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Acquedotto lucano, appalti nel mirino
Si allarga l’indagine sulla multiutility

Basilicata

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POTENZA - DOPO le assunzioni gli appalti.

Sembra destinata a riaprirsi l’inchiesta della Procura della Repubblica di Potenza che ha preso di mira la gestione di Acquedotto lucano spa, la multiutility dell’acqua al 100% di Regione e comuni della Basilicata. 

Nei giorni scorsi gli uomini della Squadra mobile del capoluogo hanno acquisito negli uffici di via Grippo tutta la documentazione sulle gare e le commesse assegnate negli scorsi anni da quella che,  a ben vedere, è la più grande stazione appaltante di tutta la Regione. Più dell’ospedale San Carlo.

Sotto la lente degli investigatori ci sarebbero i criteri di assegnazione dei lavori considerata la natura eminentemente pubblica dell e attività portate avanti da Al spa, ribadita anche dal risultato dell’ultimo referndum sull’acqua, nonostante l’apparenza di una società qualunque di diritto privato.

Si tratta della stessa ambiguità per cui nell’altro filone dell’inchiesta risultato tuttora indagati per abuso d’ufficio il direttore generale e il direttore del personale, con l’accusa di aver agevolato alcuni contratti di lavoro “a chiamata diretta”  di Acquedotto lucano.

A settembre Gerardo Marotta e Pasquale Ronga erano stati anche convocati in Questura per fornire la loro versione dei fatti.  

Al centro del fascicolo aperto nel 2011 dal pm Salvatore Colella e poi ereditato da Francesco Basentini ci sono 11 nominativi per altrettanti contratti di lavoro a tempo determinato “con la multiutility dell’acqua lucana” somministrati” tra il 2008 e il 2011. Tra questi gli investigatori avrebbero scoperto la nipote di un ex consigliere regionale Pd, quella di un ex consigliere dei Popolari Uniti che è stato anche sindaco del capoluogo, la cognata di un consigliere comunale Pdl sempre del capoluogo e la moglie di un dirigente della stessa società.

Secondo l’accusa si tratterebbe di atti contrari alle procedure stabilite dalla legge 133 del 2008, più nota come decreto “semplificazioni”, che ha provato a interrompere un malcostume molto italiano nato con la spinta di derivazione comunitaria alla privatizzazione di attività un tempo gestite dallo Stato.

Infatti in tante enclavi della penisola la costituzione di società di diritto privato per la gestione di servizi pubblici, con un capitale sociale proprio e organi all’apparenza autonomi, si sarebbe rivelata nient’altro che un escamotage per aggirare le regole più di prima e meglio di prima.

In pratica da un lato veniva liberalizzato in toto il regime di assunzioni e commesse varie, ma dall’altro la proprietà rimaneva saldamente in mano pubblica quindi il controllo e in ultima istanza l’indirizzo di tutto ciò che un tempo richiedeva l’indizione di appalti e concorsi.

Risultato? Il dilagare un po’ ovunque di casi di nepotismo, clientele e quanto di peggio può produrre la pubblica ammistrazione. Ecco perché il legislatore è intervenuto cinque anni orsono imponendo alle «società che gestiscono servizi pubblici locali a totale partecipazione pubblica» di adottare «con propri provvedimenti, criteri e modalità per il reclutamento del personale e per il conferimento degli incarichi» rispettosi dei principi delle norme per le pubbliche amministrazioni. In particolare quelle che prevedono: «adeguata pubblicità della selezione e modalità di svolgimento che garantiscano l’imparzialità e assicurino economicità e celerità»; «meccanismi oggettivi e trasparenti, idonei a verificare il possesso dei requisiti attitudinali e professionali richiesti in relazione alla posizione da ricoprire»; e il «rispetto delle pari opportunità tra lavoratrici e lavoratori».

E ad Acquedotto lucano? Gli inquirenti sembrano convinti che le cose siano andate in tutt’altro modo prima - e fin qui nulla di rilevante dal punto di vista penale - ma soprattutto dopo l’approvazione della legge in questione. Almeno per quanto riguarda il personale. Da qui l’ipotesi di abuso d’ufficio, che punisce «il pubblico ufficiale o l’incaricato di pubblico servizio» che violando una legge o un regolamento procura «intenzionalmente» a sé o ad altri «un ingiusto vantaggio patrimoniale». Mentre lascia impuniti i terzi beneficiari dell’eventuale abuso, che ad ogni buon conto potrebbero anche essere all’oscuro di quanto commesso per favorirli. Di fatto a Potenza sul registro degli indagati i nomi dei 11 lavoratori non compaiono.

Al direttore generale e al direttore del personale della società, che l’anno scorso ha compiuto 10 anni, viene invece contestato di aver continuato a selezionare personale per progetti a tempo determinato più o meno qualificato secondo le esigenze specifiche. Mentre si sarebbero dovuti portare a termine concorsi con tutti i crismi per coprire eventuali carenze d’organico.

A settembre Marotta si era difeso depositando una memoria in cui sostiene di essere stato soltanto un mero esecutore di delibere del vecchio Consiglio d’amministrazione della società, a parte un caso motivato da ragioni particolari.

Quanto al nuovo Cda, a seguito della pubblicazione delle prime notizie sull’inchiesta è arrivata la precisazione che «pur essendo estraneo ai fatti contestati» da quando è entrato in carica ha operato sempre nel rispetto delle normative vigenti prima del 2008, e in seguito di non aver mai effettuato «assunzioni a chiamata». S’indente assunzioni a tempo indeterminato.

l.amato@luedi.it

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