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Dagli idrocarburi nell’acqua all’H2S:
quel vuoto di norme che va colmato

Basilicata

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MENTRE Tito rimane ancora in attesa di quelle ulteriori analisi di Arpa e Acquedotto lucano che dovranno dire di più sull’acqua al petrolio che esce dai rubinetti delle abitazioni, ci sono almeno due questioni che, a partire da questo caso, vale la pena porre subito.

La prima, direttamente concatenata alla seconda, attiene al sistema di monitoraggio pubblico.  C’è una cosa che Acquedotto lucano non ha ancora chiarito e che invece dovrebbe fare al più presto: le analisi delle acque dei laboratori della società della Regione titolata al loro controllo ci sono o meno? E se ci sono, da esse risulta la contaminazione da idrocarburi, così come confermato da quelle condotte dall’Agenzia regionale per l’Ambiente? Sono interrogativi che non possono rimanere senza risposta, ma su cui la Spa dell’acqua non ha fatto completa chiarezza.

Per quello che è sembrato di capire fino a questo momento, arrivando così dritti al cuore della seconda questione, la presenza degli idrocarburi pesanti non sarebbe stata rilevata perché si tratta di sostanze chimiche non normate dal decreto legislativo 31 del 2001. Un vuoto normativo che adesso è causa anche di un altro problema: senza parametri di riferimento è difficile stabilire se i rubinetti vadano chiusi o meno.

Una questione più che altro formale, visto che al di là delle concentrazioni, la presenza di idrocarburi nelle acque è un fatto assolutamente non normale, che non dovrebbe mai verificarsi

Ma che diventa questione di sostanza quando la mancanza di punti di riferimento legislativi è l’appiglio per tollerare situazioni potenzialmente pericolose per la salute dell’uomo e del territorio. Lasciando che le cose continuino a scorrere senza possibilità di intervento.

Gli idrocarburi nell’acqua sono solo una parte del ragionamento. Qualcosa di simile accade, a esempio, anche rispetto alle emissioni di H2S, ovvero l’idrogeno solforato. Si tratta di emissioni tipiche dei poli di lavorazione del petrolio. Per intenderci, quella sostanza che ha il tipico odore di uova marce che spesso si sente nell’area vicina al Centro Oli di Viaggiano, e che qualche anno fa ha mandato alcuni operai in ospedale per una sospetta intossicazione. Molto nociva per la salute dell’uomo, non regolata, però, dalla legge italiana.  Più volte, nei pressi del Centro Oli, sono stati registrati dalle stesse centraline dell’Arpab innalzamenti dei valori di H2S.

L’unico punto di riferimento rimane una indicazione di soglia di tolleranza dell’Organizzazione mondiale della sanità. Ma siccome manca la legge, nessuno può contestare a Eni di aver provocato inquinamento.

Lo stesso dicasi per  altri “veleni” tipici della filiera del petrolio, che, nonostante l’alto grado di pericolosità, non sono normate a livello nazionale. Un vuoto che la Basilicata, attraversata in lungo e in largo dalle attività estrattive come nessun’altra regione italiana, dovrebbe sforzarsi di riempire con leggi regionali. Nel dibattito programmatico aperto dalla relazione del presidente Pittella, nella parte relativa all’ambiente, si dovrebbe tener conto anche di questo.

Il territorio lucano ha bisogno di un sistema di monitoraggio pubblico che riesca a fare meglio e di più di quanto è previsto a livello nazionale, proprio in base alla particolarità del suo sottosuolo e delle attività che ospita.

Il deficit normativo nazionale non può diventare l’alibi per chiudere tutte le pratiche ambientali con il solito “tutto a posto”. Altri Paesi produttori di petrolio si sono dotati degli strumenti legislativi necessari per fare in modo che le attività estrattive possano essere quanto più compatibili con la tutela dell’ambiente. Precisi e stretti parametri di controllo ne sono il presupposto fondamentale. Anche la Basilicata dovrebbe mettersi in linea, prima di arrivare al fatidico “è troppo tardi”.

marlab

m.labanca@luedi.it

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