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Vincenzo Folino e il rapporto con Potenza:
«E' una non-città, va riconnessa»

Basilicata

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C’è da giurare che se Vincenzo, quello dal brutto carattere, manterrà la promessa, il «punto di rappresentanza parlamentare popolare», sarà sempre pieno così. L’ex presidente del consiglio regionale, fresco di elezione a Montecitorio, dice di voler aprire una stanzetta, a Potenza, una sorta di sede distaccata dei luoghi romani in cui farà politica. 
Perché va bene che è di Pietrapertosa, che è «contadino», uomo delle Dolomiti locali, ma il suo rapporto con Potenza è solido come è solida la sua politica. Potenza centro amministrativo, dei palazzi, delle crisi politiche, delle vertenze che dalla fabbriche in chiusura si riversano nelle proteste a viale Verrastro. Città di snodi personali, residenze e pendolarismi, incongruenze, contraddizioni e qualche speranza da attivare. E allora capita che in una sera particolare, una uscita pubblica nel capoluogo, appena post elezione, a poche ore dalla direzione del Pd e dall’analisi del voto, l’incontro con i cittadini prenda la via dell’improvvisazione - che si sa, Vincenzo dal brutto carattere non si sottrae mai, al massimo si arrabbia, replica, tiene botta, ma non dice mai no. 

Quella via passa anche da Potenza, dal racconto e dalle aspettative sulla città, dagli errori, dalla storia, dalle prospettive. Folino le conosce in profondità. E’ il rapporto con Potenza a sorprendere sul serio. E’ un racconto di Potenza che comincia anni fa: serve ad avere un quadro generale, per dare risposte anche al malessere di oggi, in un capoluogo che stenta a vivere completamente il proprio ruolo. Indietro, fino agli anni in cui «c’erano modelli diversi di città. Non dobbiamo scordarci che questa città ha avuto a un certo punto anche una giunta fatta quasi tutta di costruttori». 

Lo dice anche per spiegare che oggi c’è Vito Santarsiero («una brava persona, un buon amministratore, talvolta testardo, è vero, forse troppo. Ma brava persona»), ma certe contraddizioni nascono da lontano. «Io - racconta - l’ho sempre dichiarata la mia simpatia per Tanino», per Gaetano Fierro, il sindaco delle tre legislature, ottenute in epoche diverse. «Perché Fierro è stato così, un democristiano particolare, populista ante litteram, democristiano di opposizione, colombiano di serie B», di quelli che si opponevano al gruppo egemone, un po’ borghesia, un po’ Potenza bene. Dopo arrivano il sindaco Rocco Sampogna con l’esecutivo travolto, di nuovo Fierro, poi le cose che cambiano. «Così, negli anni, a Potenza si ritrae quella che potremmo chiamare con linguaggio antico la “borghesia”». 

Al suo posto, in consiglio comunale, arriva un’altra parte della città, quella delle campagne, delle contrade, che, finalmente, comincia ad essere rappresentata. Molto Popolari uniti, e un po’ di Margherita. «In questi dieci anni, ecco, è emerso un consiglio comunale di persone per bene, di grande umanità». Ci torna spesso Folino, pronto a ribadire all’infinito che sarebbe un errore non distinguere i fenomeni politici dalle persone. 

Quello che accade, però, con questa nuova rappresentanza - prima unita nella Dc, poi diventata Pd - è il prevalere di un approccio importante ai bisogni primari della comunità: la strada da aggiustare, il terreno davanti a casa, la fognatura, gli allacci all’elettricità. Il popolo minuto che rappresenta il popolo minuto. «Questi rappresentanti vanno solo ringraziati. Solo che oggi lo scenario è cambiato, e a stare dietro a questi bisogni minuti si è perso il progetto di città». 

Bisogna lavorarci. Mica facile in un capoluogo così. «Potenza è una non-città. Un terzo della popolazione vive nelle contrade, gente che alle 18 torna a casa, e il resto si svuota». Mica facile gestire tutto questo, «una non-città fatta di tanti quartieri appesi, attaccati, collegati da strade strette. Difficilissimo a livello urbanistico - ammette - governare un posto così». La città delle tante, «troppe» scale mobili: sorta la prima, utile, si è costruita la seconda un po’ meno interessante. «Quando è arrivata la terza, quella di Santa Lucia, che collega due punti morti della città, è stato disastro. Invece andava fatto parcheggio sotto piazza Prefettura».Potenza è anche i suoi governanti, e i suoi presidenti. 

Quello storico, Emilio Colombo, «ha fatto tante cose buone, per carità. Ma Potenza proprio non l’ha governata». La città negli anni ’60 «è stata governata dai palazzinari». Poi con la discesa in campo dell’opposizione interna a Colombo, arriva l’espansione di zone come Macchia Romana e Poggio Tre Galli. Arrivano gli espropri, una lunga storia di contenziosi, sentenze, debiti. «Diciamolo, per favore, che non è facile per il sindaco Santarsiero governare e fare cose con un debito da 12 milioni di euro all’anno, ereditato, tra l’altro, da quella classe politica che in parte è anche stata contro in questa campagna elettorale». 

Va bene Vincenzo, ma adesso? Vanno bene la mobilità, l’urbanistica, i bisogni minuti. Ma che si fa per la comunità? «E’ che a un certo punto bisognerebbe ricostruire il tessuto della

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