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Pd, il partito del rinvio alla ricerca di unità
A Potenza direzione tra mugugni e musi lunghi

Basilicata

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POTENZA - La parola “unità” è senza dubbio quella più pronunciata nel corso della direzione del Pd che si è tenuta ieri mattina a Potenza. Ma è anche la parola che meno rappresenta il Partito democratico in questo momento.

E’ un partito bloccato il Pd. Un partito che aspetta che “passi la giornata”, sperando che le prestigiose cariche ottenute a livello nazionale possano spostare l’attenzione dall’immobilismo locale. C’è da affrontare un congresso, l’elezione di un nuovo segretario, le elezioni europee e quelle amministrative. Ma l’ordine con cui affrontare queste diverse sfide non è molto chiaro. Così, mentre attorno si sbriciolano le ultime forze della Basilicata, il Pd affila i coltelli, anche se a parole tutti auspicano “l’unità” e stavolta i toni restano civili.

Nel frattempo si rinvia ancora. Si rinvia la data per la segreteria (al 18 marzo prossimo) e si proverà anche a spostare la data del congresso regionale a giugno. Ma la direzione nazionale potrebbe dire di no, per la gioia di Braia e Pittella. E tutto questo dà chiara l’immagine di un partito che non riesce a ricomporre le fratture. Di più: non sa quale strada sia quella da seguire. Perché se a Roma è Renzi a dettare la linea, qui in Basilicata la maggioranza è dei cosiddetti “cuperliani”. E come far convivere le due visioni? Come riuscire a eleggere un segretario che sia espressione unitaria di un partito «ingessato» e che «in tre mesi di discussione non è riuscito a far altro che arrampicarsi sugli specchi»?

Per il momento ci sono solo due candidati alla segreteria: Salvatore Margiotta e Luca Braia. E nel suo intervento (salutato con un gelido applauso), il governatore Marcello Pittella si è apertamente schierato a favore di Braia. Ma soprattutto ha sottolineato la necessità di smetterla con le discussioni e arrivare nel giro di pochi giorni alla votazione per il segretario.

Il punto è che il segretario peserà sugli equilibri interni. E l’area Cuperlo - che finora non ha presentato alcuna candidatura - non ha intenzione di accettare la resa senza condizioni. Così ci si appella ai programmi, alle proposte: «come si può pensare serenamente a un congresso se le sezioni saranno impegnate nella preparazione delle elezioni?», chiede Carlo Chiurazzi. «Diamoci un tempo nuovo per il congresso». Anche perchè il congresso «dovrà essere la sede del confronto per ritrovare un’unità sulle proposte e sui programmi». Fare tutto di corsa - questo in sintesi - finirebbe per non far affrontare davvero i problemi. Come quello giudiziario, per esempio. Perchè questo - sottolinea nel suo intervento Erminio Restaino - è un tema su cui il partito non ha espresso una posizione chiara. «Abbiamo la forza in un dibattito congressuale di affrontare questo tema? Io non penso ci siano le condizioni: e se non ci prendiamo tempo per affrontare i veri nodi, quando ci sarà la prossima puntata ci sbatteremo di nuovo il muso. Non siamo nelle condizioni per affrontare un dibattito sereno». Attorno ci sono musi lunghi, mugugni, tanti lasciano la sala, i “che vergogna” si sprecano. Margiotta prova a tenere insieme le due visioni bacchettando anche la gestione De Filippo (elegantemente poi lo giustifica con gli incarichi di governo) sull’errore procedurale relativo alla richiesta di rinvio. E Folino prova inutilmente a tagliare corto: «Marcello è un po’ bloccato ma dialogante», dice. E poi: «per me non esiste l’area Cuperlo. Possiamo continuare a concepire la vita di questo partito con recinti e sottorecinti?». Pare di sì. E il rischio è che le prossime elezioni facciano diventare il recinto ancor più piccolo. Un rischio che, evidentemente, il Pd vuole correre.

a.giacummo@luedi.it

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