravità eccezionale, che dimostra quanto sia pericoloso oggi lavorare in Siria. Purtroppo, è un circolo vizioso: della tragedia siriana non si occupa nessuno, ma quei pochi che se ne occupano e che vorrebbero portare all'attenzione della comunità internazionale la tragedia del popolo siriano vengono bloccati da gruppi che non capiscono cosa voglia dire giornalismo indipendente e ai quali non importa dei giornalisti». 
In questi ultimi anni tu hai seguito, come “inviato di guerra”, i più delicati conflitti mondiali, attuando un modo di fare giornalismo oggi sempre più raro. Tu, infatti, “vai”, “vedi” e “racconti”. Cosa ritieni che il conflitto siriano abbia di diverso rispetto agli altri e in cosa, invece, è simile? 
«Il conflitto siriano è simile a tutti gli altri conflitti che si sono aperti in Nord Africa e in Medioriente, dalla Tunisia, che è stato il primo Paese a rivoltarsi contro la dittatura, all'Egitto e poi, a seguire, alla Libia e allo Yemen. La Siria è l'ultimo dei grandi Paesi arabi a rivoltarsi contro la dittatura; purtroppo, le aspirazioni alla libertà e alla democrazia che in Tunisia hanno avuto un certo successo e in Egitto ne hanno avuto un po' meno, ma, comunque, hanno portato alla caduta del dittatore Mubarak, in Siria si sono scontrati contro il quadro geopolitico del Medioriente. La Siria è, infatti un Paese molto importante, su cui agiscono interessi troppo complessi, perché una rivolta di popolo potesse andare a buon fine in maniera pacifica. La situazione si è incancrenita da subito e a fianco del regime siriano si sono schierate la Russia da un lato, l'Iran dall'altro e, infine, cosa non da poco, gli hezbollah libanesi. Con i siriani, a parole, si è schierato l'Occidente, ma solo a parole, perché nessuno ha dato realmente una mano ai ribelli. Mentre in Libia ( e mi viene da pensare perché c'era il petrolio) siamo stati velocissimi nell'intervenire e abbiamo subito armato i ribelli libici contro il dittatore Gheddafi, aiutandoli a prendere il possesso del Paese, in Siria non è intervenuto nessuno e quindi si è passati da 5.000 a 10.000, a 30.000 e adesso siamo a oltre a 90.000 morti. Di questi 90.000, la stragrande maggioranza è popolazione civile; sono donne, bambini e anziani che hanno come unico riparo la loro casa e che sopportano giorno dopo giorno, da ormai un anno, bombardamenti selvaggi e indiscriminati e per questo muoiono. Quindi, questo conflitto è simile in questo a tanti altri, ma, nello stesso tempo, è differente e questa differenza, pagata dal popolo siriano, consiste nel fatto che i siriani sono soli e non si capacitano del fatto che con gli altri popoli arabi noi occidentali siamo stati così prodighi di aiuti». 
Le prime parole pronunciate dalla tua collega Susan Dabbous a caldo sono state di dura condanna sia per lo stallo della comunità internazionale nei confronti della Siria, sia per il colpevole silenzio che, troppo spesso, accomuna i grandi mezzi di informazione su questo conflitto. Cosa potrebbe determinare una inversione di tendenza? 
«Io, sinceramente, non so cosa possa determinare una inversione di tendenza rispetto alla situazione tragica che vive il popolo siriano. So solo che i giochi geopolitici che si fanno nelle nostre diplomazie occidentali hanno stancato il popolo siriano, che non riesce a capirli, che non riesce a capire perché l'Occidente abbia due pesi e due misure. Bisogna tener presente che in Siria manca addirittura l'intervento umanitario, non ci sono campi profughi gestiti dalla Nazioni Unite, fanno fatica ad arrivare i medicinali e i beni di prima necessità. È una catastrofe che riguarda un milione e mezzo di profughi che stanno fuori dai confini siriani, in Turchia, in Giordania e in Libano, e tre milioni e mezzo, quattro milioni di siriani che hanno dovuto abbandonare le loro case e vivono raminghi per il Paese per sfuggire ai bombardamenti. Il giorno in cui siamo stati fermati, avevamo visitato un campo profughi in mezzo alle montagne, un campo improvvisato in cui vivevano mille e cinque e forse duemila persone, che hanno abbandonato le loro case perché non ce la facevano più a sopportare l'orrore dei bombardamenti quotidiani e stavano in una tenda in mezzo ai boschi, senza nemmeno servizi igienici. Ci hanno chiesto di non filmare le loro tende e il posto, perché avevano paura che il regime siriano potesse, attraverso i filmati visti sulle tv occidentali, localizzare questo campo e bombardarlo, perché il regime siriano bombarda anche i campi profughi nell'indifferenza delle “cancellerie” occidentali. Quindi, io spero che ci sia una assunzione di responsabilità. Sarebbe ora che ci fosse. I mass media hanno già pagato un alto tributo di sangue. Sono morti decine e decine di giornalisti; se consideriamo i giornalisti occidentali più i media attivisti siriani, che hanno pagato con la vita la loro professionalità e il loro tentativo di documentare la tragedia, arriviamo a 200 operatori dell'informazione ed è un numero altissimo, spropositato. Noi tutti continuiamo a dire che bisogna andare in Siria per raccontare quello che sta succedendo; ma noi la nostra parte l'abbiamo fatta; credo che i mass media potessero fare di più per smuovere l'indifferenza dell'opinione pubblica occidentale, però abbiamo già pagato un prezzo. Adesso tocca ai governi occidentali fare la loro parte». 
Avete mai realmente temuto per la vostra vita? 
«Abbiamo temuto per la nostra vita a tratti, nel senso che in questi undici giorni ci siamo mossi all'unisono; durante gli interrogatori, nei momenti in cui si restava da soli “in prigione”, comunque abbiamo ribadito che noi eravamo solo giornalisti, che stavamo facendo il nostro lavoro e che il nostro unico obiettivo era di aiutare la popolazione siriana. In questo non erano possibili equivoci, non eravamo spie, non volevamo filmare nulla che non potesse aiutare il popolo siriano e questo lo abbiamo ribadito tutti i giorni e a tutte le ore del giorno e della notte. Cadere in mano a un gruppo combattente di filosofia jihadista, islamista non è una bella cosa. Abbiamo tutti, compresi i nostri cinque collaboratori siriani trattenuti insieme e noi, ribadito, tutti i giorni, da mattina a sera, per undici giorni, che noi eravamo solo giornalisti, che volevamo solo documentare la tragedia che si sta consumando in Siria e che lo facevamo con lo spirito di dare una mano al popolo siriano che sta soffrendo. Glielo abbiamo fatto capire in tutti i modi possibili e immaginabili, abbiamo dato loro su internet dei link per far capire chi eravamo, che storia personale e professionale aveva ognuno di noi, glielo abbiamo fatto capire guardandoli negli occhi, anche se erano incappucciati. Penso che questo tipo di atteggiamento abbia avuto successo, tant'è che ci hanno rilasciato. Undici giorni sono tanti; mi rendo conto che per chi non li ha vissuti possono sembrare una parentesi, ma vi assicuro che non è stata una bella parentesi. In alcuni momenti abbiamo temuto il peggio, perché comunque basta uno sguardo di troppo, una parola tradotta male, una smorfia per indisporre questi carcerieri armati, e, in ogni caso, un uomo inerme, di fronte non a un giudice democratico ma di fronte a un gruppo armato fino ai denti, ha ben poche armi per far valere le proprie opinioni. Quindi, confermo che ci sono stati dei momenti molto difficili, ma non posso ancora entrare nei dettagli». 
Il progetto a cui stavate lavorando vede come principali interlocutori dei ragazzi, studenti di un liceo in provincia di Bologna. Come e perché è nata questa originale idea e avrà un seguito? 
«Il progetto a cui stavamo lavorando era un progetto abbastanza innovativo; io l'ho definito un progetto di “giornalismo partecipativo” ed è nato dal dubbio che forse noi giornalisti, a volte, pur animati dalle migliori intenzioni, non riusciamo a raccontare la guerra e i grandi avvenimenti intercettando le esigenze dell'opinione pubblica. Quindi, era un progetto per metterci alla prova e per dimostrare che la Rai è servizio pubblico, è una rete che vive del canone. Ho provato a coinvolgere un gruppo di ragazzi del comune di San Lazzaro di Savena, che è nella periferia di Bologna, e che avevano mostrato interesse rispetto a un progetto precedente relativo sempre alla Siria, che si erano anche distinti per una serie di iniziative nei confronti del popolo siriano. Ho incontrato questi ragazzi più volte e abbiamo organizzato un percorso di lavoro che è abbastanza originale e che prevedeva che io diventassi in Siria i loro occhi, le loro orecchie e i loro cuori. Sarebbero stati loro a dirmi che servizi fare, che storie raccontare, che notizie seguire. Lo avrebbero fatto in diretta attraverso la rete, con collegamenti ogni due o tre giorni, che avremmo fatto via skipe. Io li avrei, inoltre, messi in contatto con dei giovani siriani che vivono sotto le bombe, raccontando la tragedia in prima persona, affinché potessero scambiarsi delle opinioni, e io avrei risposto giorno per giorno alle loro sollecitazioni. Mi sembrava una bella iniziativa; tra l'altro, cinque di questi ragazzi sono italo-siriani, che hanno il passaporto italiano ma che hanno il cuore in Siria, che hanno i loro parenti sotto le bombe in Siria e che, quindi, sono coinvolti in prima persona. Pertanto, volevo che fossero loro a guidarmi in questo reportage. Di solito, un giornalista che va sul campo ha uno scambio e un contatto diretto con la sua redazione; c'è uno scambio tra inviato e direttore; questa volta, invece, sarebbe stata una iniziativa con protagonista l'opinione pubblica a decidere cosa doveva fare sul campo l'inviato Amedeo Ricucci. Era un bel progetto, che, purtroppo, per il momento è finito così, ma a cui conto di dare subito un seguito. Tornerò presto a Bologna per riabbracciare questi ragazzi che mi hanno seguito con apprensione in questi ultimi giorni e che ho sentito ieri, in un colloquio caratterizzato da una grande commozione». 
Presto tornerai a Cetraro per riabbracciare i tuoi familiari. Cosa ritrovi nella tua terra e nella tua città d'origine ogni volta che vi torni e cosa ti piace portare via ad ogni partenza? 
«A Cetraro ho la mie radici, è il paese in cui sono nato, una terra fatta di odori, sapori e sensazioni forti, una terra a cui sono molto legato e nella quale torno per rigenerarmi, quando mi serve rigenerarmi. Spesso ci torno dopo trasferte difficili e dure. E' una terra selvaggia, che adoro, per il calore che riesce a dare e che riesce a trasmettere. Mi piace tornarci, perché solo qui riesco, come già sottolineato, a rigenerarmi».

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