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Eravamo partiti
che volevamo la rivoluzione mondiale

Basilicata

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I contadini non capirebbero. È naturale. Come vorreste che capissero queste cose che non poggiano su nulla, che non sono altro che un linguaggio convenzionale, che anche noi non capiremmo, se non avessimo un giorno deciso di accettarlo una volta per tutte? Correndo dietro a delle ombre, vedrai: ci accadrà come in certi sogni angosciosi, che si vuole afferrare, che so?,una donna, un qualunque altro oggetto desiderato, e si va con la mano avanti e con desiderio grandissimo per prenderlo, e già quasi lo si tocca, e quello ci sfugge, e si allontana.

E di nuovo corriamo verso di lui, e ancora ci delude, e fugge via, sempre più lontano e più piccolo, mentre lo inseguiamo con uguale passione e crescente ansia. Eravamo partiti che volevamo la rivoluzione mondiale, poi ci siamo accontentati della rivoluzione in Italia, e poi di alcune riforme, e poi di partecipare al Governo, e poi di non esserne cacciati.

Eccoci ormai sulla difensiva: domani saremo ridotti a combattere per l’esistenza del partito, e poi magari di un gruppo o di un gruppetto, e poi, chissà, forse per le nostre persone, per il nostro onore e la nostra anima: cose sempre più piccole e più lontane, e un’astratta passione, sempre uguale. È triste: ma vedrai che andrà così.

Ho avuto tempo di pensare e di riflettere, in questi mesi che ero a Putti, a curarmi la gamba. Siamo stati sconfitti, per molte ragioni che non dipendono da noi, ma anche per colpa nostra, che non sapevamo quello che si dovrebbe volere, e giocavamo a fare i Macchiavelli, e abbiamo preteso di fare le riforme di struttura conservando o restaurando proprio quella struttura che volevamo riformare; accarezzando e facendo rinascere proprio quella burocrazia che volevamo distruggere, per affidarle la propria soppressione: stupiti che non accogliesse la nostra preghiera di suicidarsi per farci piacere. Naturale, che i contadini non capiscano: è come pretendere che sia la grandine a far crescere l’erba, o incaricare le zanzare di combattere la malaria. So bene che, in certe condizioni, non si deve guardare per il sottile, che ci si deve servire di tutto quello che può essere utile, che si può prendere il denaro degli industriali per espropriarli, che si possono trovare, lungo la strada, i più strani alleati e compagni di viaggio, salvo poi a buttarli nel fosso alla prima occasione. Ma ci deve essere una strada; tanto più si può essere spregiudicati, quanto più si sa quello che si vuole, e si è chiari e intransigenti. Andare al nord per arrivare al sud, è un po’ troppo: sfido io che i tuoi contadini non lo capiscono. Non lo capisco neppure io. Ora bada, la gente non se ne accorge ancora, sono tutti presi dalle questioni di ogni giorno, e tutti pensano ancora di combattere, di vincere: ma noi lo sappiamo ormai la battaglia politica è perduta. Questo è solo il principio, e non c’è nulla da fare”.

(Carlo Levi, L’orologio)

 

Mi pare inopportuno aggiungere anche una sola parola a questo modernissimo passo di Carlo Levi.

Invece, converrebbe leggerlo e rileggerlo e poi leggerlo ancora. E lo dovrebbero leggere i cittadini che eleggerano i loro rappresentanti e, con maggiore attenzione, coloro che hanno deciso di rappresentare i cittadini e chiedendo loro il voto.

Le parole rinnovamento, innovazione, nuovo, diverso, futuro ci sono state sempre ma sono stati pochissimi quegli uomini che ne hanno compreso il significato e cercato di attuarlo. E da questa lettura emerge che il nuovo o l’essere giovani non è un un valore aggiunto, diventa un valore se il nuovo è anche sinonimo di buono così come il vecchio.

A parte la mancanza di donne che occupano nelle liste posizioni di assoluta ineleggibilità, sconfortata trascorrerò questi ultimi giorni prima del voto chiedendomi a cosa servono i sogni se il risultato da sempre, è sempre lo stesso!

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