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L'ingegnere nello staff Berlinguer
Pallareta e quel "sotterfugio" svelato

Basilicata

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POTENZA - «Un sotterfugio per sviare dalla norma andando a prendere in considerazione una definizione, che viene fornita da una normativa che non ha nulla a che vedere con i siti contaminati».

E’ quanto scrivono i carabinieri che nel 2010 hanno preso di mira la discarica del Comune di Potenza, a proposito del “rapporto finale di caratterizzazione” delle acque sotterranee del sito. Autore: quello stesso Pietro Mazziotta che non più tardi di 3 settimane fa è stato indicato per entrare a far parte dello staff ristretto di Aldo Berlinguer, il nuovo assessore all’ambiente della Regione. Prima che l’ufficio Personale della Regione stoppasse la sua nomina per un vizio di legittimità della delibera di giunta, pubblicata anche sul Bur del 1 febbraio.

L‘INDAGINE

Il nome del vicesindaco di Ferrandina figura più volte agli atti dell’inchiesta che nel 2011 ha scoperchiato lo scandalo dei dati nascosti sull’inquinamento del termovalorizzatore Fenice, le clientele all’Arpab e proprio la  gestione della discarica comunale di Pallareta.

Il “sotterfugio” di cui si parla sarebbe arrivato alla fine di una lunga serie  di omissioni per cui pende tuttora una richiesta di rinvio a giudizio a carico dei dirigenti che si sono avvicendati dal 2004 al 2008 ai vertici dell’Acta, la municipalizzata dei rifiuti del capoluogo.

Mazziotta non risulta mai iscritto nel registro degli indagati, ma figura come titolare della Hydrolab srl, la ditta di certificazioni ambientali in cui è socio con Giovanni Castellano, l’imprenditore specializzato nello smaltimento dei fanghi industriali e coinvolto nell’ultima inchiesta dell’Antimafia lucana sullo smaltimento della monnezza del bacino “Potenza centro” .

LA PERQUISIZIONE

«In data 20 novembre del 2009, questa polizia giudiziaria – scrivono gli uomini al comando dei capitani di Reparto operativo e Noe, Antonio Milone e Luigi Vaglio nell'informativa conclusiva dell'inchiesta - procedeva alla perquisizione e sequestro, di documentazione/atti, ritenuti utili ai fini delle indagini, anche presso il laboratorio chimico della società Hydrolab con sede in Ferrandina località Borgo Macchia, rappresentata dall’ingegner Pietro Mazziotta. Tali operazioni si rendevano necessarie, poiché nel corso degli accertamenti, era emerso che, la citata società, era stata incaricata dall’Acta dell’esecuzione delle indagini preliminari sul complesso di discariche di Montegrosso Pallareta, in seguito all’avvio del procedimento ex art. 242 e 244 del DLgs 152/06».

 La legge in questione fa riferimento «al verificarsi di un evento che sia potenzialmente in grado di contaminare il sito» e stabilisce l’obbligo per il «responsabile dell'inquinamento» di attivare proprio delle indagini preliminari  «sui parametri oggetto dell’inquinamento».

 Dopodiché, in caso di falso allarme, sono previste delle comunicazioni al comune e alla provincia competenti e il ripristino dei luoghi, fermo restando che le autorità possono effettuare controlli nei successivi 15 giorni.

Se invece il superamento delle soglie di contaminazione è confermato: «il responsabile dell'inquinamento ne dà immediata notizia al comune ed alle province competenti per territorio con la descrizione delle misure di prevenzione e di messa in sicurezza di emergenza adottate». Poi vanno avviate le procedure per la bonifica.

Qui però interviene il “sotterfugio” smascherato dai carabinieri.

LE TABELLE

Infatti durante la perquisizione nei laboratori della Hydrolab sarebbero stati trovati due fogli senza data: il primo intitolato «Tabella riassuntiva acque piano di caratterizzazione Acta – Discarica Comunale di Potenza» con l’aggiunta a penna «1° campionamento», e il secondo  «Tabella riassuntiva acque Acta – Discarica Comunale di Potenza» con l’aggiunta «2° campionamento». Al loro interno riportavano dei dati intabellati. «Dai valori inseriti in ogni singola cella – evidenziano i militari -  appare evidente che ci sono delle sostanze i cui parametri rilevati, superano i limiti imposti dalla normativa».

Eppure le comunicazioni a riguardo non risultano mai arrivate a Comune e Provincia.

IL RAPPORTO

«Nel “rapporto finale della caratterizzazione” del luglio 2009 - spiegano ancora gli investigatori - viene espressamente indicato che non si è ritenuto di dover campionare e procedere con le determinazioni chimico fisiche poiché la quantità di acqua all’interno dei piezometri è stata ritenuta insufficiente e poiché chiaramente non si tratta di un acquifero sotterraneo. Il rapporto finale della caratterizzazione giunge tra l’altro a questa conclusione: “Fino ad una profondità massima di 35 metri dal piano campagna, non si intercetta nessun acquifero sotterraneo, così come definito dal Dlgs 30/2009, cosa peraltro chiaramente confermata dall’esigua quantità di acqua che si raccoglie nei piezometri stessi con tempi superiori alle 24 ore. Quindi, non è individuabile una falda unica e né possono individuarsi direttrici preferenziali di flusso. La presenza di acqua è riconducibile alla probabile esistenza di sacche d’acqua sotterranea confinate”.»

In pratica secondo gli inquirenti la legge da considerare sarebbe stata un’altra, di qui l’idea che si sia trattato di un “sotterfugio”.

UNA LEGGE NON VALE L’ALTRA

«Il citato Dlgs 30/2009 “Attuazione della direttiva 2006/118/CE, relativa alla protezione elle acque sotterranee dall’inquinamento e dal deterioramento”, sancisce all’articolo 1 il campo di applicabilità che riguarda i corpi idrici sotterranei identificati sulla base dei criteri tecnici riportati all’allegato 1; mentre, come più volte già indicato, il Dlgs 152/2006, parla più in generale di acque sotterranee, proprio perché il legislatore, non ha voluto porre limiti di definizione, poiché l’importanza non era la tipologia, la natura dell’acqua (falda, acquifero, sacca) l’importanza era ricollegata solo alla sua presenza o meno».

A riprova di ciò c’è anche il fatto che nelle tabelle sequestrate i limiti di riferimento presi in considerazione erano proprio quelli corretti, contenuti nella legge “dimenticata”, mentre nel “rapporto finale” gli stessi dati sarebbero stati parametrati a limiti diversi.

Una circostanza che finisce per rendere ancora più sospetto il fatto che quei fogli siano saltati fuori soltanto durante la perquisizione nei laboratori della Hydrolab.

l.amato@luedi.it

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