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Dalle idi di marzo
alla rivoluzione di novembre

Basilicata

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QUESTA è una storia di rivincite incrociate.

La sua rivoluzione personale Marcello Pittella aveva iniziato a concepirla il 30 marzo 2010, 11 mila 363 preferenze erano un bel record per aspirare a un ruolo di primo piano nel panorama istituzionale del De Filippo bis. Lo lasciarono in panchina. Per un po’ di tempo, l’uomo scomodo dell’area sud (che ieri mattina presto ha riattraversato la Salerno Reggio Calabria per incontrare i giornalisti a Potenza da dove si era allontanato solo qualche ora prima) aveva fatto purgatorio, quasi sempre in disparte e isolato nelle direzioni di partito. Quel partito, il Pd, che la notte dello spoglio ha pensato bene di tener chiusa la sede. Anche i simboli, spesso, parlano.

Ognuno per sè e tutti per Lacorazza.  Mentre Pittella si riprendeva la rivincita partita da quella lunga notte di tre anni fa rimasto a bocca asciutta, lottando alle primarie e sfidando giudici, fischi e compagni sospettosi, il presidente della Provincia di Potenza incrociava la sua personale rivincita sul cammino dello sfidante insonne.

Perse le primarie per un soffio, forse perchè apparso troppo protetto dall’apparato Pd, il non più giovanissimo Pier è diventato adulto (politicamente) come di solito avviene nella vita, passando per una delusione.

La sconfitta alle primarie è stata così la molla per un nuovo cammino attraverso tutta la Basilicata alla ricerca di consenso e alleanze. Il Pd è stato generosissimo, ma lui si è speso senza sosta e ha guadagnato il primato delle preferenze superando persino il suo padre putativo, Vincenzo Folino che alle scorse elezioni aveva raggiunto 8000 preferenze.

Lo lascerà in panchina il neo presidente esattamente come avevano fatto con lui? Io penso che sarebbe un errore.

La Basilicata non ne può più di guerriglie e corvi. Il giorno dopo lo spoglio già siamo alle prese con le recriminazioni. La campagna elettorale è finita, per favore.

Pittella ieri ha detto di non aver ancora pensato alla Giunta. Politica, tecnica, mista, maschile, femminile, omosessuale, non ha fornito alcuna indicazione.

Sperando che ci pensi subito, subitissimo, è il solipsismo decisionistico dell'uomo solo al comando che, ancora ieri, nella tregua di una fatica immane iniziata ad agosto, sembrava voler trasmettere. E' il tempo della politica italiana che sta andando così. L'abbraccio con Speranza, le parole di Folino, i complimenti che sono corsi a tributargli al Park hotel, il breve colloquio con De Filippo in una stanza a parte devono essere la riconciliazione necessaria di un partito che è comunque baricentrico nella coalizione di centrosinistra, un partito al quale ancora una volta, al netto dell'astensionismo, la società lucana si è affidata.

Ma Pittella sa che la sua rivoluzione la dovrà fare per davvero. Molti i dissensi, moltissime le offese postate ieri sulla sua bacheca Fb, ancora presente l'incubo dei fischi di Matera.

«O con me o si muore», ripete spesso. O si fa la Basilicata o si muore. E per farla bene deve agire lui, dare un senso operativo a “prima persona”.

Lo sa benissimo, del resto, da dove ripartire. Pittella conosce bene le stanze, i volti, le storie, i bisogni e i privilegi del Palazzo. Non ha bisogno di ricognizione. Ma solo di dimostrare a chi lo ha votato di essere più bravo di un gladiatore, come dice Folino, e che l’uomo con l’auricolare e la camicia bianca, i bellissimi figli al seguito, le musiche e le foto che girano più veloci del vento di quest'autunno a lui favorevole, è uno che ci crede davvero.

«Io sono uomo del Pd», ha detto seduto al Gran caffè di Potenza. Quanto valga oggi quest’affermazione in un Paese allo sfacelo è un enigma. Ma è proprio a quel Pd che deve dimostrare che avevano fatto male, molto male a metterlo in panchina, quel marzo di tre anni fa.

l.serino@luedi.it

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