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L’amarezza di Margiotta dopo la pubblicazione
delle motivazioni della condanna per corruzione

Basilicata

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POTENZA - «Come diceva quello? “Resistere, resistere, resistere”... mai avrei pensato di doverlo citare...»
Ha usato le parole di Saverio Borrelli, il capo del pool di Mani Pulite, Salvatore Margiotta. Dopo la pubblicazione delle motivazioni dei giudici della Corte d’appello di Potenza che lo hanno condannato a 1 anno e 6 mesi per corruzione.
Il senatore, che si è autosospeso dal Pd il giorno stesso del verdetto, a dicembre, ha rassicurato i suoi amici su twitter con l’immagine di un uomo: una sagoma che corre controvento stringendo un grande fiore in mano. Oltre alla morale della favola del lupo e dell’agnello.
Nella serata di ieri ha inviato al direttore del Quotidiano anche una breve nota in replica all’articolo dedicato alle motivazioni della condanna, pubblicato nell’edizione di venerdì.
«Ho letto - spiega il senatore - le motivazioni della Corte di Appello di Potenza, peraltro depositate con 30 giorni di ritardo, delle quali si è occupata la stampa».
«Come mi aspettavo, questa sentenza è figlia del pregiudizio e del preconcetto ed è basata su un ragionamento ipotetico e su nessuna prova certa».
Margiotta spiega di aver «verificato con rammarico come la Corte, ad interpretazioni errate di fatti veri, abbia poi aggiunto un’elencazione di circostanze assolutamente non veritiere, come l’avere ritenuta provata la mia partecipazione ad un concerto nel quale avrei ottenuto informazioni riservate, per il solo fatto di essere stato incluso nell’elenco degli invitati, o come l’ulteriore circostanza – risibile – di essere stato componente di un comitato parlamentare sul controllo delle estrazioni, di cui non ho mai sentito parlare».
Quindi annuncia il ricorso in Cassazione «per far valere la mia innocenza, che riaffermo con forza alla luce di una vicenda che ha segnato profondamente la mia esistenza, personale ancor prima che politica e professionale, e che dura ormai da quasi 8 anni».
Margiotta è stato giudicato colpevole per aver accettato la promessa di 200mila euro da parte di un noto imprenditore di Policoro, Francesco Ferrara. In cambio del suo aiuto perché l’associazione di imprese lucane capeggiata da Ferrara si aggiudicasse l’appalto da 26 milioni di euro per le opere civili del Centro oli Total di Corleto Perticara.
I fatti risalgono al periodo tra dicembre 2007 e gennaio 2008. Quando gli investigatori coordinati dal pm Henry John Woodock hanno registrato una serie di contatti tra l’imprenditore e l’allora deputato Pd.
Ferrara era preoccupato per la “chiusura” della Regione nei suoi confronti, dopo che si era saputo delle indagini sul suo conto. Per questo avrebbe incontrato Margiotta di persona per parlargli della situazione.
In quell’occasione, secondo i giudici della Corte d’appello, i due avrebbero stipulato il patto. E a distanza di poco più di mese sarebbe arrivata l’aggiudicazione. Propiziata dal cambio delle buste con l’offerta delle imprese lucana, da parte del managment di Total.
A dicembre del 2008 Woodcock aveva ottenuto gli arresti domiciliari per Margiotta, poi respinti dalla Camera dei deputati e annullati dal Riesame. Mentre a processo, nel 2011, era arrivata l’assoluzione in primo grado del deputato «per non aver commesso il fatto».

l.amato@luedi.it

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