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Domenico, Gianni e Marcello
Pittella: storia di una famiglia lucana

Basilicata

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Nessun partito, nella storia del ‘900 in Basilicata, né quello liberale con i Branca, con i Fortunato e con Francesco Saverio Nitti, né quello democristiano con il “doroteismo” di Emilio Colombo, né il PNF del ventennio littoriano, hanno potuto esprimere fatti dinastici o di notabilato familiare e duraturo nella politica.

La sinistra socialista e riformista invece è riuscita a dare esponenti, anche di primo piano, come Attilio Di Napoli, Mauro Salvatore, Elvio e Alfonso Salvatore di Melfi, Ettore Ciccotti, Raffaello ed Aldo Enzo Pignatari, con i Pedio di Potenza, espressioni della borghesia agraria e professionale impegnati in lotte sociali e politiche lungo i decenni del primo ed anche del secondo novecento.

Oggi un tale fenomeno si ravvisa nel Pittellismo di Lauria, con Domenico, Gianni e Marcello.

Una storia particolare e familiare del socialismo lucano, fatta di abnegazione e di mobilitazione, non sempre fluida ed indolore, con la ostentazione di una fede politica convinta ed in difesa degli interessi popolari e del territorio, specie di impegno professionale e parlamentare del Pittella padre.

Si era alla fine degli anni sessanta ed il dott. Pittella ci aiutava nelle adesioni alla CNA (Confederazione Nazionale Artigiani) di cui ero fautore e responsabile per la Basilicata con Mast Carmine Lotito, anch’egli socialista, presidente. Ci si recava spesso a Lauria dove il compagno Pittella, noto medico della zona, considerato dalla gente contadina alla stregua quasi di un “guaritore” per la sua assidua presenza, i suoi interventi in soccorso di tutti, la pronta propensione ad apportare rimedi da operatore sanitario militante, riusciva ad ottenere un notevole seguito e larghissimo consenso.

Mimì ci faceva trovare riunioni ed assemblee in sale affollate di artigiani, di magliaie, sarte e calzettare, di meccanici e falegnami, pronti ad iscriversi al nostro sindacato.

Erano i tempi difficili dell’assistenzialismo e del paternalismo democristiano. Gli onorevoli Meranda e Picardi da sempre vicini alle categorie dell’artigianato erano avversari temibili.

Pittella ci incoraggiava e, dopo le riunioni, ci invitava a casa per la cena, attorno ad una tavola imbandita dei sapori della terra lauriota.

Alla fine un gradito sorso di whisky dalla bottiglia di Chivas e la lettura dei versi del mio poeta preferito, Garcia Lorca, chiudevano la serata.

Apprezzavo e stimavo molto quel medico, così compiacente ed amico, quel suo essere animatore, solidale e dotato di fervore romantico.

Fu proprio in uno di quei congressi regionali in cui i socialisti delle correnti di Giacomo Mancini o di De Martino, di Lombardi o di leaders nazionali, si scontravano con aspre polemiche e in ragione di tesseramenti gonfiati ed esiti piuttosto fraudolenti, nei quali avevano buon gioco sulla base, spesso ingenua o opportunista, gli onorevoli e i più forti, fui candidato alla carica di segretario regionale, da Pittella e Bardi, contro Elvio Salvatore e Fernando Schettini della corrente opposta. Fu quella l’unica occasione in cui mi sentii alleato di Domenico Pittella, contro quelli del Melfese e di altre zone della Basilicata.

Avevamo successo, allora, coloro che nel PSDI e nel PSI preferivano esercitare ruoli di collaborazione (subalterna) alla DC che, nel potentino, otteneva la maggioranza assoluta nelle elezioni amministrative e politiche, invece di condurre istanze ed azioni di opposizione come di solito faceva il PCI. Difatti agli inizi del 1970, al momento di dare vita all’ente Regione, i socialisti di Potenza e di Matera, compresi quelli del melfese, preferirono il monocolore del presidente Verrastro, a questa, affidando le maggiori incombenze per l’impianto strutturale, invece di partecipare nel governo alla costruzione ed alla verifica di compiti, alla creazione dei primi uffici ed alla nomina dei dirigenti. La Regione nacque per il 90% democristiana.

Più tardi, eletto senatore (1972), lo si incontrava spesso nelle concitate discussioni del direttivo regionale e, ancora, nei congressi e nei convegni del partito. In seguito vi furono sempre più frequenti occasioni di vederlo in un partito che stava accusando la strana sorte di essere diventato fragile strumento di una metamorfosi tra idealità rivoluzionaria, come quella ereditata dall’esperienza del Fronte Popolare, con i Ridolfo Morandi, Emilio Lussu, Fernando Santi e quella della partecipazione ai governi di centro-sinistra, con i Pieraccini, i Mariotti, i Vittorelli, i Formica ed infine i Bettino Craxi.

Tra congressi per l’unità (così detta) e quelli per le scissioni, si continuava a stare in un partito che avrebbe poi pagato lo scotto di scomoda presenza tra DC e PCI che già anelavano alle larghe intese e al Compromesso storico.

Una sera (2 marzo 1974), negli ambienti della sua Clinica, il senatore socialista Bloise di Cassano Jonico intervenne sui difetti e sugli avvenimenti negativi che nel PSI, tra guasti ed errori, si erano verificati. Parlò delle lotte interne e degli ambienti corrotti, del decadimento del partito, del suo slegamento, dei nuovi arrivisti della direzione che, con l’avvento del Craxismo, si erano spinti in avanti, più del dovuto, si trattava naturalmente di Claudio Signorile, di Fabrizio Cicchitto e di Silvano Labriola …

Bloise avvertiva Mimì Pittella e i compagni presenti con un solenne: «Non vi aspettate nulla da costoro, risolvetevi le vostre cose da soli, poiché – sosteneva – la direzione del partito vive fuori dalla realtà e non ha più alcun legame con la base».

Raccontò della sua guerra “guelfa” ed intestina, condotta tra i vicoli di Cassano Jonico, per difendersi dalle truppe dell’avversario di partito, l’on. Frasca. Bloise parlò delle sue dimissioni da sindaco, costretto a darle per opera degli stessi socialisti.

Questo era Bloise, un uomo politico piccolo ed intelligente, mesto a anche poeta, sensibile, pensoso e perfino preoccupato, sin da allora, per le sorti del PSI, ma orgoglioso di una sua grande amicizia, quasi un culto, con il socialista Giacomo Mancini.

Mimì annuì e con grande comprensione per Bloise, manifestò, a sua volta, le sue preoccupazioni, i suoi risentimenti per quelli del partito che lo temevano e tentavano ostinatamente di resistergli o di relegarlo nell’ambito della sua sola zona.

In verità, cosa Mimì aveva sbalordito per il suo carisma, il suo seguito, il forte consenso elettorale, la sua disponibilità pronta, il timbro della voce calda e gutturale, il suo modo di fare politica casa per casa, il suo mestiere di medico e di mallevadore degli interessi popolari, adatto a rapporti fraterni e gioviali, noto nelle aree del Lagonegrese, di Lauria e della Valle del Noce.

Ma i dissapori di Mimì riguardavano anche la città di Potenza, centralista e dorotea, per Emilio Colombo dalle centomila preferenze; un disappunto che ancora traspare da un’intervista rilasciata alla “Nuova Basilicata” il 25 aprile del 2000, alla giornalista Elisa Forte, in cui rivelava il suo dissenso nei riguardi del potere accentratore e della burocrazia del capoluogo democristiano.

Lamentava come il sud della regione lucana fosse considerato un “fanalino di coda”: «non ci sarà livellamento fino a quando non vi saranno veri partiti e raggruppamenti di potere diversi …», e come la regione fosse vittima dell’inganno del petrolio, che non ha apportato ricchezza, ma solo danni all’ambiente e, - dal “Fatto Quotidiano” dell’8 nov. 2013 – come vera e propria Norimberga occorresse per una classe dirigente che “con la complicità e la connivenza dei manager ha gravi responsasbilità”.

È così che Mimì Pittella, leader socialista del Lagonegrese, era il più sentito, il più votato nelle campagne organizzate dal PSI, sia congressuali che elettorali.

È dunque questa, solo una parte della sua storia, una storia che continua con la sua dedizione di organizzatore ed operatore sanitario nella sua terra e per la sua gente e con i due figli che camminano nel solco tracciato dal papà.

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