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Appalti truccati, il campetto della principessa entra nell'inchiesta

Basilicata

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POTENZA - Se i donatori sono gli «antichi signori di Avigliano», tanto vale prendere per «vassalli» chi oggigiorno ancora li informa sulle ultime dai loro possedimenti. E all’occorrenza li chiama in causa. Com’è avvenuto per la riqualificazione del campetto di Lagopesole.
E’ quanto sostiene, non senza un certo spirito di provocazione, Enzo Claps, attento osservatore e cronista dei fatti del suo paese, quello dei briganti e dei giuristi. 
Certo non poteva lasciarlo indifferente la notizia pubblicata sul Quotidiano che tra gli interessi dell’imprenditore coinvolto nell’ultima inchiesta dell’Antimafia siano entrati anche alcuni appalti del “suo” comune. Così come il coinvolgimento dell’ingegnere capo dell’Ufficio tecnico che la scorsa estate ha aggiudicato proprio i lavori per la riqualificazione del campo sportivo. Per questo ha deciso di mettersi alla tastiera per spiegare il suo punto di vista sulla faccenda. 
Secondo Claps il progetto approvato che prevede anche una micro-piazza e dei piccoli giardini oltre i campi da gioco ha tutte le carte in regola per riuscire nell’intento di riqualificare l’area dove oggi insiste un campetto in terra battuta. Anzi darà la possibilità di organizzare incontri e iniziative per coinvolgere non solo gli sportivi e il pubblico delle gare di calcio ma tutta la collettività. 
Senza entrare nel merito dell’inchiesta della Procura di Potenza ma restando al tema della proprietà dei terreni, Claps spiega che il campo sportivo sarebbe ancora intestato alla defunta principessa Orietta Doria Pamphili, che il 12 aprile del 1961 lo ha “donato” con un regolare atto notarile al Comune di Avigliano, ma a condizione che mantenesse la sua destinazione d’uso. Infatti in caso contrario si sarebbe riservata la possibilità «di rivendicare alla proprietà il terreno donato». 
Quindi tornando all’oggi, anzi a ieri, che cos’è successo? In pratica gli animatori di un comitato “contro” il progetto approvato avrebbero contattato i principi ereditari, Gesine e Jonathan Doria Pamphili, sollecitando un loro intervento per fermare le ruspe esercitando la riseva sulla donazione perché a loro dire l’amministrazione comunale stava violando la volontà della donatrice. Ne sarebbe seguita una corrispondenza tra l’avvocato dei principi e l’amministrazione, fin quando il primo non si è convinto della bontà dell’operazione che è potuta finalmente partire. 
La morale, secondo Claps, è da affidare a un breve saggio di storia aviglianese «che come la moda ritorna sempre attuale». A proposito dell’autonomismo di Filiano, di quello odierno di alcuni residenti di Lagopesole, e delle strategie politiche dei discendenti dei duchi Doria, impegnati a preservare i loro possedimenti.  
«Nei cruciali anni compresi tra il 1945 e il 1948 anche nelle contrade dell’aviglianese si sviluppò il movimento di lotta per la terra. Nel novembre 1947 più di 200 contadini di Scalera, Cappelluccia, S. Giorgio, S. Angelo cominciarono a dissodare, dopo averli occupati, i terreni del principe Doria. Questo episodio durante quegli anni non fu che il primo assalto al latifondo. Del resto già 100 anni prima (nel 1848) il feudo Doria aveva suscitato gli appetiti dei contadini dell’aviglianese. Quelle occupazioni del dopoguerra erano troppo per il principe. Il clima politico del resto non lasciava trasparire niente di buono. Si temeva per la proprietà privata. Invece la vittoria della Dc, il 18 aprile del ‘48, riposizionò  i rapporti di forza tra contadini e principe. Se ne accorsero ben presto alcuni cittadini di Filiano che tentarono un aggancio con Vito Reale che fu contento di essere agganciato che, a sua volta, agganciò l’augusto Principe. Con quale scopo? Presto detto. Angelo Raffaele Pace (...), il leader dell’autonomia filianese, espose il suo piano: andare via da Avigliano. Reale ne parlò al principe a cui non parve vero quella bellissima idea, ossia, la secessione per tenere al riparo le sue proprietà dai contadini aviglianesi, dai socialisti e ora dai comunisti. Il vecchio notabile nittiano espose a Pace le precondizioni giuridiche. Occorrevano non meno di tre mila abitanti e una distanza di almeno 10 Km, e infine era necessario il parere favorevole della maggioranza dei contribuenti. Doria fu felice di firmare la petizione e di dichiararsi come uno dei più forti contribuenti finanziari e fiscali. Fu così che, nel 1952, nacque una principesca autonomia. E oggi? Esiste almeno un quarto di quella nobiltà o tutto è un giochetto per ottenere visibilità e minacciare candidature? E se decidessero di andar via per davvero?»
lama

POTENZA - Se i donatori sono gli «antichi signori di Avigliano», tanto vale prendere per «vassalli» chi oggigiorno ancora li informa sulle ultime dai loro possedimenti. E all’occorrenza li chiama in causa. Com’è avvenuto per la riqualificazione del campetto di Lagopesole.

 

E’ quanto sostiene, non senza un certo spirito di provocazione, Enzo Claps, attento osservatore e cronista dei fatti del suo paese, quello dei briganti e dei giuristi. Certo non poteva lasciarlo indifferente la notizia pubblicata sul Quotidiano che tra gli interessi dell’imprenditore coinvolto nell’ultima inchiesta dell’Antimafia siano entrati anche alcuni appalti del “suo” comune. Così come il coinvolgimento dell’ingegnere capo dell’Ufficio tecnico che la scorsa estate ha aggiudicato proprio i lavori per la riqualificazione del campo sportivo. Per questo ha deciso di mettersi alla tastiera per spiegare il suo punto di vista sulla faccenda. 

Secondo Claps il progetto approvato che prevede anche una micro-piazza e dei piccoli giardini oltre i campi da gioco ha tutte le carte in regola per riuscire nell’intento di riqualificare l’area dove oggi insiste un campetto in terra battuta. Anzi darà la possibilità di organizzare incontri e iniziative per coinvolgere non solo gli sportivi e il pubblico delle gare di calcio ma tutta la collettività. 

Senza entrare nel merito dell’inchiesta della Procura di Potenza ma restando al tema della proprietà dei terreni, Claps spiega che il campo sportivo sarebbe ancora intestato alla defunta principessa Orietta Doria Pamphili, che il 12 aprile del 1961 lo ha “donato” con un regolare atto notarile al Comune di Avigliano, ma a condizione che mantenesse la sua destinazione d’uso. Infatti in caso contrario si sarebbe riservata la possibilità «di rivendicare alla proprietà il terreno donato». 

Quindi tornando all’oggi, anzi a ieri, che cos’è successo? In pratica gli animatori di un comitato “contro” il progetto approvato avrebbero contattato i principi ereditari, Gesine e Jonathan Doria Pamphili, sollecitando un loro intervento per fermare le ruspe esercitando la riseva sulla donazione perché a loro dire l’amministrazione comunale stava violando la volontà della donatrice. 

Ne sarebbe seguita una corrispondenza tra l’avvocato dei principi e l’amministrazione, fin quando il primo non si è convinto della bontà dell’operazione che è potuta finalmente partire. La morale, secondo Claps, è da affidare a un breve saggio di storia aviglianese «che come la moda ritorna sempre attuale». A proposito dell’autonomismo di Filiano, di quello odierno di alcuni residenti di Lagopesole, e delle strategie politiche dei discendenti dei duchi Doria, impegnati a preservare i loro possedimenti.  

«Nei cruciali anni compresi tra il 1945 e il 1948 anche nelle contrade dell’aviglianese si sviluppò il movimento di lotta per la terra. Nel novembre 1947 più di 200 contadini di Scalera, Cappelluccia, S. Giorgio, S. Angelo cominciarono a dissodare, dopo averli occupati, i terreni del principe Doria. Questo episodio durante quegli anni non fu che il primo assalto al latifondo. Del resto già 100 anni prima (nel 1848) il feudo Doria aveva suscitato gli appetiti dei contadini dell’aviglianese. 

Quelle occupazioni del dopoguerra erano troppo per il principe. Il clima politico del resto non lasciava trasparire niente di buono. Si temeva per la proprietà privata. Invece la vittoria della Dc, il 18 aprile del ‘48, riposizionò  i rapporti di forza tra contadini e principe. Se ne accorsero ben presto alcuni cittadini di Filiano che tentarono un aggancio con Vito Reale che fu contento di essere agganciato che, a sua volta, agganciò l’augusto Principe. 

Con quale scopo? Presto detto. Angelo Raffaele Pace (...), il leader dell’autonomia filianese, espose il suo piano: andare via da Avigliano. Reale ne parlò al principe a cui non parve vero quella bellissima idea, ossia, la secessione per tenere al riparo le sue proprietà dai contadini aviglianesi, dai socialisti e ora dai comunisti. Il vecchio notabile nittiano espose a Pace le precondizioni giuridiche. Occorrevano non meno di tre mila abitanti e una distanza di almeno 10 Km, e infine era necessario il parere favorevole della maggioranza dei contribuenti. 

Doria fu felice di firmare la petizione e di dichiararsi come uno dei più forti contribuenti finanziari e fiscali. Fu così che, nel 1952, nacque una principesca autonomia. E oggi? Esiste almeno un quarto di quella nobiltà o tutto è un giochetto per ottenere visibilità e minacciare candidature? E se decidessero di andar via per davvero?»lama

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