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Il terzomondismo
di Alessandro Di Battista

Basilicata

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2 minuti 14 secondi

I pezzi grossi a 5 Stella arrivano in Lucania. Avranno smosso qualche coscienza? Vediamo. Anzitutto va detto che... per “pezzi grossi” s’intende soprattutto lui, il valoroso guerriero con la t-shirt del Che (ma è iconologicamente bello anche in giacca e cravatta) che s’appella Di Battista, Alessandro. I suoi interventi impertinenti alla Camera sono i video politici più visti di YouTube, le sue incursioni, tra palchi, pic nic e picchetti, sono divenute leggendarie. Così come la possibilità d’invitarlo a cena a casa vostra, per farvi illustrare personalmente gli ultimi 7000 emendamenti dei 5 Stelle (inopinatamente snobbati dagli altri partiti in sede di votazione) - con in più la possibilità di intervenire personalmente sulla legge che rifinanzia le missioni italiane all’estero - è diventato l’ultimo must delle serate capitoline.

Di Battista l’ho incrociato sulla rete sociale, in tempi non sospetti. Quando intuii che, di lì a qualche mese, sarebbe diventato deputato. «Dipendente del Popolo» disse lui alla Binetti, incrociandola nel Transatlantico, e costei pensò fosse un giornalista postdemocristiano fin troppo chiassoso. Gli ho anche scritto, qualche volta, dispensandogli consigli da vecchia volpe dei bigi corridoi del potere romano. Ma ho visto che lui non ne aveva bisogno.

Si destreggia alla grande, questo baldo giovane, di giorno accanto ai manifestanti anti-discarica e di notte come vice del piduista Cicchitto in Commissione. Con le gallery delle foto di viaggio facebookkiane della sua precedente vita “normale” che sono puro cinema. Lui come un’eroe, salva bambini in Honduras, ama donne su cascate in Amazzonia, aiuta gli operai dell’Ecuador, costruisce una scuola in Tanzania, pianta tamarindo in Martinica e si potrebbe continuare all’infinito. Un prode simpatico e molto moderno (e anche un po’ para-culo, in senso simpaticamente romanesco: d’altronde l’origine non mente). Ecco, questo Di Battista è un terzomondista con una coscienza collettiva forte. È uno ancora capace di sognare. Diciamo che fra settant’anni, se resterà in politica (cosa impossibile, visto il limite grillesco ai 2 mandati), potrebbe essere venerato come l’Andreotti dei 5 Stelle, ottimo ministro degli esteri di un futuro monocolore pentastellato: scomodo ma molto scomodamente a suo agio.

Anche perché le relazioni internazionali di un paese fuoriuscito dall’Euro sarebbero guerriglia quotidiana pura. Lui ci starebbe alla grande, e farebbe molto comodo alla causa lucana. Anche alla luce delle parole pronunciate l’altra sera, sul palco di Matera. Laddove fosse ovviamente implicito che se uno si batte per il terzo mondo allora si batte pure per la Basilicata.

 Ça va sans dire.

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