Salta al contenuto principale

"E voi, lucani,
da che parte state?"

Basilicata

Tempo di lettura: 
7 minuti 36 secondi

I VOTI, come i soldi, non hanno odore. Chi te li affida, vuole che siano ben gestiti. Chi te li presta li rivuole indietro con gli interessi. La giunta regionale nata ieri nasce come un primo atto di forza di Pittella.  Il presidente, irritato, ha strappato i soldi in faccia a chi glieli aveva prestati. Lo possono gambizzare con l’attenuante di non aver rispettato i patti, salvo a capire di che patti si trattava. Oppure può dimostrare di essere il più forte e di essersi liberato.

Quando nel video che posta su FB alle due di una convulsa domenica che segue a una notte ancora più convulsa si vede Pittella che batte i pugni sul tavolo di vetro ti chiedi: autoritario o responsabile? È una domanda oziosa, a mio avviso. Almeno in questo momento.

Così come è oziosa la discussione che in queste ore sembra appassionare i più: ma la Basilicata è stata commissariata? Quanto tempo impiegheranno questi signori a capire le cose lucane? Anzi, a chi ironicamente propone: perchè non direttamente la Merkel? posso ricordare un precedente: qualche anno fa un manager tedesco fu scelto a mettere a posto la sanità di Crotone e fece cose buone. Peccato che l’abbiano fatto fuori. La scelta di Pittella di nominare quattro assessori non solo esterni (ricordiamo che De Filippo ne nominò tre, tre donne ed erano lucane, rispondevano tutte però a una logica politica) ma anche “stranieri” sfugge in realtà ad una  valutazione di merito. Perchè è stata una scelta necessaria. Inevitabile. Vediamo perchè e quali sono gli effetti

1) Pittella è arrivato esattamente all'opposto dello schema che aveva in mente: era partito da una giunta di interni. Sarebbe stata una scelta che avrebbe comportato meno spese, maggiore condivisione sul lavoro da fare. Ma su quest’ultimo punto non giurerei. Chi gli ha impedito una giunta di interni? I veti interni alle correnti del suo partito.  È abbastanza esplicito nella denuncia che fa, all’ora in cui Folino, Speranza e Lacorazza scengono di andare a pranzo al don Uva.  Tirava l’aria di sempre, dice Pittella, quella stessa aria che aveva affossato De Filippo. L’ex governatore, con sprezzante sfinimento, cedette alle richieste degli alleati e mollò la barca. Pittella ha il vantaggio di essere all’inizio. Ha rotto subito la mediazione e ha agito d’imperio affossando le larghe pretese. Ha rotto innanzitutto con la parte politica che lo aveva sostenuto, la famiglia Antezza, ma ha mandato un segnale forte anche al Pd: attenzione, ha detto. Questo è solo l’inizio. Pittella, così, si gioca tutto. Il primo ad esserne consapevole è sicuramente lui. E’ il più gravato, il più esposto, l’uomo da impallinare al primo errore. Ma lui sembra non aspettare altro che dimostrare che non scherza, nervoso e caricato a mille, come si intuisce dalla gamba che continua a battere sotto il tavolo nel lungo video social. Non posso perdere neppure un minuto, sembra voler dire.

2) L’astuzia comunicativa. È, secondo me, la vera novità del giocatore. Rotti gli indugi, chiarito che, da uomo di partito, ci ha provato, sbugiarda chi prova a mentire, scopre chi bluffa, si rivolge direttamente ai lucani e punta l’indice: sono stato costretto ma, anche costretto, ho scelto il meglio che ho potuto. Voi da che parte state? Sarà una costante del suo mandato. Disintermediare. È prevedibile che al primo intoppo in un consiglio frustrato e innervosito parlerà direttamente con la gente. «Guardate – dirà - io voglio fare questo per voi e loro me lo impediscono». Questo il Pd deve averlo ben presente. È una novità assoluta per un ceto politico lucano abituato, spesso, a far finta di niente. Un Pittella un po’ peronista. Ma astuto. Un modo di fare per lui indispensabile in questo momento in cui non poteva tradire le attese di uomo del fare, specchio di un tempo che non concede più nulla a nessuno.

E la politica? Diventa un processo induttivo. Non è più generatrice di scelte, ma particella di un sistema orizzontale. Chi si assume la responsabilità vince. (tweetta così) Indipendentemente dalle appartenenze.

3) La zarina di Matera. Il Pd deve decidere come considerare la deputata. E' organica o non è organica al Pd? Tutti la vogliono, tutti la detestano. Antezza ha contribuito alla vittoria di Pittella alle primarie e alla vittoria di Renzi in Basilicata. Ha una corrente familiare di potere, un padre potente alle spalle, un consenso popolare che mantiene organizzato. Quando si tratta di mettere firme innocenti sotto le interrogazioni parlamentari multiple nessuno scrupolo, quando si tratta di interessi di potere diventa la peste. Lei ce la mette tutta in verità a farsi detestare da zarina. "O metti Braia in Giunta o i miei consiglieri passano all'opposizione".  Da qui è nata la catena dei no a valanga.  Il punto è che i suoi due galantuomini, Giuzio e Bradascio (il primo messo autorevolmente nel listino) hanno risposto subito: signora sì. E poi dicono che le donne non contano niente in Basilicata. Pessimo inizio. Il tempo dei patti col passato non regge alla forza d’urto di un popolo che, in realtà, non sarà mai contento di nulla. Perchè ha la pelle scorticata. Antezza dovrà assumersi la responsabilità di stare all’opposizione. 

4) L'allegra brigata del Pd. Il Pd ha cercato di mantenere la logica dell'incognita a sorpresa. Date x postazioni, siamo noi a decidere i nomi con i quali riempire le caselle. E’ proprio al Pd che ora si chiede il maggiore sforzo di autenticità. Il segretario regionale Vito De Filippo garantisce lealtà. Non saranno loro a far mancare la fiducia al presidente. E, del resto, Pittella gliela chiede. Nessun commento da Lacorazza e dai cuperliani. E non è un buon segno. Tipico di chi non vuole com-promettersi (cioè cum pro mettersi). Gioisce e esprime giudizi lusinghieri il senatore Margiotta. Santarsiero è l’unico che si lascia andare: non è quello che ci aspettavamo ma lavoreremo per il bene della Basilicata. Ecco, il Pd deve provare ad avere una strategia, che non può essere nè l’euforia della catastrofe nè di quelli che stanno a guardare. Se si rendono conto che persino i banchi dell’usato al mercato sono senza stracci, forse capiranno che, bomba o non bomba, bisogna stare sui fatti e provare a dare un senso al loro mandato. De Filippo sa benissimo cosa significa governare e cosa significa avere gli altri contro. Con l’esperienza del già vissuto dovrà agire da uomo delle istituzioni. Se davvero il Pd vuole fare una cosa giusta deve dimostrare di voler "collavorare". Sì, con la "v", non è un refuso. La collaborazione (con la b) indica una responsabilità graduata, un capo e dei gregari. La collavorazione (con la v) indica pari concorso, con lealtà, in un progetto. Lo schema finora adottato è finito. C’è un altro uomo al comando. Con un cognome che pesa. E’ evidente che i quattro nomi, di indubbio prestigio, nascono dalle relazioni personali dei Pittella. Quasi scontato. Bravo Donato Mola a postare subito un video in cui Berlinguer sponsorizza la scelta congressuale di Gianni. Ma io avrei portato anche mio fratello in Giunta. Il punto è: da dove si parte e dove vogliamo arrivare? 

5) Gli stranieri. In genere contaminarsi è sempre un bene. Ma bisogna, appunto, contaminarsi. C'è bisogno di viverlo un luogo per farlo tuo. C'è bisogno di annusare l'aria per riconoscere i venti. E c'è bisogno, soprattutto, di innamorarsi di un progetto, di un'idea, di una sfida. Non è ignobile neppure essere mercenari. Farsi pagare per lavorare. Professionisti di un risultato. La Basilicata ha avuto destini alterni con gli stranieri. Molti l'hanno scelta, altri se ne sono scappati. Penso alla delusione di Des Dorides, nominato da Martorano direttore generale del San Carlo. Provo a telefonare a Liberali. Risponde al primo colpo. “E’ certo, quando mi chiamano, rispondo. Mi metto in gioco, arrivo”. Di certo una giunta di esterni sarà una giunta che risponde al presidente. Pittella rivendica la scelta d’innovazione e d’apertura, europeista. Chiedevate questo, no? dice ai lucani. Ancora una volta si rivolge a loro. Meno gladiatore, più peronista, Pittella ha poco da perdere. Ha 51 anni, è uno dei  pochi politici lucani a non essere dipendente regionale (anche Santochirico, in verità), ha conservato per sè deleghe importanti, la sua vera sfida politica, quella che nessuno immaginava, l’ha già vinta alle primarie. Ha dalla sua il segretario nazionale del Pd. Ora ha solo un grande ostacolo: convertire il suo isolamento politico in un grande aggregatore di consenso sociale. E ha tutta l’aria di voler attraversare il deserto.

l.serino@luedi.it

 

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?