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Il sacro, il profano e la polvere sotto al tappeto

Calabria

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ALLA fine, tolti di mezzo attacchi ai giornalisti, irresponsabili quanto ridicoli, polemiche basate su un malinteso senso di orgoglio e attaccamento alla propria terra, rimarrà da capire se sia più giusto vietare le processioni religiose per il rischio che le stesse possano essere occasione di vetrina per i malavitosi del paese o permettere ai calabresi di perpetuare quei momenti che vanno ben al di là delle cose di chiesa per affondare radici nel patrimonio storico e culturale di un popolo. La settimana appena passata in realtà si è conclusa con lo stessa rovente tema con la quale si era aperta. Il fatto nudo e crudo è il seguente: la Procura e i carabinieri di Reggio, tenendo sotto osservazione numerose feste religiose in provincia, hanno annotato anomalie sulle quali stanno facendo accertamenti. Chiamatelo inchino, chiamatelo omaggio, chiamatelo gesto di “rispetto” per persone (e non per santi)… cambia poco. E, d’altra parte, chi finge di scandalizzarsi fa solo esercizio di ipocrisia, giacché la questione legata al fatto che processioni di paese sono suscettibili di essere “utilizzate” dagli uomini “di rispetto” (giusto per usare una terminologia cinematografica), quasi per consolidare il proprio “prestigio” e il proprio “potere”, non è una scoperta di pochi giorni fa.

E’ così da decine di anni. “I sordi aru santu”, spesso corone fatte da banconote attaccate l’un l’altra con gli spilli, trenta o quarant’anni fa non li davano solo i fedeli più convinti. E non erano film. E d’altra parte ci sono state nei decenni iniziative della stessa Chiesa (non tantissime, per il vero) per tenere lontani i pregiudicati dalla corsa a fare i portantini, altra abitudine evidentemente con secondi fini (pubblicitari).

Dunque, finti scandali a parte, resta il nodo della possibilità per i calabresi di continuare legittimamente a partecipare a momenti in cui la religiosità fa rima con il sentirsi parte di una comunità. Per inchini e roba simile, basta ricordarsi (se non le parole) solo il tono con cui Papa Francesco, meno di un mese fa a Sibari, ha detto la sua su Chiesa e ‘ndranghetisti: questi ultimi sono scomunicati. Senza se e senza ma.

Un breve accenno alla presa di posizione del sindaco di San Procopio (LEGGI) che attacca il Quotidiano perché, a suo dire, avrebbe dato una notizia infondata. Che la notizia che la processione svoltasi in quel paese del Reggino sia all’attenzione degli investigatori lo conferma lo stesso procuratore distrettuale di Reggio, Cafiero de Raho. Riguardo al resto, fa bene il sindaco Lamberti Castronuovo a invocare una rivoluzione culturale pacifica. Ne servirebbero in ogni comune della Calabria. Solo che anziché contro i giornalisti, le rivoluzioni culturali pacifiche sarebbero molto più utili se indirizzate ai ladri che rubano la speranza ai giovani calabresi, della cui abbondante presenza s’è accorto pure il Santo Padre.

Oltre al polverone, questa storia delle processioni con presunti segni di rispetto per soggetti non beatificati sta rivelando anche la polvere, che, pensando di voler bene alla propria terra, qualcuno cerca di nascondere sotto il tappeto. E’ come il mare sporco: gli amministratori locali si indignano se se ne parla perché, dicono, così i turisti non vengono. Quindi: il mare è sporco e i turisti non vengono per colpa dei giornalisti. Molti vogliono bene alla Calabria solo per finta. In buona o in malafede, ma senza effetti benefici reali.

Per fortuna, questa regione ha ancora tanta linfa vitale. E siamo tanto abituati all’inefficienza e al marcio che trovare qualche indicazione di segno contrario (e ce ne sono tante) ci lascia quasi increduli.

Un esempio per rimanere ai giorni scorsi: a Lamezia, Calabria Innova ha riunito un folto gruppo di imprenditori della regione che hanno beneficiato di un contributo pubblico e alcuni di loro hanno illustrato come lo stanno utilizzando. Sentite e tremate: con soli 6,2 milioni di euro (bruscolini se paragonati alle enormi quantità di denaro sprecate, rubate o inutilizzate) 102 aziende calabresi hanno potuto sviluppare progetti di innovazione per i propri cicli produttivi. Soldi spesi non per comprare automobili o case, ma solo per ricorrere a servizi, consulenze di esperti… Progetti veri, soldi spesi davvero e bene. A operazioni come queste ci si inchina volentieri. E lo farebbero di certo anche tutti i partecipanti alle processioni, perché il futuro ai propri figli lo si assicura solo con le opportunità. Il resto appartiene alle chiacchiere e al perbenismo di facciata.

twitter: @ro_valenti

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