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Macroregioni: parla Giannola, presidente Svimez
"Strategie comuni per il rilancio del Sud"

Basilicata

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L’ultimo rapporto della Svimez sullo stato del Mezzogiorno risale all’ottobre scorso. Ma chiamarlo rapporto è riduttivo. E’ piuttosto la certificazione di un fallimento.

Il tono insolitamente concitato dell’analisi stride con l’arida sequela di numeri e tabelle, con l’eleganza asettica di grafici e diagrammi. E svela, in filigrana,  un paesaggio di macerie. Di uomini in fuga. Tradotto in parole, quello scrupoloso inventario di cifre ci dice che in venti anni quasi tre milioni di persone sono emigrate al Nord o all’estero; in cinque, tra il 2007 e il 2012,  la produzione manifatturiera è calata di un quarto, così come i posti di lavoro, mentre gli investimenti sono diminuiti della metà. Nel frattempo le famiglie povere  sono aumentate di un terzo. E nei prossimi tre decenni, se le cose dovessero continuare allo stesso modo, quasi quattro milioni di abitanti, oltre la metà giovani, andranno a vivere altrove.

A circa settanta anni dalla sua costituzione , essendo nata qualche mese dopo la Repubblica con lo scopo di contribuire allo sviluppo del Mezzogiorno, la Svimez è costretta a tracciare un bilancio che equivale, per il Sud, a un attestato di morte presunta. Frutto di un dibattito che aveva preso le mosse negli anni maturi del fascismo -  per impulso dell’economista e grande manager di Stato Alberto Beneduce (di cui Enrico Cuccia sposerà una figlia) -, la Svimez è l’associazione che promuove e contribuisce a realizzare, negli anni del Dopoguerra, una politica di sviluppo che si fonda sull’intervento dello Stato. Ed è la Svimez a fornire la cornice teorica, il cosiddetto nuovo meridionalismo, entro la quale nasce, nel 1959, la Cassa per il Mezzogiorno: aprendo, di fatto, una stagione le cui conseguenze sono ormai materia per storici ed economisti. Oggi la Svimez si dedica soprattutto a un’attività di ricerca che ha per tema, appunto, lo sviluppo del Sud e pubblica annualmente il “Rapporto sull'economia del Mezzogiorno” da cui siamo partiti. Un rapporto, l’ultimo, che – come si diceva - parla di un Mezzogiorno che si avvia a diventare un deserto umano e produttivo.  Nel quale l’emergenza economica si intreccia con quella civile e sociale. E lancia un allarme che ha i toni dell’ultimatum. Il Sud, si afferma, è ormai il ghetto d’Italia. Le Regioni sono state lasciate sole, nell’illusione che fossero in grado di affrontare e risolvere la questione del divario meridionale.  “Per aggredire i nodi del declino – è la conclusione - occorre recuperare una logica di sistema, una logica industriale, che non sia ridotta al solo mercato. C’è bisogno di investimenti a rendimenti differiti e di una progettazione a lungo termine, mutuandola dalla migliore esperienza neomeridionalista degli anni ’50 e ’60”. Per la Svimez si tratta, insomma, arriva a dire l’economista Giorgio Ruffolo, “di tornare a una visione unitaria della questione meridionale. A un piano del Mezzogiorno e ad una Agenzia destinata a dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture strategiche. Una riedizione aggiornata della "Cassa" posta sotto il controllo di un Consiglio con i rappresentanti del Governo (Ambiente e Infrastrutture) e delle otto Regioni. Si ricostituirebbe così uno spazio di programmazione unitario del Mezzogiorno, una macroregione”. E’ così? Ne parliamo con il presidente della Svimez, Adriano Giannola.

Presidente, ma davvero ritiene che quella delle macroregioni, in Italia, sia una proposta praticabile?

“Certo che lo è. E non da oggi. Ma attenzione, la macroregione non deve essere una bandiera. Noi non vogliano istituzionalizzare il Mezzogiorno, renderlo una nazione. Qui si tratta di partire dalle giuste esigenze espresse dalle Regioni, che si trovano a fronteggiare tante difficoltà, per rendere più efficiente il governo del territorio. Bisogna partire dai contenuti. Poi si può discutere sulle forme necessarie per realizzare i nostri scopi”.

Ma come?

“Intendiamoci bene, qui non stiamo parlando di creare nuovi soggetti istituzionali. Per quelli ci vuole una riforma costituzionale e se ne passerebbero degli anni. Se invece per macroregione si intende una modalità per mettere in rete politiche comuni, allora sì, la cosa è perfettamente realizzabile.  Quello che a noi serve è un forum delle regioni che si confronti sulle strategie e poi le adotta. Per fare questo basta la riforma del titolo quinto che prevede, per l’appunto, la possibilità di interconnettere tra loro  le regioni”.

Lei dunque non pensa all’abolizione delle vecchie regioni…

“Ma scherziamo? Ma sa quanto tempo ci vuole per mettere mano a riforme costituzionali? No, figuriamoci. Sostenere un’ipotesi del genere è solo un modo per prendere in giro la gente. E poi, vede? L’idea della macroregione, così come sta passando nell’opinione pubblica, suscita in molti l’idea, a mio modo di vedere pericolosissima, che si torna finalmente al Regno delle due Sicilie”.

E quindi?

“Non c’è niente da fare. Occorre affidarsi alla riforma del titolo V per la ridefinizione delle competenze delle Regioni e dello Stato. Non che, anche in questo caso, le cose siano semplici, ma se si vuole mettere mano a qualche cambiamento, lo si può fare soltanto in questo modo. Dopodiché le Regioni potranno decidere di coordinarsi su alcuni progetti. Possono già farlo, ad esempio, rispetto al programma comuniario 2007-2014. Lì c’è un progetto che riguarda l’energia sul quale la confusione è totale: le Regioni non hanno speso una lira, e lo Stato nemmeno. Poi ci sono priorità importanti, per le quali è necessario adottare politiche comuni, dirigere e a gestire progetti strategici: acque, rifiuti, difesa del suolo, infrastrutture. C’è il capitolo dei rapporti col Mediterraneo. Insomma, se si vogliono fare le cose, gli strumenti si trovano, non abbiamo bisogno di etichette. Ma se si vuole andare avanti con la politica pubblicitaria degli annunci…”.

Ce l’ha con Renzi?

“Di Renzi per ora, non si può pensare proprio niente visto che niente ha detto in matera di Mezzogiorno. Il suo mi sembra un programma piatto. Aspettiamo che dica qualcosa..”

Le Regioni già potrebbero coordinarsi, dice. Ma come?

“Insomma, i Governatori sostengono – e io sono d’accordo con loro – che vogliono essere messi nelle condizioni di concordare strategie ampie e di lungo respiro. L’obiettivo è rendere più forte il Mezzogiorno? Va benissimo. Ma io dico che se si è convinti di questo, la possibilità istituzionale di concordare grandi progetti gia c’è. Noi della Svimez stiamo infatti per convocare un forum dei presidenti delle Regioni proprio per affrontare il nodo delle grandi scelte strategiche che oggi competono al Sud. Un incontro necessario perché riguarda l’atteggiamento da assumere rispetto all’agenda Ue 2013-2020 e ai nuovi fondi strutturali. Spero proprio che tutti i Governatori aderiscano. Poi faremo un rapporto…”.

Nel nuovo quadro strategico che lei immagina per il Mezzogiorno qual è il ruolo della Basilicata?

“La Basilicata è strategica per quanto riguarda il discorso sulle energia, sia quella tradizionale che quella innovativa. E non soltanto per il Mezzogiorno. Così è per l’acqua. Curiosamente le due regioni italiane più piccole, il  Molise e la Basilicata, sono quelle nodali per quanto riguarda le risorse idriche. Il governo delle acque  passa infatti  l’ enorme bacino idrografico dell’Appennino meridionale. Su questo tema c’è già un accordo tra  le Regioni, però  nessuno ha speso un euro. Ecco: i fondi strutturali dovrebbero essere orientati su progetti di questo genere”.

Come dovrebbe mutare il rapporto tra Mezzogiorno e Unione europea?

“Se parliamo delle politiche di coesione, l’Italia si trova, per sua negligenza, una condizione di subalternità. Il problema, comunque, non è se spendiamo o meno le risorse. Anzi, io sono sicuro  che non perderemo un centesimo. Noi spendiamo molto di più di paesi che sono nostri competitori, e che pure non hanno i nostri vincoli, ma non facciamo valere questo argomento. Ma la verità è che questa spesa non crea vero sviluppo, rientra in una mera politica di sostegno.  Le risorse europee che spenderemo non possono sostituire gli investimenti. D’altra parte si tratta di soldi nostri, soldi che abbiamo dato all’Europa e che ci tornano indietro.  Dunque non sono capitali aggiuntivi e non contribuiscono alla crescita, ma soltanto a tenere in vita  un’economia moribonda. Sui fondi europei c’è una grande mistificazione. Ci affidiamo a quelle europee come se fossero le uniche risorse possibili (e purtroppo lo sono).  Perché? Perché manca una politica nazionale per il Mezzogiorno. E l’arrivo di Renzi  al Governo non mi sembra che, al momento, abbia cambiato le cose…”.

 

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