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Macroregioni: «Non sarà una passeggiata»
Secondo Macry il Sud non ha alternative

Basilicata

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MATERA - Paolo Macry è uno che la storia del Sud la conosce bene. Abruzzese, ordinario di Storia moderna all’Università di Napoli Federico II, editorialista del Corriere della Sera, da quasi trent’anni Macry studia il Mezzogiorno nel tentativo, per citare il suo ultimo libro, di metterne insieme i pezzi. E di venire a capo di un enigma storico del quale, ancora oggi, nessuno può dire di possedere la chiave. Tant’è vero che, a ormai oltre 150 anni dall’annessione al Regno d’Italia, e a quasi 70 dalla nascita della Repubblica, ancora ci si interroga sul destino del Sud, quasi che la sua storia non fosse mai davvero iniziata. 

Ma sarà poi vero che esiste un Sud? O non bisognerà ricominciare a parlare, piuttosto, di molteplici e differenti Sud: e di qui ripartire per dar vita a un progetto unitario che tenga conto delle diverse identità, delle particolari vocazioni, di ciò che positivo e negativo offre il territorio, un territorio che, come sanno gli studiosi, non è affatto omogeneo? Che mette insieme mare e montagne, boschi e pianure? E le cui regioni hanno caratteristiche, non solo fisiche, ma anche storiche, economiche e perfino antropologiche, assai contraddittorie? 

Sta di fatto che il Sud ha alle spalle decenni, ad esser buoni, di incapacità di governo. Di fallimenti. Le Regioni, istituzioni nate negli anni Settanta nel tentativo di avvicinare la politica alle esigenze del territorio, sono allo stremo. Venuta meno la possibilità di far leva sulle risorse pubbliche, dopo anni di sprechi e malversazioni, ma soprattutto di inefficienza, molti enti rischiano la paralisi, mentre lo sviluppo non è mai decollato. Basterà dire addio alle Regioni, anzi pensare a una loro riaggregazione, con un unico polo strategico, per far ripartire il Mezzogiorno? L’idea lanciata dal presidente della Regione Campania, Stefano Caldoro, è stata accolta con favore dal Governatore della Basilicata Marcello Pittella. E Matteo Renzi si è detto pronto a mettere questa proposta all’ordine del giorno del suo governo. 

«Alzate la palla – ha detto il premier – e io la schiaccio». Ma le macroregioni sono davvero una risposta al male del Sud?
 Lo storico Paolo Macry afferma di non saperlo. «E tuttavia – aggiunge – una cosa è certa. Le Regioni sono fallite e un cambiamento è necessario».

Ma perché soltanto ora i Governatori tirano fuori dal cilindro le macroregioni? Non è che si tratta del solito espediente retorico, visto che i politici non sanno più che pesci pigliare?
«No, forse è solo la presa d’atto che le Regioni non rispondono più ai criteri per i quali erano nate; che si sono trasformate in meri centri di spesa. Che sono enti ingovernabili. Avendo a che fare con i trasferimenti ordinari, i piani di rientro obbligatori, una burocrazia irriducibile, i Governatori sanno di non potercela più fare. Non è un caso che di macroregioni si parli soprattutto nel Mezzogiorno. E non è un caso che ne parli Caldoro, governatore di una regione disastrata come Campania. Caldoro chiede, soprattutto, che vengano restituite allo Stato alcune competenze, che si creino agenzie per la gestione del territorio. Insomma, i governatori fanno di necessità virtù». 

Un fatto positivo, quindi…«Sì. Le Regioni sono un problema serio. Gestire un ente di quel tipo è diventato una croce, una cosa complicata. Se guardo, ancora, a quel che fa Caldoro, considero che in fondo non governa neanche male, fa quel che può. Una politica poco vistosa, di aggiustamenti: che altro può fare? E perfino l’opinione pubblica non si lamenta più. Anche lei ha preso atto della realtà».

Quindi la macroregione può essere il futuro?«Si tratta di vedere in che modo si mette mano alla riscrittura del titolo V. Una cosa è certa: le Regioni hanno fallito. La loro storia si è intrecciata con la peggiore politica locale. La spesa pubblica è stata dovunque gestita malissimo. Pensare di allargare i confini amministrativi e avviare nel contempo processi aggregativi ha certamente senso. E il Paese è ormai maturo per accettare questa evoluzione. Si tratta di vedere come mettere insieme territorio omogenei tra loro. Ma questo sarà un problema dei tecnici. E’ chiaro, per esempio, che una cosa è la fascia adriatica e un’altra quella tirrenica. Ancora oggi, così come nell’800, i collegamenti est-ovest sono difficili. Basta prendere l’autostrada Napoli-Bari per rendersene conto…».

L’opinione pubblica accetterà questa evoluzione?
«Non sono più i tempi di Miglio. Quando lui, oltre tre decenni fa lanciò la proposta delle macroregioni, parve una cosa irrealistica. Il paese si ribellò. Allora la Lega era in piena espansione. Si vide in quel progetto il tentativo di rompere l’Italia. Ma oggi le cose stanno molto diversamente. Che ti vuoi impressionare? Se perfino Grillo se ne esce con la boutade del regno del sud. Ormai c’è ben poco da rompere. L’Italia è già rotta…. E l’opinione pubblica non si impressiona più tanto facilmente».

E quindi?
«Quindi si può pensare di costruire delle nuove aggregazioni territoriali senza le paure e le idiosincrasie di allora. Certo che è paradossale che le proposte della Lega si stiano affermando proprio mentre il movimento fondato da Bossi declina».

Ma poi tocca al Governo tradurre in pratica questa proposta. E il premier si dice pronto, se gli danno il via…
«Renzi? Io non lo so cosa abbia in testa. Però una cosa è certa: fra i tre punti programmatici iniziali del suo Governo ha messo la riforma del titolo V. E anche se non si parla di macroregioni si affronta il tema di una ridistribuzione delle competenze tra Stato e periferia. Con lo scopo anche di riaggregare, per ragioni di economia, molte funzioni. D’altra parte se la riforma del titolo V, fatta nel 2001, non ha funzionato, è proprio perché aveva ampliato a dismisura le competenze regionali. Con i risultati che abbiamo visto. Dunque sicuramente sono all’ordine del giorno un ridimensionamento dei poteri regionali e una ridefinizione di ambiti e compiti. Il che non è in contraddizione con l’idea delle macroregioni».

E i politici come reagiranno, se la cosa andasse in porto?
«E’ lì che ci saranno i problemi. Perché, ripeto, la proposta è molto interessante, ma mica facile da far passare. Se pensa a quel che è successo con le Province. Le Regioni per questa classe politica sono state un polmone importante. Non ci rinunceranno così facilmente. E se l’opinione pubblica, esasperata da anni di immobilismo, sarà favorevole, la classe politica, al contrario, farà le barricate. Vedrà, scorrerà il sangue…».

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