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Uccisa a Reggio: «Mio padre la picchiava da anni»
Drammatica testimonianza della figlia della coppia

Calabria

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REGGIO CALABRIA - «I miei genitori litigavano spesso. Mio padre l’ha malmenata con una certa violenza in più occasioni anche in presenza mia e dei miei fratelli. A volte le dava anche pugni sul viso, sul corpo, calci. In qualche occasione l’ha picchiata con un bastone del tipo da passeggio che normalmente sta all’ingresso nel portaombrelli». E’ una lunga carrellata di racconti dell’orrore quelli che emergono dalle testimonianze dei figli di Maria Immacolata Rumi, morta martedì mattina a seguito dell’ennesimo pestaggio da parte del marito Domenico Laface. Le dichiarazioni raccolte dai carabinieri della Compagnia di Reggio Calabria, descrivono un uomo irascibile e violento. 

Trentacinque anni di matrimonio e di botte. Senza mai una denuncia, senza la forza di ribellarsi e senza l’aiuto di nessuno, se non lo sfogo con i suoi sei figli, che non sono riusciti a fermare quel padre che a furia di legnate ha portato via la loro madre di 53 anni. «Mio padre - ha detto una delle figlie - individuo nell’indole facilmente irritabile, ha assunto nei confronti di mia madre un atteggiamento iracondo e violento, arrivando a percuoterla con calci, pugni e schiaffi ed addirittura, in talune circostanze, anche con bastoni ed altri oggetti contundenti, cagionando alla donna ecchimosi e tumefazioni anche di entità significativa in ogni parte del corpo». E ancora: «In alcune circostanze, l’uomo è ricorso anche a un’invettiva di carattere apertamente minatorio nei confronti della compagna rendendola oggetto di epiteti quali “Ti ammazzo” o “Ti scanno”». 
Le liti nascevano quasi sempre per motivi di gelosia reciproca, una gelosia che poi si sviluppava attraverso scambi di ingiurie e infine di veri e propri pestaggi nei quali la donna soccombeva. Pestaggi che, alla presenza dei figli venivano arginati dagli stessi, ma che evidentemente riesplodevano. L’ultimo episodio di violenza di cui i figli hanno riferito sarebbe risalito alla settimana precedente alla morte: «Eravamo in casa. C’era anche mia sorella ... In tale circostanza sono riuscita a farli smettere e a calmarli», racconta una delle figlie. E un’altra delle ragazze: «Apprendevo, al riguardo, da mia sorella che, nella circostanza risalente al 28 aprile, mio padre avrebbe usato per l’ennesima volta violenza nei confronti di mia madre e, peraltro, anche con modalità particolarmente veementi». Circostanze e fatti confermate anche dai figli maschi della coppia che pur sapendo delle violenze fisiche hanno entrambi sostenuto, nei fatti di non essersi mai resi conto della gravità dei fatti e del rischio che correva la madre. Secondo una relazione di servizio dei piantoni in servizio dai carabinieri il giovane uomo tuttavia nel recarsi a deporre dalle forze dell’ordine scorge il padre seduto nella sala d’attesa. Quando lo vede chiede ai militari di poter attendere in un locale diverso da quello in cui si trova il genitore, non volendo condividere con questo lo stesso ambiente. La circostanza è contenuta nel fermo che porta la firma del pm Antonella Crisafulli e nell’ordinanza del Gip Cinzia Barillà, che ha convalidato l’arresto di Domenico Laface. Scrive il Giudice nell’ordinanza di custodia cautelare in carcere: «Alla richiesta di ragguagli in ordine ad una simile presa di posizione, rispondeva espressamente di nutrire forti sospetti circa una responsabilità del genitore in relazione al decesso della madre». 
Tra le dichiarazioni raccolte dai carabinieri anche quelle dei generi della coppia. I mariti delle figlie hanno entrambi ammesso di sapere attraverso le rispettive mogli degli atteggiamenti violenti del suocero. Ed ecco cosa hanno riferito durante gli interrogatori: «Mia moglie mi ha confidato in più di una circostanza che i rapporti tra i propri genitori sono stati costantemente caratterizzati da aspre liti, ma non ha mai approfondito tali argomentazioni, ritengo per un plausibile imbarazzo che tale situazione familiare le potesse cagionare». E ancora: «Dunque ho ipotizzato che mio suocero potesse in tali circostanze usare violenza nei confronti della compagna anche perchè, in più di una circostanza, ho rilevato sul volto di mia suocera tumefazioni e ecchimosi anche di entità significativa». L’uomo qualche volta era arrivato a fare pure delle domande dirette. E infatti racconta: «Alla mia richiesta di indicazioni circa l’origine di tali lesioni, mia suocera ha sempre fornito risposte vaghe ed evasive, circostanziando tali accadimenti quali incidenti domestici». Le liti erano frequenti insomma, e spesso vi assistevano i figli che tuttavia intervenivano per sedarle prima che sfociassero in aggressioni fisiche. Fatti confermati dai vicini di casa che hanno confermato come, a seconda dei casi, «spesso» o «qualche volta», si sentissero le urla. Domenico Laface non era violento soltanto in casa. Era stato condannato in primo grado per una rissa avvenuta nei primi anni 2000. Una condanna che non ebbe seguito in Appello per l’avvenuta prescrizione del reato. Le testimonianze dei figli, i referti medici e le poco credibili giustificazioni di Laface che ha affermato di aver accompagnato la moglie in ospedale dopo averla trovata in quelle condizioni in casa dopo il suo rientro, hanno indotto il giudice a disporre l’arresto. Per il Gip Cinzia Barillà: «In questo contesto non c’è chi non veda come sia impensabile accedere a misure alternative o ad una convivenza in casa con altri familiari, che vanno viceversa protetti dall’uomo e dalla sua irruenza incontrollabile, pronta ad esplodere a seguito dei più banali episodi, sicchè l’unica misura cautelare adottabile è quella invocata dall’accusa». Ossia il carcere, in attesa della conclusione delle indagini e del relativo processo. Il Gip va oltre spiegando che comunque, in presenza di qualsiasi entità della pena non potrà essere applicato il beneficio della sospensione della pena. Insomma nessuna condizionale.

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