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Dibattito sulle Macroregioni
Che non siano solo chiacchiere

Basilicata

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LA crisi epocale che sta colpendo il mondo occidentale da ben 6 anni, la debolezza di molte delle istituzioni nazionali e regionali, l’assenza di conoscenza e di profondità storica sui temi dell’economia, della storia e della

 geografia stanno dando luogo a un fenomeno di impazzimento generale, facendo emergere idee strampalate, velleitarie, da parte di soggetti soltanto e semplicemente alla ricerca di visibilità politica e non solo:  si veda la proposta delle macroregioni, avanzata financo da presidenti di regioni e di contro quella del Veneto indipendente e perché no  della Lombardia (la lega sta organizzando in proposito  specifici gazebo), piuttosto che l’uscita dall’euro e così via. 

Siamo alla politica urlata,  alle fughe in avanti, alla consapevolezza di non essere più capaci di governare le proprie amministrazioni.

 E quindi di sottrarsi alle proprie responsabilità. La riforma del titolo V che cercherà di impedire a molte regioni di continuare a fare disastri socio-economici, l’assottigliarsi delle risorse pubbliche di cui disporre, dovendo fare comunque i conti col fiscal compact e con la sempre più pesante dipendenza dalla UE da parte di tutte le istituzioni statali e regionali, hanno come conseguenza che “la ricreazione è finita”.

Lo spazio a tutti i livelli per  distribuire e sprecare risorse pubbliche sarà sempre più angusto.  È abbastanza chiaro che è illusorio aspettarsi aiuti da Roma, come fa notare Giuseppe Galasso (vedi il corriere del mezzogiorno del 23 marzo u.s.) , col delinearsi della politica di risanamento finanziato del Paese che prevede i famosi  quanto ineludibili compiti a casa per l’Italia.

 Qualcuno in Basilicata non si è lasciata sfuggire l’occasione, attraverso una visione parodistica dell’indipendentismo, avanzando l’idea di una Basilicata libera: finalmente il modello lucano avrà una sua patria, la solita retorica sull’identità lucana non basta più, dobbiamo diventare Nazione, Stato autonomo.

Purtroppo, i problemi del Paese  e delle sue articolazioni regionali e locali sono molto, ma molto  più complessi: la crisi non deve indurci a sragionare, ma al contrario a riflettere sulla sua entità, sulle cause che l’hanno determinata e su come superarla.

La Basilicata, pur con le sue specificità, è un caso emblematico che sintetizza l’intero Mezzogiorno: è in pieno declino demografico, le zone interne, ossia l’osso della regione di rossidoriana memoria, si sta spopolando, l’unica vera libertà consentita ai giovani è quella di emigrare, andando ad infoltire la Basilicata che vive fuori regione e che è più popolosa della Basilicata, come dire, stanziale.

L’Istat a tale riguardo di recente ha tirato fuori dati demografici attuali e prospettici drammatici. Se le tendenze degli ultimi 20 anni saranno riconfermate perderemo altri 50 mila abitanti entro il 2030, mettendo a rischio la sopravvivenza anche istituzionale della regione.

La contrazione della popolazione non significa soltanto perdita di capitale umano, ma fa venir meno anche gente che consuma e che nei luoghi dove emigra richiede almeno in una prima fase il   sostegno economico della famiglia da cui proviene.

 Uscire dalla crisi sarà operazione molto difficile, necessita di una strategia politica ben strutturata, sul piano finanziario, dei settori produttivo da privilegiare prioritariamente, delle gambe organizzative su cui muoversi.

Tutte cose che non è dato scorgere tra gli addetti ai lavori (Ente regione, imprese, sindacati, ecc.).

Non c’è voglia  di sporcarsi le mani, la posizione prevalente è la difesa dello status quo.

 Per esemplificare, si chiedono soldi per il rinnovo della mobilità in deroga, ma non si dice come effettivamente far transitare la platea di riferimento verso il mondo produttivo, si sostiene che non si può più tollerare l’assistenzialismo improduttivo che ruota intorno alla Regione Basilicata (forestali e non solo), ma non si fa uno straccio di proposta per uscire da questa palude lavorativa che mortifica gli stessi lavoratori, ma finanzia i sindacati, si chiede innovazione alle imprese ma si concede loro incentivi a pioggia senza determinare nuova occupazione (si veda i 200 milioni di euro concessi alle imprese industriali con i fondi 2000-2007), si resta nella trappola dell’utilizzo dei fondi comunitari che rispetta, con la complicità di Bruxelles, la regola delle tre “s”, quella cioè di spendere, spendere, spendere a prescindere dai risultati. Sono strade che rafforzeranno le proiezioni demografiche redatte dall’Istat.

 Il danno è relativo per la classe dirigente che agisce nella logica arboriana di meno siamo e meglio stiamo. Su chi sta bene non serve approfondire.

 I giovani che vanno via, essendo per definizione turbolenti, rendono più agevole il controllo sociale da parte della politica e coloro che restano, se non vanno a votare vanno ringraziati. Al ceto dominante basta ed avanza lo “zoccolo duro” della clientela che ruota intorno alla spesa pubblica, spesa che si starà pure riducendo, ma che è ancora sufficiente per promettere e talvolta soddisfare favori, rendite, privilegi.

 In questo scenario, macroregioni o regioni indipendenti servono per fare chiacchiera.

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