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Protesta contro la chiusura del Tribunale di Melfi
Occupata la sala riunioni della giunta regionale

Basilicata

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POTENZA - Non tutto è perduto, qualcosa per salvare il Palazzo di giustizia di Melfi colpito dalla legge di riordino dei tribunali italiani ancora si può fare. O almeno crede così la delegazione che da ieri mattina, dopo la sospensione, la sera prima, del presidio a oltranza nella città federiciana, ha spostata la protesta nel Palazzo della Giunta.

Prima per chiedere un incontro al presidente De Filippo, che si è svolto nella mattinata di ieri, al termine del quale si è deciso di occupare la sala Verrastro. «Rimarremo qui fino a quando non ci saranno segnali concreti di un interessamento per il nostro tribunale»: dicono alla stampa. Ci sono i sindaci di Melfi e Rionero, Livio Valvano e Antonio Placido, i consiglieri regionali, Ernesto Navazio e Nicola Pagliuca, quello provinciale, Aurelio Pace, il presidente del Consiglio dell'Ordine degli Avvocati di Melfi, Gerardo Di Ciommo, oltre che una rappresentanza di consiglieri comunali ed avvocati. Al governatore hanno chiesto un impegno diretto per un pressing sul ministero competente. Le ultime speranze sono legate a quelle ulteriori verifiche che il ministro Cancellieri aveva annunciato su casi “particolari” come quello lucano. 

La titolare del dicastero si è data altri tre mesi di tempo. Ma ora la delegazione chiede  alla Regione di accelerare i tempi e preparare un dossier attraverso il quale spiegare «perchè il tribunale di Melfi non può essere chiuso e accorpato al Tribunale di Potenza». De Filippo, al termine della riunione, il suo impegno lo ha già assicurato. Anzi ha fatto di più. Ha scritto al ministro. Il governatore potrebbe incontrare il sottosegretario alla Giustizia martedì o mercolì della prossima settimana. Nel frattempo la delegazione rimarrà lì. Anche di notte. 

Ma a Melfi il trasferimento dei fascicoli è già iniziato. Il presidio che fino a questo momento aveva cercato di impedire lo “scippo”, ha lasciato il posto a una manifestazione simbolica, a sostegno dell’azione che intanto la delegazione sta portando avanti nel palazzo di via Verrastro.  «La  regione Basilicata e il Vulture hanno subito un’ingiustizia», spiega una nota stampa della delegazione  che però precisa pure: «La guerra non è con Lagonegro. Crediamo solo che alla base della decisione di accorpare il presidio di Melfi ci sia un grosso errore». Ovvero quella logica dei numeri che ha fatto da base alla riforma ritenuta «illogica ed ingiusta». 

E sulla base della quale si continua a perpretare la stessa ingiustizia a danno dei lucani e di una regione  “grande" per territori, priva di infrastrutture e cerniera tra le regioni del sud a più alto tasso di criminalità. Ma che perde ogni ogni giorno un pezzo in più. «La popolazione di Melfi ed il suo territorio - si legge ancora nel comunicato della delegazione degli occupanti - sono tra i più esposti al pericolo della criminalità e la presenza del super carcere ne è la comprova». 

Dunque, chiedono ora, i passi da compiere sono questi: riaprire con urgenza il tavolo di confronto con il Ministero affinché vengano presi in considerazione tutti gli elementi di valutazione che porterebbero alla sopravvivenza del tribunale. Il che  comporta la   contestuale sospensione delle operazioni di trasferimento verso il Tribunale di Potenza,  ma probabilmente anche di quelle di Sala Consilina verso Lagonegro visto che riconsiderare il caso Melfi significherebbe riconsiderare tutto il caso lucano. Nel frattempo la delegazione spinge affinché la questione abbia un profilo politico più alto: «La Regione Basilicata deve mettere in campo tutto il suo potere contrattuale con il Governo per rivendicare il diritto ad esistere e non deve più accettare soprusi provenienti da una visione centralistica che non riconosce quanto i lucani danno e fanno per l’intera regione».

m.labanca@luedi.it

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