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Due le cimici nella sala Verrastro
Una trasmetteva via radio

Basilicata

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POTENZA - Un microfono collegato a una batteria da 9 volts e una radio trasmittente «ancora calda». Più un secondo dispositivo tipo registratore «apparentemente» fuori uso, più vecchio e senza scheda di memoria.

Si complica il giallo sulle spie in Regione dopo il rinvenimento e la denuncia del governatore rivelata in esclusiva dal Quotidiano della Basilicata.

Ieri per provare a chiarire la portata dell’accaduto è intervenuto Marcello Pittella in persona, che ha parlato di due distinti congegni elettronici.

La loro scoperta sarebbe avvenuta sotto il tavolo riunioni della sala Verrastro, non nell’ufficio del presidente che si trova lì affianco, come sembrava in un primo momento. In pratica nel luogo dove di solito si riunisce la giunta, ma si svolgono anche incontri allargati con varie delegazioni e conferenze stampa (due soltanto la scorsa settimana).

A notare la presenza di quegli strani oggetti per «pura casualità» sembra che sia stato un tecnico impegnato a riparare uno dei microfoni sul “tavolone”.

«Ho già fornito agli inquirenti tutte le informazioni in mio possesso». Ha dichiarato Pittella. «Mi auguro che si faccia presto piena luce, anche per evitare che, sia pure involontariamente, si inneschi un clima di sospetti e veleni, che finirebbe per rallentare il lavoro, non certo facile e agevole, che stiamo tentando di portare avanti per il bene dei lucani». 

Ma nei corridoi del palazzo della giunta la caccia alla “talpa” va avanti e l’aria che si respira è di quelle pesanti. D’altronde nelle storie di spie il mezzo e il fine non sempre coincidono, come insegnano gli storici della strategia della tensione. Ed è ancora vivo il ricordo di quando il pm Henry John Woodcock piazzò le “sue” microspie proprio in quella stanza nel 2008. Indagava sugli appalti di Total e alcune presunte corruttele all’ospedale San Carlo di Potenza. Eppure allora nessuno si accorse di nulla.  Questa volta, invece, tutto sembra un po’ grossolano, quasi artigianale, e anche se nessuno per il momento escludere alcuna ipotesi, quella più accreditata è che ci si trovi davanti a un sistema di intercettazione «abusivo». In tutto o almeno in parte. Realizzato con tecnologia in vendita per pochi euro su internet.

D’altro canto, se il governatore ha tenuto a far sapere di essere assolutamente certo della «serietà e lealtà» di tutti i suoi collaboratori, il cerchio sui responsabili potrebbe essere ristretto molto facilmente.

Al momento, infatti, non risulta rinvenuto un “ponte” capace di rilanciare a distanza il segnale del dispositivo radio. E di solito la portata di una trasmittente di quel tipo non va oltre un centinaio di metri in presenza di ostacoli fisici come muri e mobili particolarmente spessi. E’ una scelta precisa dei produttori di microspie di quel tipo, per abbassare i consumi allungando la durata della batteria. Quindi il raggio d’azione entro cui poteva sentirsi quello che veniva detto durante riunioni di giunta, eccetera va limitato al massimo al di là della strada su cui si affacciano le finestre della sala. Mentre all’interno del Palazzo il segnale potrebbe essere stato captato con un radioscanner (ce ne sono anche con registratore) anche a due piani di distanza. Non solo lì affianco.

Ma chi è entrato a piazzare il dispositivo «ancora caldo» è la stessa persona che ha abbandonato anche l’altro, «apparentemente fuori uso» dopo avergli tolto la scheda di memoria? Fosse così verrebbe da pensare a qualcuno capace di muoversi liberamente al primo piano del palazzo della giunta; di mettersi tranquillo in un posto appartato lì vicino ad ascoltare tutto; e di intervenire per sostituire le batterie del suo “giocattolino”, non appena si fossero scaricate. Di media una pila di 9 volts dura non più di 3 giorni, anche meno se il dispotivo rimane sempre acceso e non viene attivato con un telecomando o un rilevatore vocale. Questo è il motivo per cui di solito, per evitare il rischio di essere scoperta, la polizia giudiziaria collega le microspie alla corrente collocandole in telefoni, lampade, computer e cassette elettriche nascoste nelle pareti). Così deve solo recuperarle una volta finito. Ma a quanto pare la talpa della Regione non si preoccupava di essere notata in giro.

Poi resta da capire quali informazioni cercasse di carpire: notizie d’interesse suo personale oppure di altri? In altri termini: agiva per sè o su commissione? E ha raggiunto il suo obiettivo?  

Pittella ostenta sicurezza e parla di «un tentativo (per fortuna sventato)». Ma gli interrogativi sul tavolo restano tanti. Sotto, invece, almeno per un po’, c’è da stare certi che non ci sarà nulla di cui preoccuparsi.

l.amato@luedi.it

 

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