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Lo stordirono a martellate e lo bruciarono vivo
La Cassazione condanna gli aguzzini di Galati

Calabria

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VIBO VALENTIA – Cristian Galati era un giovanotto di Filadelfia di appena 24 anni. Fu ucciso nel modo più brutale: pestato a sangue e poi arso vivo. Trovò la pace dopo un'agonia di due mesi. Per quell'efferato delitto furono arrestate tre persone: Santino Accetta, Pietro Mazzotta ed Emanuele Caruso. Per queste ultime due, da ieri sera, la condanna di secondo grado rispettivamente a 12 anni e a 30 anni è passata in giudicato. Lo ha deciso a tarda notte la Suprema Corte di Cassazione all'esito della camera di consiglio di ieri che, di fatto, chiude il percorso giudiziario di un omicidio di inaudita crudeltà avvenuto la notte di Capodanno del 2009 a Acconia di Curinga. I due imputati, difesi nei primi due gradi di giudizio dagli avvocati Franco Giampà ed Arturo Bova (Mazzotta) e Francesco Gambardella (Caruso), erano già approdati in Cassazione che, nel settembre del 2012, aveva annullato, con rinvio ad altro collegio giudicante della Corte di Assise di Appello di Catanzaro. Il primo era stato assolto, al secondo era stata, invece, riconosciuta una riduzione di pena. Rispetto alla sentenza di primo grado Mazzotta si era visto ridurre la pena di quattro anni (quindi 12) essendogli stati riconosciute le attenuanti generiche, a Caruso erano stati invece riconfermati i 30 anni già inflitti sempre nel processo di primo grado a Lamezia. La vicenda aveva avuto inizio con una macchina bruciata a Filadelfia. Cristian Galati si era vantato in chat con un'amica d'averla cosparsa lui di benzina. La voce era cominciata a correre in paese, e nella notte di Capodanno del 2009 il giovane era stato attirato in una trappola. Ma i contrasti con Accetta, che lo accusava di avergli incendiato l’auto, erano sorti anche perché Cristian sospettava che questi sapesse qualcosa sulla scomparsa del fratello Valentino, più piccolo di lui di quattro anni, avvenuta nel 2006, presumibilmente vittima della lupara bianca. Motivi futili, quindi, all’origine del feroce omicidio. 

E così scattò la rappresaglia. I due imputati, unitamente a Santino Accetta, condannato in Appello a 22 anni di reclusione, attesero il 24enne fuori da un bar, lo agguantarono e lo fecero salire nella loro automobile portandolo in un luogo isolato per pestarlo. Accetta e Caruso picchiavano, Mazzotta restò fuori. Cristian venne colpito a martellate, con una catena e con un coltello e poi cosparso di benzina. Una volta tramortito fu portato in località Corda, una zona tra il territorio di Filadelfia e quello di Maida dove, dopo averlo venne bruciato vivo così come lui aveva fatto con quell'auto in paese. La vittima del brutale pestaggio resiste a tutte le torture e la mattina del primo gennaio chiese aiuto a un pastore che passava di lì udendo i suoi strazianti lamenti. Venne portato all'ospedale di Lamezia, successivamente trasferito al centro ustionati di Bari dove arrivò in condizioni disperate. Prima di esalare l'ultimo respiro il 24enne riuscì a pronunciare ai carabinieri i nomi di chi era stato a ridurlo in quello stato: Caruso e «un certo Santino». Non fece, invece, il nome di Mazzotta. Infine, il decesso, per il dolore dei genitori che in tre anni hanno detto addio in un modo atroce ai loro due figli e che si sono costituiti parte civile (rappresentati dagli avvocati Leopoldo Marchese, Carlo Borello e Luca Scaramuzzino).

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