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Don Uva e i conti allo Ior
La Procura scopre un tesoretto di 27 milioni

Basilicata

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«NON si può dirigere la Chiesa con le Avemarie». Così diceva monsignor Paul Marcinkus ai tempi in cui era presidente dello Ior, ovvero la banca del Vaticano.

Una frase che non poteva ovviamente non fare presa sulla “Casa della Divina Provvidenza”. Se è notizia di oggi il “tesoretto” di 27 milioni e mezzo di euro,  sottratto ai bilanci del “Don Uva” e messo al sicuro - almeno fino a quando non l’ha scovato la Procura di Trani - dirottandolo su un nuovo soggetto - non dovrebbero essere trascurati quei conti aperti, in tempi non sospetti, proprio allo Ior ai tempi in cui Marcinkus e il suo braccio destro, il lucano don Donato De Bonis, la facevano da padroni.

Il nuovo soggetto, apparso miracolosamente  sulla scena, è la “Casa di procura istituto suore Ancelle della Divina Provvidenza” amministrato da una suora: Assunta Pezzullo che sarebbe già stata interrogata.

I magistrati tranesi, infatti, ipotizzano che questa “Casa di procura” è di fatto un ente che esiste solo su carta e che, invece, sarebbe la “cassaforte” della “Divina Provvidenza”. Una “Casa” dove - secondo il procuratore aggiunto di Trani,  Francesco Giannella - l’ente ecclesiastico avrebbe dirottato circa 27 milioni e mezzo di euro per sottrarli ai creditori falsando così di fatto i bilanci - da qui le anomalie riscontrate dai tre commissari giudiziari - presentati alla sezione fallimentare per ottenere il via libera definitivo al concordato preventivo e scongiurando il fallimento.

Operazione che, invece, non è andata a buon fine: il tesoretto è stato sequestrato con un decreto del gip Rossella Volpe e poi dissequestrato per decisione della stessa Procura di Trani e  avvisi di garanzia nei confronti di  Antonio Battiate, uno dei tre professionisti designati per il concordato preventivo e del commercialista Augusto Toscani. I due sarebbero stati iscritti nel registro degli indagati in quanto destinatari di pagamenti ritenuti illeciti.

Intanto il prossimo   5 novembre  il Tribunale di Trani dovrà decidere se dire sì al concordato preventivo o dichiarare il fallimento della “Casa Divina Provvidenza” che oggi ha un nuovo direttore, Giuseppe De Bari, che  ha subito revocato il mandato all’avvocato Battiate e al commercialista Toscani.

Meno di un mese, insomma,  destinato a cambiare la storia della “Casa Divina Provvidenza” di Bisceglie, di Potenza e di Foggia. Dallo scorso anno, infatti, la Procura di Trani, guidata da Carlo Maria Capristo chiede il fallimento dell’ente ecclesiastico.

Ma oltre ai 27 milioni e mezzo di euro scoperti oggi, facendo un passo indietro nel tempo e tornando quindi allo Ior viene fuori un conto denominato “Fondo san Martino”, aperto nel marzo del 1987 da tale “Roma”. Un conto utilizzato per versare somme che «gli provengono - come scrive Gianluigi Nuzzi in “Vaticano Spa” - a vario titolo».

Qual è il legame tra “Roma” e la “Casa della Divina Provvidenza”? Presto detto: il commendatore Luigi Leone, di Bisceglie, in quegli anni dominus del “Don Uva”.

Come se non bastasse il conto “Fondo san Martino” - su cui Leone nell’aprile del 1991 versa 100 milioni di lire - allo Ior, feudo di Marcinkus e del suo braccio destro, il lucano don Donato De Bonis, vengono aperti altri due conti.

Uno denominato proprio “Suore Ancelle della Divina Provvidenza-Bisceglie” e un altro “Comm. Lorenzo Leone-Bisceglie”.

Tutto questo sempre in “Vaticano Spa”.

Sul conto intestato alle “Suore Ancelle della Divina Provvidenza” si trovano depositati  poco più di 55 miliardi di lire. A fare da tramite tra Ior e “Divina Provvidenza” il commendatore Luigi Leone che grazie a conti variamente “intestati” - prosegue Nuzzi - si trova 16 miliardi di lire che in base alle disposizioni testamentarie andranno alla figlia e ai nipoti.

Insomma tanti soldi messi al riparo nella Banca vaticana. Intorno al 1988, però, il “Don Uva” finisce nel mirino della magistratura per presunti maltrattamenti, truffe, clientele e appalti chiacchierati.

A chiudere l’inchiesta per frode e abuso d’atti d’ufficio Cinzia Mondatore, all’epoca sostituto procuratore a Potenza, che ottiene il rinvio a giudizio per «i vertici della regione - sempre Gianluigi Nuzzi - e gli amministratori del centro: monsignore Eligio Lelli e il commendatore Lorenzo Leone». Proprio l’uomo che faceva da tramite tra la Congregazione e lo Ior.

Leone, definito da Nuzzi “un pupillo di De Bonis”, è legato al prelato lucano da una lunga amicizia. Non a caso sarà proprio De Bonis a celebrare le nozze di un nipote del commendatore.

Ma non è tutto. Il conto “Suore Ancelle della Divina Provvidenza” coincidenza vuole che sia gestito da Leone e da don De Bonis. Come sia stato possibile mettere da parte oltre 55 miliardi di lire - circa 44 milioni di euro - difficile dirlo come ancora più difficile è comprendere da dove vengano fuori tutti quei soldi.

Conti alla mano “la Congregazione - si legge ancora in “Vaticano Spa” - incassa dallo Stato (attraverso le Regioni Basilicata e Puglia n.d.r.) circa 100 euro al giorno per ogni paziente. Per un totale di una trentina di milioni di euro all’anno.

In Vaticano, alla luce dell’inchiesta dell’ex sostituto procuratore della Repubblica di Potenza, Cinzia Mondatore, qualcuno comincia a temere per il peggio. Si ipotizza addirittura che una parte delle somme depositate sul conto delle “Ancelle” possa avere origini illecite e che «magari - scrive ancora Nuzzi - sia stata sottratta ai malati o dirottata dai finanziamenti pubblici che le strutture (Potenza, Foggia e Bisceglie n.d.r.) ricevono».

Non viene neanche eclusa l’ipotesi che il conto nella Banca vaticana sia stato utilizzato «per parcheggiare soldi di altri» ovvero di «persone che fiduciariamente non potevano apparire tra i clienti dello Ior».

Se l’inchiesta di Potenza, alla fine, per Leone si concluse nel 1996 con l’assoluzione in Appello, il caso rimase aperto.

O meglio fu riaperto. Nel 1999, infatti, la Procura di Trani avvia un’indagine: si va dal riciclaggio, all’appropriazione indebita, all’associazione per delinquere. Parenti e collaboratori di Leone finiscono ai domiciliari. L’accusa è di avere “gonfiato i prezzi degli appalti” in modo tale da distrarre somme di denaro: in totale 11 miliari di lire. L’allora sostituto procuratore della Repubblica di Trani, Domenico Secchia, chiede “l’arresto di Leone” che improvvisamente muore. La sua posizione verrà archiviata. Con la scomparsa di Leone viene messa anche una pietra tombale sulle dichiarazioni messe a verbale da una suora che aveva raccontato di «avere visto il commendatore Leone» caricare la sua autovettura di «scatole da scarpe piene zeppe di soldi». Soldi che sarebbero giunti allo Ior.

a.giammaria@luedi.it

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