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Il trappolone "chimica verde"
e il retroscena della Novamont

Basilicata

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POTENZA - Un nuovo stabilimento in Val Basento a bassa occupazione e alta redditività? O una partnership diffusa per la conversione all’agricoltura energetica di parte delle imprese che insistono nella stessa area?

C’è anche il dilemma “chimica verde” tra i nodi ancora irrisolti nella trattativa in corso tra Eni e Regione Basilicata per l’aumento delle estrazioni in Val d’Agri, che negli scorsi mesi ha subito una brusca accelerata grazie anche all’iniziativa dei principali comuni petroliferi.

Questa volta non solo loro al centro della discussione ma quelli dove hanno sede le «terminazioni industriali» della filiera del greggio lucano che proprio per questo, grazie al nuovo accordo, di qui a qualche mese  potrebbero beneficiare per la prima volta di una quota delle nuove “royalties” previste. Non i comuni però, si badi bene. Ma progetti che insistono nei rispettivi territori per «l'accelerazione dello sviluppo regionale attraverso politiche aggiuntive di sviluppo industriale generatore di occupazione, di incremento della dotazione infrastrutturale, di investimenti in ricerca e innovazione connesse alla ricerca e coltivazione delle fonti fossili in Basilicata». Così il Memorandum sottoscritto ad aprile del 2011 dal governatore Pd della Regione Vito De Filippo e l’allora sottosegretario Pdl allo Sviluppo economico Guido Viceconte. Chiaro quindi che la questione è tutta su chi ne beneficerà.

Il primo a parlare di “chimica verde” nella discussione sull’aumento delle estrazioni in  Val d’Agri era stato De Filippo quando il negoziato era appena iniziato. «Noi - così in Consiglio regionale il 29 marzo 2011 - abbiamo fatto una scelta finanziaria, sostanzialmente l’aumento delle royalty, un contributo ulteriore in termini finanziari noi invece vorremmo provare a lavorare ad alcuni settori innovativi, facciamo soltanto riferimenti abbastanza generali nel memorandum ma sarà il tema dell’intesa che dovremmo valutare con voi dalla chimica verde, a settori innovativi nella componentistica energetica e proviamo a costruire con il Governo nazionale prima sulla base di una valutazione strategica unitaria che è quella di verificare se il Governo intende rilanciare i sistemi produttivi della nostra regione alla luce di questa funzione nazionale, il settore che ovviamente dovremmo indicare noi».

Subito dopo il riferimento all’accordo tra Regione Sardegna ed Eni per il rilancio del polo petrolchimico di Porto Torres con la realizzazione di un investimento da parte della compagnia del cane a sei zampe e del suo socio Novamont di quasi un miliardo di euro per la realizzazione di ben 7 impianti “bio”, tra cui una centrale a biomasse, «una catena di produzione integrata a monte con le materie prime vegetali» e un centro di ricerca. Cos’è Novamont? Uno degli spin-off meglio riusciti del gruppo Montedison considerata un’azienda leader nel settore delle bioplastiche tant’è che nei giorni scorsi ha seguito anche il Papa a Rio de Janeiro per distribuire piatti, posate e bicchieri di plastica biodegradabile e alleviare il peso dei rifiuti prodotti dalle centianaia di migliaia di giovani accorsi. Così anche alle olimpiadi di Londra dell’anno scorso.

Non è nuova, Novamont, nemmeno in Basilicata. Solo ieri si è conclusa la sua ultima incursione peraltro proprio nell’area delle estrazioni dove con la Goletta di Legambiente si è occupata della qualità delle acque del Pertusillo. E i suoi brevetti sono al centro del progetto del polo di “chimica verde” in Val Basento. A prescindere o meno dal luogo di provenienza delle materie prime vegetali.

l.amato@luedi.it

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