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Indagati per falso anche i tabaccai di De Filippo
Chiusa l'inchiesta sui rimborsi pazzi in Consiglio

Basilicata

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Indagati per falso anche i tabaccai di De Filippo
Chiusa l'inchiesta sui rimborsi pazzi in Consiglio
 
Notificati gli avvisi di garanzia a 38 tra membri attuali ed ex del parlamentino lucano. Si salvano soltanto De Franchi e Fierro
 
 
POTENZA - Le notifiche sono partite un attimo dopo che il presidente Santochirico ha dichiarato sciolta la seduta. Dei 38 tra consiglieri ed ex iscritti sul registro degli indagati solo due sono stati "salvati". Mentre altri tre se ne sono aggiunti: una ristoratrice di Potenza, la tabaccaia che avrebbe venduto al presidente Vito De Filippo più francobolli di quanti ne ha acquistati per la sua rivendita, e il padre, tabaccaio pure lui. Per tutti loro l'accusa è di false informazioni al pm «con l'aggravante di aver consumato il fatto al fine di assicurare l'impunità» all'ex assessore Vincenzo Viti, la prima, e a presidente De Filippo, gli ultimi due. Almeno stando a quanto sostengono gli inquirenti.
Si è chiusa così con le auto di carabinieri, finanza e polizia in giro per tutta la Basilicata a consegnare copie dell'avviso di garanzia per 42 persone l'inchiesta sui rimborsi per le spese dei gruppi e quelle di segreteria e rappresentanza dei singoli consiglieri regionali lucani. Adesso in venticinque, più undici ex, un commercialista e cinque  imprenditori e commercianti accusati a vario titolo di false informazioni ai pm e favoreggiamento potranno difendersi chiedendo di essere interrogati o di depositare memoria. Poi la palla tornerà ai pm Sergio Marotta e Francesco Basentini, che dovranno decidere se mandare tutti a processo oppure stralciare le posizioni più leggere come fatto per l'ex presidente del Consiglio Prospero De Franchi e l'ex assessore all'agricoltura per cui le accuse si avviano verso l'archiviazione.
Altre grosse novità nell'atto che riassume tutti i nomi e le contestazioni prese in considerazione dagli inquirenti non ce ne sono. C'è la settimana bianca di moglie e figlia di uno, con la spesa di casa di quell'altro, come la collaboratrice «all'insaputa del marito» di quell'altro ancora. E poi feste e anniversari di familiari, fatture pezzottate, scontrini raccolti chissà dove, portaborse fantasma e portalletto di qualche "tombeur" impunito, che ha addebitato le notti in albergo con signora - o altra accompagnatrice - a spese del Consiglio. Oppure ancora le doppie indennità di missione, le schede benzina "pompate" e gli acquisti rimborsati più volte. Una varietà di comportamenti che gli investigatori hanno esplorato negli ultimi mesi studiando i rendiconti e la documentazione giustificativa sequestrata negli uffici del parlamentino di via Verrastro a ottobre.
Sei mesi dopo per sedici tra consiglieri ed ex consiglieri sono scattate le misure cautelari: arresti, divieti di dimora e sequestri. I primi sono venuti meno a seguito degli interrogatori di garanzia e delle dimissioni di due dei tre finiti ai domiciliari, gli ex assessori Vincenzo Viti e Rosa Mastrosimone. I secondi invece soltanto venerdì scorso (a parte il caso di Mariano Pici per cui il gip ha fatto un passo indietro sull'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza), in forza del cosiddetto "Lodo Mancusi" per cui una volta restituite alle casse di via Verrastro le somme "contestate" sono state considerate attenuate le esigenze cautelari. Poi ci sono i sequestri, ma a parte l'ex consigliere Antonio Tisci nessuno dei cinque raggiunti dal blocco sui conti corrente ha pensato di proporre ricorso al Riesame, quindi se ne riparlerà più avanti.
Come si riparlerà della titolare della "Locanda" di Potenza e dei due tabaccai implicati nel "caso" dei francobolli di De Filippo. Per la prima, Donata Santoro, l'accusa è di false informazioni al pm per aver dichiarato di aver compilato i registri contabili del suo ristorante, mentre una perizia grafologica ha dimostrato il contrario. Registri manomessi dopo i primi controlli della finanza, in maniera da "assolvere" l'ex assessore Viti. Idem per Serena e Francesco Marino, titolari delle rivendite da cui sarebbero transitati i francobolli del presidente Vito De Filippo. Francobolli o presunti tali, dato che gli investigatori sono certi che in quelle quantità nella tabaccheria della figlia, indicata nelle fatture rendicontate dal governatore, non se ne sono mai visti. Per questo lo hanno iscritto nel registro degli indagati per falso e peculato come tutti gli altri. Ma sentiti in un secondo momento i due che all'inizio avevano disconosciuto la scrittura sulle fatture sono tornati sui loro passi. Poi hanno provato a giustificare la quantità di francobolli con un discorso sospetto sulle giacenze. Per gli inquirenti una delle due versioni è falsa. Ora resta da stabilire quale. E perché.

 
POTENZA - Le notifiche sono partite un attimo dopo che il presidente Santochirico ha dichiarato sciolta la seduta. Dei 38 tra consiglieri ed ex iscritti sul registro degli indagati solo due sono stati "salvati". Mentre altri tre se ne sono aggiunti: una ristoratrice di Potenza, la tabaccaia che avrebbe venduto al presidente Vito De Filippo più francobolli di quanti ne ha acquistati per la sua rivendita, e il padre, tabaccaio pure lui. Per tutti loro l'accusa è di false informazioni al pm «con l'aggravante di aver consumato il fatto al fine di assicurare l'impunità» all'ex assessore Vincenzo Viti, la prima, e a presidente De Filippo, gli ultimi due. Almeno stando a quanto sostengono gli inquirenti.
Si è chiusa così con le auto di carabinieri, finanza e polizia in giro per tutta la Basilicata a consegnare copie dell'avviso di garanzia per 42 persone l'inchiesta sui rimborsi per le spese dei gruppi e quelle di segreteria e rappresentanza dei singoli consiglieri regionali lucani. Adesso in venticinque, più undici ex, un commercialista e cinque  imprenditori e commercianti accusati a vario titolo di false informazioni ai pm e favoreggiamento potranno difendersi chiedendo di essere interrogati o di depositare memoria. Poi la palla tornerà ai pm Sergio Marotta e Francesco Basentini, che dovranno decidere se mandare tutti a processo oppure stralciare le posizioni più leggere come fatto per l'ex presidente del Consiglio Prospero De Franchi e l'ex assessore all'agricoltura per cui le accuse si avviano verso l'archiviazione.
Altre grosse novità nell'atto che riassume tutti i nomi e le contestazioni prese in considerazione dagli inquirenti non ce ne sono. C'è la settimana bianca di moglie e figlia di uno, con la spesa di casa di quell'altro, come la collaboratrice «all'insaputa del marito» di quell'altro ancora. E poi feste e anniversari di familiari, fatture pezzottate, scontrini raccolti chissà dove, portaborse fantasma e portalletto di qualche "tombeur" impunito, che ha addebitato le notti in albergo con signora - o altra accompagnatrice - a spese del Consiglio. Oppure ancora le doppie indennità di missione, le schede benzina "pompate" e gli acquisti rimborsati più volte. Una varietà di comportamenti che gli investigatori hanno esplorato negli ultimi mesi studiando i rendiconti e la documentazione giustificativa sequestrata negli uffici del parlamentino di via Verrastro a ottobre.
Sei mesi dopo per sedici tra consiglieri ed ex consiglieri sono scattate le misure cautelari: arresti, divieti di dimora e sequestri. I primi sono venuti meno a seguito degli interrogatori di garanzia e delle dimissioni di due dei tre finiti ai domiciliari, gli ex assessori Vincenzo Viti e Rosa Mastrosimone. I secondi invece soltanto venerdì scorso (a parte il caso di Mariano Pici per cui il gip ha fatto un passo indietro sull'esistenza dei gravi indizi di colpevolezza), in forza del cosiddetto "Lodo Mancusi" per cui una volta restituite alle casse di via Verrastro le somme "contestate" sono state considerate attenuate le esigenze cautelari. Poi ci sono i sequestri, ma a parte l'ex consigliere Antonio Tisci nessuno dei cinque raggiunti dal blocco sui conti corrente ha pensato di proporre ricorso al Riesame, quindi se ne riparlerà più avanti.
Come si riparlerà della titolare della "Locanda" di Potenza e dei due tabaccai implicati nel "caso" dei francobolli di De Filippo. Per la prima, Donata Santoro, l'accusa è di false informazioni al pm per aver dichiarato di aver compilato i registri contabili del suo ristorante, mentre una perizia grafologica ha dimostrato il contrario. Registri manomessi dopo i primi controlli della finanza, in maniera da "assolvere" l'ex assessore Viti. Idem per Serena e Francesco Marino, titolari delle rivendite da cui sarebbero transitati i francobolli del presidente Vito De Filippo. Francobolli o presunti tali, dato che gli investigatori sono certi che in quelle quantità nella tabaccheria della figlia, indicata nelle fatture rendicontate dal governatore, non se ne sono mai visti. Per questo lo hanno iscritto nel registro degli indagati per falso e peculato come tutti gli altri. Ma sentiti in un secondo momento i due che all'inizio avevano disconosciuto la scrittura sulle fatture sono tornati sui loro passi. Poi hanno provato a giustificare la quantità di francobolli con un discorso sospetto sulle giacenze. Per gli inquirenti una delle due versioni è falsa. Ora resta da stabilire quale. E perché.

 

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