Salta al contenuto principale

Macroregioni, e il Sud riparte
Intervista a Massimo Lo Cicero

Basilicata

Tempo di lettura: 
8 minuti 23 secondi

E’ stato il primo a parlare di una macroregione del Sud, ma guai a ricordargli che, in Italia, il tema delle aggregazioni territoriali fu lanciato, qualche decennio fa, da Gianfranco Miglio.

Con l’ideologo della Lega - quello secondo il quale “il grado di civiltà di un Paese dipende dalla capacità di limitare i parassiti” (che per lui erano i meridionali) come si fa con gli insetti nocivi, l’economista e saggista napoletano Massimo Lo Cicero non ha niente in comune.

 E ci tiene a sottolinearlo: “Lasciamo perdere la Lega, non è più tempo di velleitarismi. La mia idea di macroregione si basa sul buon senso e sulla ragionevolezza. E’ una cosa seria”.

Una faccenda così seria che, sull’argomento, Lo Cicero ha scritto, quasi cinque anni fa, un libro il cui titolo è “Sud a perdere? Rimorsi, rimpianti e recriminazioni” (Rubettino).

E c’è poi tornato su, attraverso editoriali sui quotidiani e convegni: come quello che si è svolto a Napoli, nel dicembre dello scorso anno, presente tra gli altri il Governatore della Campania, Stefano Caldoro.

 Ed è stato proprio nel corso di quella tavola rotonda svoltasi  alla Stazione Marittima che il presidente della Regione Campania ha fatto sue, per la prima volta pubblicamente, le tesi di Massimo Lo Cicero. 

Come mai solo ora se ne parla? Sembra che tutti i Governatori del Sud si siano messi d’accordo...

Ma sa? Il fatto è che quando uscì il mio libro, nel 2010, non molti ci fecero caso. Forse è colpa del titolo: “Sud a perdere”. E siccome il Sud è veramente a perdere, nessuno ha mai riflettuto davvero sulle tesi di quel saggio.

E perché ora, invece, lo riscoprono?

Perché tutti hanno capito che è necessario far qualcosa. Che la stagione dei soldi pubblici è finita per sempre. E che il Sud ha delle carte da giocare. Il Mezzogiorno, se vuole, è in grado di competere sul mercato. Ma ha bisogno di una forma di governo che sia capace di assecondare le reali potenzialità del territorio. Ed è evidente che la Regione ha fallito.

E quindi?

Partiamo da un dato. Le regioni del Sud sono molto diverse, quantitativamente e qualitativamente, tra loro. Pensi che la Basilicata, che pure ha un potenziale strategico enorme, equivale a un quartiere di Napoli; che la Campania, con i suoi 6 milioni di abitanti, è una petroliera scassata che affonda. Consideri che, insieme, Campania e Puglia equivalgono alla metà del Mezzogiorno; e che mentre la prima è un inferno che grava su una città bubbone, la seconda una regione ormai ricca, con un territorio - al confronto -  ben strutturato.  Insomma: il Sud è un guazzabuglio. Non resta che varare questa benedetta area metropolitana di Napoli e fare del Mezzogiorno una grande regione tenendo fuori la Sicilia che è un caso a sé.

E come dovrebbe funzionare questa macroregione?

La mia idea è copiare il modello realizzato da Mario Draghi.

Draghi? Il presidente della Banca centrale europea?

Esatto. Mi segua. La Bce è un consorzio di banche centrali che hanno accettato di utilizzare l’euro come valuta. Ogni istituto di credito ha un suo rappresentante nel comitato: quest’ultimo esprime un vertice fatto di sei presidenti con un coordinatore a turno. Allo stesso modo la macroregione del Sud sarebbe governata da un’unica entità: un consorzio in cui siedono i vari governatori delle Regioni e del quale uno di essi, a rotazione, sarebbe il coordinatore. E intorno tutto il resto. I presidenti si riunirebbero periodicamente mettendo in comune le cose da fare e dettando le strategie. Poi si tratterebbe di applicare i programmi in maniera coordinata. Né più né meno di quello che fa la commissione Ue. Sembra complicato, ma non lo è affatto. Questo consorzio dovrebbe essere una struttura leggera. Andrebbero azzerati, o fortemente ridimensionati, tutti quei pletorici organismi che oggi pascolano nelle Regioni. Pensi che la Campania ha quattro cinque volte il numero di dipendenti del Piemonte. E dire che le due regioni sono grosso modo equivalenti. E poi, naturalmente, bisognerebbe diminuire i consiglieri comunali, mettere a dieta i Comuni. Insomma: fare una grande opera di snellimento.

E quale strategia suggerirebbe a questa ipotetica macroregione?

Per prima cosa questo consorzio dovrebbe dettare linee di indirizzo per un rilancio delle relazioni tra est e ovest, tra montagna e pianura. Quello è un delicato e importante nodo da risolvere. Poi suggerirei di creare un asse – ne ho anche parlato in un libro, “La virgola di Ponente” - tra il Mezzogiorno e le regioni Piemonte e Liguria.  Vede? Se quelle due regioni del Nord hanno come perno la città di Torino, il Sud ha come riferimento Napoli. Torino e Napoli sono le due “seconde città d’Italia”. La prima rispetto a Milano, la seconda rispetto a Roma. Queste due aree, Mezzogiorno e Piemonte-Liguria sono collegate a ponente attraverso il Tirreno, dove entrambe s’affacciano. Però, tramite Napoli, si arriva fino alla Puglia, passando attraverso la Basilicata. Tra i due sistemi territoriali ci sono quelle che io chiamo continuità: l’industria delle automobili, la meccanica spaziale, la filiera del vino. E poi due grandi banche come Unicredit e Intesa. Ecco la virgola di cui parlo, dal punto di vista territoriale, che terrebbe insieme regioni del Nord e del Sud, vale a dire la metà d’Italia. A questa virgola di ponente farebbe da contraltare l’area, per così dire, austroungarica, che va dalla Toscana al Veneto….

E la Basilicata che ruolo avrebbe in tutto questo?

Un ruolo importantissimo. In Basilicata c’è un grande impianto della Fiat, c’è l’energia, c’è l’acqua. Ma la regione va ripensata all’interno di un nuovo rapporto tra l’Appennino e la pianura. Questa relazione va armonizzata. E occorre far sì che, attraverso un’oculata azione di disboscamento, si realizzi un maggior equilibrio nella distribuzione della popolazione. Bisogna evitare che, in prospettiva, tutti si addensino attorno alle città, come è accaduto tra Napoli e Caserta. Le pianure sono importanti. Come mostra la Puglia che ha, proprio nel suo territorio pianeggiante, uno dei suoi punti di forza rispetto alla Campania.

Insomma, lei vede un’Italia fatta di macroregioni?

Senza esagerare. Se ne potrebbero fare tre o quattro. Non sarebbe un gran trauma. L’Italia nasce comunale, non regionale. Non è un caso se lo chiamiamo il Paese delle cento città, ed è in questo tipo di Paese che l’italiano si riconosce, forma la sua identità. Le  nuove macroregioni hanno semplicemente il compito di mettere in relazione quello che hanno al loro interno secondo una strategia condivisa. Il Mezzogiorno ha circa 20 milioni di abitanti. Come una grande città americana. Come Los Angeles e San Francisco insieme. Soltanto che noi per andare da Napoli e  Bari  ci mettiamo ancora più di tre ore. Abitiamo un territorio non integrato. Ricordo sempre ciò che mi disse una volta Bersani. “Devi Capire una cosa – mi fece -. L’Emilia è una città di 5 milioni di abitanti”. “In che senso?” chiesi io. E lui mi spiegò che attraversando quel territorio in treno, ogni venti minuti fai tappa in una città. Ognuna delle quali non supera i 200 mila abitanti. Ma questo insieme di città diffuse vale assai di più di una metropoli che accentra tutto, mentre tutto il resto è vuoto.

Pensa a una confederazione di regioni-stato, come negli Usa?

No, al contrario. Questo è quello che vorrebbero i leghisti. Una banda di contadini impazziti…Se si facesse la Padania come dicono loro, sarebbe come rifare la colonia austroungarica prima che arrivassero i Savoia. Una cosa stupida e provinciale. Un ritorno al passato quando invece bisogna guardare al futuro. No. Lo Stato deve essere italiano, non siamo fatti per essere confederati. L’Italia o è una nazione o è niente. Io penso a macroregioni come sistemi coordinati di interessi, di imprese, di città. Una tendenza che dovrà affermarsi anche in Europa. Altro che nuovi Parlament”

Accorpamenti di regioni sì, invece…

Sa? Nell’economia europea c’è lo stesso problema. Troppe regioni. Circa duecento, mentre la Germania non ne ha più di quattro, cinque. Bisogna snellire. Le regioni più piccole devono aggregarsi con quelle più grandi. Ma non per fare nuove repubbliche. Per creare, come dicevo prima, relazioni tra sistemi produttivi che non dialogano. Le faccio un esempio. Negli Stati Uniti la rete ferroviaria è stata costruita anche attraverso l’emissione, da parte dei comuni, di obbligazioni attraverso le quali ogni città ha potuto finanziare il proprio pezzo di binario. E’ questo che intendo per mettere a sistema un territorio.

Secondo lei i meridionali sono pronti ad accettare il suo discorso?

E’ una bella scommessa. Ma io sono convinto che tra i 20 milioni di abitanti del Mezzogiorno ce ne sono tantissimi che sarebbero disposti a entrare in un sistema di relazioni reale, molto meno pubblico. Poi, è chiaro, c’è una larga fetta di meridionali che vive a spese dello Stato. Ed è ovvio che questi ultimi si direbbero indignati dall’idea di abolire i vecchi enti in favore di un a macroregione. Ma io credo che se il Mezzogiorno  vuole rimettersi in gioco  debba smetterla di farsi gestire dal pubblico. E sono certo che, una volta messo in condizione di lavorare, il meridionale si cimenterà con passione in una sfida la cui posta è creare finalmente qualcosa di vero e di grande. E di mettersi alle spalle un sistema di relazioni virtuale che ha servito per decenni soltanto l’interesse di pochi mandarini.

Ti sei ricordato di condividerlo con i tuoi amici?