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L'incontro tra Monti e Obama
e la promessa del rimpatrio

Basilicata

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INCREDIBILE quanto possa cambiare la geografia degli accordi internazionali nell’arco di un pugno di anni e con governi “nuovi”. Solo nel 2008, e la fonte sono i cablogrammi delle ambasciate pubblicati da Wikileaks in quella grandiosa operazione di controspionaggio digitale che ha portato Julian Assange all’arresto, l’America di George W. Bush non ne voleva sapere di quel materiale “altamente sensibile” che l’Italia custodiva nell’Itrec di Rotondella così come in altri ex centri sperimentali. Troppo pericoloso e soprattutto in contrasto con le linee guida del presidente degli Stati Uniti. E adesso, invece, finiscono di nuovo importati in America. Il segreto, se così lo vogliamo chiamare, è in quel trattato stipulato a Seoul tra l’agenzia nucleare statunitense e l’Euratom, l’agenzia europea nell’ambito del nuclear security summit tenuto in Corea a fine marzo del 2012. Un accordo firmato con la promessa di rispettare il trattato di non proliferazione nucleare e la possibilità di gestire il materiale combustibile, come nel caso di Rotondella.

Certo, a Seoul si è parlato di contrasto al terrorismo nucleare, al rispetto del trattato di non proliferazione ma anche alla possibilità di rimpatriare eventuale materiale utilizzabile per usi pacifici. Insomma, all’incontro hanno partecipato 53 stati da tutto il mondo e la nostra piccola Italia, con i referendum che di fatto bloccano l’utilizzo dell’energia nucleare hanno dovuto affrontare il problema su come smaltire quello che è rimasto da quella scarsissima attività effettuata tra gli anni sessanta e la fine degli anni settanta. In pratica si tratta di un incontro dove la quasi maggioranza del mondo industrializzato, decide cosa fare in ambito nucleare. E all’interno del documento siglato c’è un punto che, analizzato con il senno di poi, chiarisce in poche righe la possibilità di rimpatrio di materiale nucleare. Un passaggio chiaro quello che annuncia come “i ritrasferimenti  a destinazione  dei paesi  terzi saranno  autorizzati secondo le procedure stabilite nell'accordo”. E questo, ovviamente riguarda Rotondella come tutto il materiale comprato dagli Stati Uniti nel breve periodo di esistenza dell’energia nucleare italiana.

Ed eccoci all’altro aspetto della vicenda. Tutto quello che riguarda questo tipo di scambi e commerci deve rimanere secretato. Una sorta di accettazione del trattato di non proliferazione. Come infatti l’impegno è quello di garantire la massima tutela attraverso “aspetti di sicurezza”. Ecco perché, se non fosse stato per la “soffiata”, molto probabilmetne non si sarebbe saputo nulla di quel passaggio sulla statale 106.

Insomma, siamo di fronte ad un trattato, firmato almeno per la parte italiana dall’ex premier Mario Monti, quattro anni dopo la lettera di Gianni Letta che chiedeva agli Usa se c’era la possibilità di poter rimpatriare quel materiale. All’epoca gli Stati uniti non ne vollero sapere, così come neanche la Russia.

Le alternative per l’Italia sarebbero state il Giappone o il Canada, due nazioni che utilizzano enormemente l’energia nucleare e addirittura l’India, anch’essa molto interessata alla possibilità di poter acquistare del combustibile. Ma alla fine non se ne fece nulla.

E arriviamo all’oggi mentre molto probabilmente i cask sono già arrivati a destinazione: da una parte il governo Berlusconi, che ha limitato l’impegno ad una semplice richiesta informale e dall’altra il nuovo accordo siglato con le superpotenze internazionali e i paesi in via di sviluppo ha dato nuova vita alla semi denuclearizzazione del territorio. E dietro questo scambio di favori ci deve essere molto di più che semplici dollari. In questo modo gli Stati Uniti si sono garantiti per chissà quanto tempo un altro solido alleato non solo alla lotta al terrorismo ma anche alla tutela di interessi geopolitici molto più grandi di 64 barre d’uranio-torio.

v.panettieri@luedi.it

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