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Macroregioni, intervista a Claudio Velardi
"Faremo a meno dello Stato"

Basilicata

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Il tema, a sorpresa, è stato inserito nell’ordine del giorno della direzione pd, chiamata ad esprimersi sulla bozza di riforme costituzionali. Potrebbero essere le macroregioni, non più le Regioni, ad essere rappresentate nella Camera delle Autonomie che è destinata, nei progetti di Matteo Renzi, a sostituire il Senato. 

La proposta lanciata dal presidente della Regione Campania Stefano Caldoro, e fatta propria – tra gli altri – dal Governatore lucano Marcello Pittella, rientrerà, con ogni probabilità, nel disegno di legge sulle riforme costituzionali del Senato, del Titolo V e dei poteri del governo. Un salto in avanti che non era scontato. 

Non si tratta più, infatti, di favorire un accentramento delle competenze allo scopo di meglio definire i ruoli istituzionali e limitare, per questa via, la proliferazione di ricorsi Stato-Regione. Certo, a sentire il Governo, e non soltanto lui, c’è il bisogno urgente di rimuovere i detriti della burocrazia e di abbattere i costi della politica. Già venti anni fa la Fondazione Agnelli aveva calcolato che, con una riduzione delle Regioni da venti a dodici, lo Stato avrebbe risparmiato 22 miliardi di lire, 11 milioni di euro attuali. Ma la vera partita è un’altra, e l’ha ben chiara in mente Claudio Velardi, raggiunto al telefono mentre rientra a Roma dalla Basilicata. 

“Forse non sarà oggi e neanche domani – spiega Velardi -, ma lo Stato è destinato a cedere progressivamente i suoi poteri: verso l’alto, vale a dire Bruxelles; e verso il basso, cioè il territorio. E’ quello che sta accadendo in Europa. La differenza è che mentre, in Spagna, in Gran Bretagna, nei Paesi dell’est, sono in atto spinte centrifughe incontrollate, in Italia abbiamo la possibilità di governare questo processo, legiferando e delegando sempre più poteri verso il basso. E se non lo faremo in fretta, anche da noi, prima o poi, si manifesteranno movimenti locali potenzialmente eversivi”.

Cinquantanove anni, napoletano, esperto di comunicazione, Velardi viene dal partito comunista. Segretario del Pci in Basilicata tra l’86 e il ‘90, è stato – sia pure per brevi periodi – assessore comunale e regionale a Napoli. 

E’ ricordato soprattutto come il principale consigliere di Massimo d’Alema allorché quest’ultimo assunse la guida del Governo alla fine degli anni Novanta. Di quella eredità politica e intellettuale, filtrata attraverso le maglie di una napoletanità irredimibile, e depurata nelle temperie del post Tangentopoli, si è sedimentato in Velardi un realismo che, in chi non lo conosce, viene scambiato per cinismo (che è spesso l’altra faccia di un incontrollato sentimentalismo). 

Oggi è vicino a Renzi e combatte, con pochi amici fidati, una battaglia laica volta a disincrostare il Pd dai retaggi veterocomunisti e da quelli, diciamo così, accumulatisi negli anni del berlusconismo. Di Renzi apprezza soprattutto, dice, il modo in cui ha affrontato la questione Mezzogiorno. E’ qui, a suo parere, che si gioca il futuro della politica italiana. “E’ necessario che si capisca che fare politica non è più conveniente. Per questo bisogna sottrarre la spesa pubblica dalle mani dei sindaci e degli assessori. E allora sì che chi vorrà entrare in politica lo farà per passione o per rendersi utile alla comunità. E le macroregioni sono un primo, importante passo in questa direzione”.

Velardi, lei è convinto che le macroregioni siano un’opportunità da non perdere?
“Vogliamo fare un discorso serio? E allora diciamo che le istituzioni vanno tutte ridisegnate tenendo a mente la dimensione europea del problema. Se non si ragiona secondo questa scala non si capisce. E allora diciamo che sul gradino più alto della rappresentanza c’è, appunto Bruxelles; sul più basso, il Comune. Bene. In mezzo che cosa c’è? Lo Stato nazionale, le Regioni, le Province. Ma di Stato ce n’è sempre meno, visto che le sue funzioni sono assorbite dalla Comunità europea. E le Province sono in via di sparizione. A questo punto è chiaro che l’assetto istituzionale va ridisegnato in modo che tra Roma e l’ultimo Comune ci sia un organismo che sia più rappresentativo, che sia in grado dialogare direttamente con l’Europa. Facciamo l’esempio della Basilicata”.

Facciamolo…
“E’ chiaro che essendo una regione molto piccola, la Basilicata ha poca forza di contrattazione con Bruxelles. Ma se invece fa parte di una macroregione (gli esperti poi ci diranno con quali confini) avrà molto più potere. Ciò che vale per la Basilicata, vale a maggior ragione per tutto il Mezzogiorno. Attraverso una solida rappresentanza territoriale, il Sud, nel suo insieme, potrà far meglio valere le sue ragioni sia a Roma che a Bruxelles”.

E lo Stato che fine fa?
“E’ destinato a perdere centralità. Sarà il soggetto istituzionale più debole. E non c’è da aver paura, perché in parte è già così. E per rendersene conto basta considerare che oggi buona parte della legislazione nazionale, circa il 70 per cento, è di origine europea, e un’altra parte è di provenienza regionale. E intanto il territorio è scarsamente rappresentato a Bruxelles. Perciò le dico che, man mano che andrà avanti questo processo, assisteremo a un progressivo assorbimento delle funzioni nazionali da parte dell’Europa e, insieme, a una devoluzione dei poteri verso il basso. E le macroregioni si confronteranno direttamente con gli altri dipartimenti del continente”. 

Una tendenza che fa venire in mente i movimenti autonomisti che si diffondono un po’ ovunque in Europa…
“E’vero. Ma se il discorso sulla macroregione viene svolto in una cornice istituzionale, le spinte centrifughe saranno riassorbite. Se invece i territori non otterrano soddisfazione, prima o poi la tentazione autonomista si diffonderà anche da noi…”.
E come saranno gestite le risorse europee nel nuovo contesto istituzionale?
“Già adesso è indispensabile una gestione centralizzata delle risorse. In questi anni finanziamenti ingenti sono andati perduti in migliaia di rivoli. E dire che le uniche risorse a disposizione del Sud (a parte la Basilicata che può contare sulle royalties petrolifere) sono oggi quelle europee. Il modo con il quale sono state utilizzate finora è stato delinquenziale. Pensi che la Campania ha spalmato un miliardo di euro su 528 Comuni: due milioni ad amministrazione. Stupido e scandaloso. Anziché incentivare lo sviluppo, si finanzia il consenso. Soltanto centralizzando la gestione delle risorse si potrà ripulire una classe politica che si mantiene e genera consenso attraverso la spesa pubblica”. 

Lei crede che questo basterà a cambiare il ceto politico meridionale?
“No, ma è una prima scossa. Bisogna affamare la bestia. Occorre sottrarre i cordoni della spesa agli amministratori. Soltanto allora vedremo che avrà davvero intenzione di fare politica, perché dovrà farlo per passione o per mettersi al servizio della comunità”.
Senta, ma come mai, quando ne parlava Miglio, le macroregioni non andavano bene?
“A parte il fatto che i primi ad occuparsi di questo tema furono i ricercatori della fondazione Agnelli, c’è che soltanto oggi è chiaro a tutti che le Regioni sono state un fallimento. Non soltanto hanno contribuito alla crescita della spesa, ma anche a quello del debito pubblico. E tutto senza minimamente promuovere lo sviluppo del territorio. Consideri che negli anni ‘70, allorché si concluse l’esperienza della Cassa del Mezzogiorno, il pil del Sud ammontava al 70 per cento di quello nazionale, oggi, dopo 40 anni di Regioni e 25 di fondi europei, è la metà”.

Ma di quali poteri disporrebbe la macroregione?
“In prospettiva assumerà sempre più funzioni a discapito dello Stato. Il vero tema, quello col quale ci confronteremo nei prossimi anni, sarà l’impoverimento dei poteri da parte dello Stato nazionale. Ma questo è un bene…”.

A proposito di Stato e di Governo come giudica l’afasia di Renzi nei confronti del Sud?
“Il suo atteggiamento, nei confronti del Mezzogiorno, è quello giusto. Anzi, è ciò che più condivido di lui”.

Come diceva prima: ignora il Sud perché la bestia va affamata..
“E’ proprio così. E Renzi ha fatto benissimo ad abolire il Ministero della Coesione territoriale. L’unica cosa di cui ha bisogno il Mezzogiorno è di un intervento mediato da una tecnostruttura che non sia legata alla politica al fine di promuovere ciò di cui il Sud ha davvero bisogno. Dotazioni infrastrutturali. Cose concrete. Come la banda larga così da avere la possibilità di parlarsi con il telefonino senza che cada la linea ogni tre minuti, come ora”.

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