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La rivoluzione, il patto e il pacco

Basilicata

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contraenti includeva: il candidato (ora) Presidente, Pittella;  il Presidente uscente della regione e segretario regionale del Pd, De Filippo; il capogruppo Pd alla Camera, Speranza; il Benedetto medesimo; Bicchielli, coordinatore regionale di Centro democratico. In pratica, l’accordo prevedeva che in cambio del sostegno elettorale per Pittella e per il centrosinistra, nonché della rinuncia di Centro democratico e, quindi, di Benedetto a pretese sul Listino del Presidente, costui dovesse ricevere un incarico da assessore nella futura giunta regionale. 
Ad oggi non risultano smentite sull’autenticità di quel patto, così come l’evidenza sulla giunta regionale appena formata fornisce la prova inequivocabile del pacco. 
Dopo la diffusione del documento è scoppiata, giustamente, la polemica, nella quale si è particolarmente distinto Magdi Allam, che in un articolo pubblicato sul Giornale ha chiesto le dimissioni di Pittella e di Speranza per voto di scambio.  
C’è da dire che, come non di ra
do accade in Basilicata, in questa vicenda il confine tra il tragico e il comico non è nettamente distinguibile. Peraltro, considerati pure altri noti accordi pre-elettorali negletti, quali ad esempio gli assessorati promessi ai materani Braia e Santochirico, sembra di poter concludere che Pittella e De Filippo, pur di vincere le elezioni, in campagna elettorale hanno sottoscritto una elevatissima quantità di impegni contrattuali, scritti e-o orali. E a questo punto non si può nemmeno escludere che i due, sulle gloriose orme di Totò e Nino Taranto, abbiano pure provato a piazzare il colpaccio della Fontana di Trevi! 
Va sottolineato che i contraenti del patto, nel firmare una siffatta carta scritta, hanno rivelato sciatteria istituzionale condita da superficialità politica. In realtà, dacché esistono il mondo e i governi, sono sempre esistite le trattative pre-elettorali, sopra e sotto il banco, tra alleati o presunti tali. E anche nel corso delle campagne elettorali nazionali, non di rado circolano i nomi di futuri ministri di questo o di quel partito. Non mi pare neppure che si possa parlare, in questo caso, di voto di scambio: il potere di nomina degli assessori spetta al Presidente della giunta regionale e che egli tratti con i suoi alleati non può certo essere materia di scandalo. Dov’è allora il problema? Il problema, in effetti, sta nella carente cultura istituzionale e nella modesta sensibilità democratica che rivelano i contraenti dell’accordo. Cosa c’entrano, infatti, segretari e coordinatori regionali, un capogruppo alla Camera e un candidato al Consiglio con le scelte sulla giunta regionale di Basilicata, prerogativa del presidente eletto? Inoltre, anche ammettendo, per puro amore di realismo politico, un loro ruolo nelle discussioni sulla futura giunta, a che titolo costoro firmano un accordo di esplicita spartizione del potere? In altri termini, né Roberto Speranza né Vito De Filippo (e per dirla tutta nemmeno Gianni Pittella) si sono presentati candidati a queste elezioni regionali e i cittadini lucani hanno invece scelto il proprio presidente in una competizione tra Marcello Pittella ed altri candidati espressione di coalizioni alternative. Naturalmente, può sempre essere che De Filippo e Speranza aderiscano ad una visione dinastico-patrimoniale dello stato, in cui il confine tra partito e regione è inesistente e nella quale il processo elettorale, tipico invece del moderno stato democratico, è ritenuto un inutile orpello. L’uno fu in gioventù un filosofo, l’altro fu uno storico: dispongono certamente delle risorse intellettuali utili a chiarire il significato di quel documento.      
Insomma, anche alla luce delle incredibili e antistoriche polemiche suscitate dalla decisione del neo-assessore alla Sanità, Franconi, di rimuovere il crocifisso dal suo ufficio (con successiva e, peraltro, poco eroica marcia indietro), la Basilicata, più che terra di rivoluzione democratica, oggi appare, sotto diversi aspetti, più simile a una Vandea. 
Del resto, il vero dubbio legato alla figura di Marcello Pittella, fin dai tempi della sua arrembante campagna per le primarie infarcita di slogan low cost, era stato proprio questo: ma come può un uomo del passato, che ha ricoperto per anni primarie responsabilità di governo accanto a quelle stesse persone che ora egli dichiara sorpassate dai tempi e dalla necessità storica, diventare l’uomo del cambiamento e dell’innovazione?    
Sembra, al momento, che non si dovrà lasciare ai posteri l’ardua sentenza.  
Nell’insieme, il quadro politico lucano è di forte inadeguatezza rispetto ai problemi di questa epoca. Lo sappiamo da tempo ma continua a colpire la (sostanziale) mancanza di consapevolezza della gravità della situazione da parte del ceto politico. In questa fase alcuni notabili soffrono per il commissariamento imposto alla politica locale dalla scelta di Pittella di varare una giunta di assessori esterni alla regione. Quel che costoro, intendo i notabili, non comprendono (insieme ai propri colonnelli scalpitanti), è che l’Italia, la Basilicata e il sistema delle autonomie regionali sono ancora dentro una bufera economica e sociale di lunga durata. Quindi, dato anche il difficile quadro esterno, con questa reiterazione di fallimenti politici, economici e morali, il prossimo passo non consisterà nell’eliminazione della giunta dei forestieri quanto piuttosto nell’arrivo del commissario liquidatore della regione. 
P.S. Si sarà notato che in questo intervento ho fatto riferimenti limitati alla figura di Benedetto. Il fatto è che appare inutile dilungarsi sul personaggio e sul volenteroso gruppetto del Centro democratico. In realtà, anche l’episodio del contratto “ti sostengo se mi dai l’assessorato” conferma che nel caso di Benedetto si tratta di braccia che la politica ha dannosamente strappato all’imprenditoria. 

 

Il consigliere regionale di Centro democratico, Nicola Benedetto, ha reso pubblico nei giorni scorsi un documento sottoscritto prima delle elezioni regionali da 5 personaggi di rilievo della politica lucana (e nazionale). 

Più precisamente, il gruppetto dei contraenti includeva: il candidato (ora) presidente, Pittella;  il presidente uscente della regione e segretario regionale del Pd, De Filippo; il capogruppo Pd alla Camera, Speranza; il Benedetto medesimo; Bicchielli, coordinatore regionale di Centro democratico. In pratica, l’accordo prevedeva che in cambio del sostegno elettorale per Pittella e per il centrosinistra, nonché della rinuncia di Centro democratico e, quindi, di Benedetto a pretese sul listino del Presidente, costui dovesse ricevere un incarico da assessore nella futura giunta regionale. 

Ad oggi non risultano smentite sull’autenticità di quel patto, così come l’evidenza sulla giunta regionale appena formata fornisce la prova inequivocabile del pacco. 

Dopo la diffusione del documento è scoppiata, giustamente, la polemica, nella quale si è particolarmente distinto Magdi Allam, che in un articolo pubblicato sul Giornale ha chiesto le dimissioni di Pittella e di Speranza per voto di scambio.  

C’è da dire che, come non di rado accade in Basilicata, in questa vicenda il confine tra il tragico e il comico non è nettamente distinguibile. Peraltro, considerati pure altri noti accordi pre-elettorali negletti, quali ad esempio gli assessorati promessi ai materani Braia e Santochirico, sembra di poter concludere che Pittella e De Filippo, pur di vincere le elezioni, in campagna elettorale hanno sottoscritto una elevatissima quantità di impegni contrattuali, scritti e-o orali. 

E a questo punto non si può nemmeno escludere che i due, sulle gloriose orme di Totò e Nino Taranto, abbiano pure provato a piazzare il colpaccio della Fontana di Trevi! 

Va sottolineato che i contraenti del patto, nel firmare una siffatta carta scritta, hanno rivelato sciatteria istituzionale condita da superficialità politica. In realtà, dacché esistono il mondo e i governi, sono sempre esistite le trattative pre-elettorali, sopra e sotto il banco, tra alleati o presunti tali. 

E anche nel corso delle campagne elettorali nazionali, non di rado circolano i nomi di futuri ministri di questo o di quel partito. Non mi pare neppure che si possa parlare, in questo caso, di voto di scambio: il potere di nomina degli assessori spetta al Presidente della giunta regionale e che egli tratti con i suoi alleati non può certo essere materia di scandalo. 

Dov’è allora il problema? Il problema, in effetti, sta nella carente cultura istituzionale e nella modesta sensibilità democratica che rivelano i contraenti dell’accordo. 

Cosa c’entrano, infatti, segretari e coordinatori regionali, un capogruppo alla Camera e un candidato al Consiglio con le scelte sulla giunta regionale di Basilicata, prerogativa del presidente eletto? Inoltre, anche ammettendo, per puro amore di realismo politico, un loro ruolo nelle discussioni sulla futura giunta, a che titolo costoro firmano un accordo di esplicita spartizione del potere?

 In altri termini, né Roberto Speranza né Vito De Filippo (e per dirla tutta nemmeno Gianni Pittella) si sono presentati candidati a queste elezioni regionali e i cittadini lucani hanno invece scelto il proprio presidente in una competizione tra Marcello Pittella ed altri candidati espressione di coalizioni alternative. 

Naturalmente, può sempre essere che De Filippo e Speranza aderiscano ad una visione dinastico-patrimoniale dello stato, in cui il confine tra partito e regione è inesistente e nella quale il processo elettorale, tipico invece del moderno stato democratico, è ritenuto un inutile orpello. L’uno fu in gioventù un filosofo, l’altro fu uno storico: dispongono certamente delle risorse intellettuali utili a chiarire il significato di quel documento.     

 Insomma, anche alla luce delle incredibili e antistoriche polemiche suscitate dalla decisione del neo-assessore alla Sanità, Franconi, di rimuovere il crocifisso dal suo ufficio (con successiva e, peraltro, poco eroica marcia indietro), la Basilicata, più che terra di rivoluzione democratica, oggi appare, sotto diversi aspetti, più simile a una Vandea. 

Del resto, il vero dubbio legato alla figura di Marcello Pittella, fin dai tempi della sua arrembante campagna per le primarie infarcita di slogan low cost, era stato proprio questo: ma come può un uomo del passato, che ha ricoperto per anni primarie responsabilità di governo accanto a quelle stesse persone che ora egli dichiara sorpassate dai tempi e dalla necessità storica, diventare l’uomo del cambiamento e dell’innovazione?    

Sembra, al momento, che non si dovrà lasciare ai posteri l’ardua sentenza.  Nell’insieme, il quadro politico lucano è di forte inadeguatezza rispetto ai problemi di questa epoca.

 Lo sappiamo da tempo ma continua a colpire la (sostanziale) mancanza di consapevolezza della gravità della situazione da parte del ceto politico. In questa fase alcuni notabili soffrono per il commissariamento imposto alla politica locale dalla scelta di Pittella di varare una giunta di assessori esterni alla regione. 

Quel che costoro, intendo i notabili, non comprendono (insieme ai propri colonnelli scalpitanti), è che l’Italia, la Basilicata e il sistema delle autonomie regionali sono ancora dentro una bufera economica e sociale di lunga durata. Quindi, dato anche il difficile quadro esterno, con questa reiterazione di fallimenti politici, economici e morali, il prossimo passo non consisterà nell’eliminazione della giunta dei forestieri quanto piuttosto nell’arrivo del commissario liquidatore della regione.

 

  • P.S. Si sarà notato che in questo intervento ho fatto riferimenti limitati alla figura di Benedetto. Il fatto è che appare inutile dilungarsi sul personaggio e sul volenteroso gruppetto del Centro democratico. In realtà, anche l’episodio del contratto “ti sostengo se mi dai l’assessorato” conferma che nel caso di Benedetto si tratta di braccia che la politica ha dannosamente strappato all’imprenditoria. 

 

 

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