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Operazione Game Over, i videopoker e gli affari dei Tancredi
Spunta un collaboratore di giustizia sotto protezione

Basilicata

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POTENZA - Ha accumulato un patrimonio immobiliare anche se al fisco dichiaravano poco o nulla. Tanto all’occasione non mancavano «prestanome» per le operazioni bancarie. E tra questi persino un pentito di “cosa nostra”, all’epoca ancora sottoposto al programma di protezione per i collaboratori di giustizia. 

Sono risaliti al suo passato partendo da un’identità di copertura impressa su alcuni assegni gli investigatori della mobile di Potenza che hanno scandagliato gli affari dei fratelli Tancredi. La storia di A.C. è venuta a galla nell’ambito del capitolo dell’inchiesta sui re del videopoker dedicato al reimpiego dei proventi raccolti nelle salette di mezza Italia connesse alle piattaforme per il gioco online realizzate dalle loro società. Il nome di A.C., che in realtà sarebbe A.P., deve aver suscitato un certo scalpore dopo che la banca dati della polizia ha svelato di chi si trattasse: un collaboratore di giustizia della prima ora, trasferito con tutta la famiglia nella capitale e autorizzato nel 1993 dal Tribunale di Siracusa a cambiare cognome, con un curriculum criminale di tutto rispetto. «Numerosissimi precedenti e condanne penali - annotano gli inquirenti che hanno consultato il suo casellario giudiziario - poiché esponente di spicco del gruppo mafioso denominato “Santa Panagia2 operante in Siracusa e affiliato al gruppo “Aparo -Nardo”, collegato a sua volta al clan di Santapaola Benedetto di Catania». Più conosciuto come Nitto. O “il licantropo”.

A Roma A.C. gestiva un bar nella periferia sud ovest e come sia entrato in contatto con Gino Tancredi non è molto chiaro. Forse era solo un cliente dei suoi, come tanti esercenti individuati tra la Basilicata, il Lazio e persino la Lombardia. Fatto sta che nel 2008 sia lui sia un suo stretto familiare avrebbero richiesto assegni circolari per 60mila euro finiti dritti sui conti del vecchio proprietario degli immobili rilevati dal “guru” potentino del videopoker, per quanto formalmente intestati alla suocera.

Ieri intanto, nel Palazzo di giustizia di Potenza, sono proseguiti gli interrogatori di garanzia per i 16 destinatari dell’ordinanza di misure cautelari disposta dal gip Tiziana Petrocelli ed eseguita mercoledì scorso. In aula è comparso anche il più piccolo dei due fratelli finiti ai domiciliari, Antonio, che ha provato a spiegare la sua posizione.

Sia lui che Gino sono accusati di aver guidato una vera e propria organizzazione con vertici e comprimari che agivano su tutto il territorio imponendo il monopolio dei videopoker, delle scommesse online e delle slot machine elettroniche. Le indagini partite nel 2010 e terminate ad ottobre del 2011, anche se con successive integrazioni, si sono concluse con due ordinanze di custodia cautelare ai domiciliari, sette obblighi di dimora e sequestri di beni mobili e immobili non solo a Potenza ma anche a Roma, Trevi e Bastia Umbra. Si tratta circa di otto milioni di euro di beni. Le accuse mosse dai giudici sono: evasione fiscale, esercizio abusivo dell’attività di gioco e associazione a delinquere.

Le indagini della Polizia si sono concentrate proprio sui flussi di denaro legati alle società intestate agli indagati e al copioso giro di assegni “pesanti” incassati in diverse banche. A questo vanno aggiunte le perizie tecniche sulle macchine della società “New Slot srl”. Nessuna delle società risalenti ai Tancredi, oltretutto, aveva le regolari autorizzazioni del Monopolio per la raccolta di giochi e scommesse.

Ma a giocare un ruolo decisivo hanno avuto le intercettazioni, non solo quelle telefoniche e ambientali all'interno dei club e delle auto, ma anche quelle fatte tramite internet, soprattutto su Skype dove si scambiavano informazioni sensibili con una libertà che il telefono cellulare non dava.

Insomma la banda si era anche consolidata sul territorio utilizzando un metodo tipico. Il vertice, composto dai fratelli Tancredi, gestiva la cassa generale con un importo giornaliero mai al di sotto del milione di euro. Questi soldi finivano nei conti on-line dei “distretti” organizzati e gestiti da Giovanni Marinelli, Pasquale Pace, Davide Verducci e Marco Triumbari, che a loro volta passavano le somme frazionate ai vari club dove erano fisicamente posizionate le slot machines.

Gli addetti alla ricarica, secondo gli inquirenti, erano Daniele Gruosso, Gianfranco Vaglio, Nicola Stigliano, Finizio Muller, Carmine Perrillo, Luciano Pietrafesa e Andrea Ciuccio. In pratica la struttura piramidale prevedeva i capi, gli organizzatori della struttura e gli addetti alla ricarica dei club. In questi locali c'erano anche i pc, collegati alla piattaforma specifica con domini come “dollaropoker.com”, “dbgpoker.com” e “mondialpoker.com”, tutti quanti comprati e messi in uso su server americani, mentre la società stessa aveva sede legale in Romania. E in questi club i giocatori ricaricavano le loro schede, pagando cash all'addetto, per poi spendere ai tavoli virtuali.

I proventi delle giocate, truccate in modo che soltanto uno su settemila avrebbe potuto vincere qualcosa (nonostante la legge italiana dica che almeno il 75% degli incassi debbano essere tradotti in vincite), finivano divisi nell'organizzazione. Ai Tancredi andava il 40% dei guadagni, un 10% restava ai distretti e il restante 50% rimaneva nelle mani dei locali, per riutilizzarli soprattutto come liquidità.

Il giro ovviamente ha mietuto non poche vittime, con persone che sono arrivate a spendere in pochi anni un milione di euro. Un affare così redditizio quindi, che era capace di creare introiti maggiori di una rete di spaccio di stupefacenti. Tant'è che gli inquirenti ipotizzano un guadagno per i Tancredi che ha dell'impossibile: 150mila euro netti al giorno, roba da fare impallidire anche il più prezzolato dei giocatori di calcio.

Ogni slot-machine fruttava al mese circa 10 mila euro, mentre un club incassava dai centomila euro ai 200 mila euro al giorno. Tutto rendeva tantissimo, fino a quattromila euro al mese. E nel 2008 Gino Tancredi avrebbe pensato di reinvestirne un milione e trecentomila in un’operazione immobiliare a Roma. Quella in cui sono venuti fuori gli assegni di A.C. e di un suo stretto familiare.

l.amato@luedi.it

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